Gialli e thriller · Recensioni 2017

La settimana bianca

Nuova recensione !!! Non mi sarei mai aspettata di fare la recensione di questo libro quest’anno, perché non era nella mia lista dei “prossimi libri da leggere”, e sinceramente non so nemmeno come e perché io l’abbia pescato dalla mia immensa libreria, ma l’ho letto e ne sono ben felice.
Di cosa stiamo parlando però? Del libro “La settimana bianca” di Carrère, che per chissà quale strano motivo ho sempre chiamato “La settima bianca” (sono diventata anche analfabeta, bene ahah); senza cambiare argomento e continuando a barcamenarmi nel mio stato di completa poca sanità mentale, credo di aver scritto male il titolo anche nell’articolo “Book haul” quando vi ho presentato questo libro per la prima volta. Bene. Direi che si procede di bene in meglio.

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TITOLO: La settimana bianca
AUTORE: Emmanuel Carrère
EDITORE: Adelphi
PAGINE: 139
PREZZO: 16,00€

TRAMA: «Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer,» ha raccontato una volta Emmanuel Carrère «e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato». All’inizio, infatti, il piccolo Nicolas ha tutta l’a­ria di un bambino normale. Anche se allo chalet in cui trascorrerà la settimana bianca ci arriva in macchina, portato dal padre, e non in pullman insieme ai compagni. E anche se, rispetto a loro, appare più chiuso, più fragile, più bisognoso di protezione. Ben presto, poi, scopriamo che le sue notti sono abitate da incubi, che di nascosto dai genitori legge un libro, dal quale è morbosamente attratto, intitolato Storie spaventose, e che, con una sorta di torbido compiacimento, insegue altre storie, partorite dalla sua fosca immaginazione: storie di assassini, di rapimenti, di orfanità. E sentiamo, con vaga ma crescente angoscia, che su di lui incombe un’oscura minaccia – quella che i suoi incubi possano, da un momento al­l’altro, assumere una forma reale, travolgendo ogni possibile difesa, condannandolo a vivere per sempre nell’in­ferno di quei mostri infantili.
Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère – l’ultimo da lui scritto prima di scegliere una strada diversa dalla narrativa di invenzione.

Ovviamente prima di iniziare, come ogni volta, c’è un “parto con il dire che…”. Questa volta parto con il dire che con questa recensione si torna a parlare di libri “strani”, di libri difficili da descrivervi e anche difficili da commentare, ma come avrete ormai ben capito… Io amo i libri fuori dal comune.
Questo è stato il mio primo approccio all’autore e, a giudicare dalle numerose recensioni positive che ho letto online, ho fatto bene a scegliere proprio questo libro tra i tanti scritti da Carrère; sinceramente l’ho acquistato a scatola chiusa, avendone sentito parlare da Matteo Fumagalli su youtube (che seguo sempre con molto piacere). E’ stata forse la prima volta in vita mia che ho iniziato a leggere un romanzo senza aver mai letto la trama, e ora che ho finito di leggerlo devo dire che è stato meglio così.

Il protagonista di questo romanzo è Nicolas, un bambino che si presenta a noi come introverso, timido, dominato da un costante timore di essere deriso dai suoi compagni. Nicolas, insieme alla sua classe, deve partire per una gita di qualche giorno in uno chalet in montagna, appunto per la settimana bianca.
Durante una riunione di classe precedente alla partenza degli alunni si riporta un fatto alquanto angosciante: pochi giorni prima un camion si era scontrato contro un pullman colmo di bambini e numerosi di questi erano morti bruciati vivi. Ovviamente dopo questa notizia, i genitori degli alunni sono preoccupati per la sicurezza dei loro figli durante il tragitto (di più di 400 km) per arrivare allo chalet; in particolare il padre di Nicolas, furente alle parole della maestra, decide di accompagnare il figlio in macchina e di evitargli il viaggio in pullman con i compagni.
A questo punto ci rendiamo già conto che la famiglia del nostro protagonista è sicuramente una famiglia un po’ particolare, perché al di là della preoccupazione di un padre nei confronti del figlio, scegliere di emarginare Nicolas dal resto del gruppo classe ancor prima di iniziare la gita non è una scelta tanto normale a parer mio.
Il padre di Nicolas si presenta a noi come una persona autoritaria, di poche parole, quasi del tutto assente nella vita del Nicolas, a causa del suo lavoro che lo porta spesso in viaggio per vari giorni; sicuramente il padre incute un certo terrore nel figlio, tanto che durante il viaggio si scambieranno pochissime parole.

L’intera storia è narrata dal punto di vista di Nicolas, e durante tutta la narrazione l’autore ci rende parte dei pensieri e dei sentimenti di questo bambino; la prima cosa che sappiamo di Nicolas è che ha un problema di minzione notturna, perciò è terrorizzato dalla possibilità di essere deriso dai suoi compagni proprio per questa cosa.
Arrivati finalmente allo chalet padre e figlio si salutano e il bambino è pronto per godersi la vacanza insieme ai suoi compagni, se non fosse che… Lo zaino con tutte le sue cose è rimasto in macchina.
Da questo avvenimento apparentemente normale, appunto il dimenticare qualcosa, che potrebbe capitare a tutti noi, da il via ad una serie di fantasticherie macabre nella mente di Nicolas.
Infatti l’intero romanzo non ruota tanto intorno alla storia di questa gita scolastica, ma il vero protagonista di questo racconto è piuttosto il male che alberga nella mente di un bambino.
Non a caso lo stesso Carrère ha parlato di questo romanzo come angosciante persino per lui stesso, dicendo ” a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato “; man mano che la narrazione procede, noi lettori ci sentiamo sempre più terrorizzati e angosciati dai pensieri di Nicolas, dalle immagini che ricrea nella sua mente.
Nicolas è dominato da una fantasia galoppante, ma non di tipo infantile ma piuttosto ricrea nella sua mente delle immagini che fanno ribrezzo, o ancora peggio pensa a possibili scenari di morte, di sparizioni, di lutti, riguardanti se stesso e la sua famiglia. Il pensiero del padre in macchina, con il suo zaino, evoca in lui numerose preoccupazioni, che sfociano poi in scenari fantasiosi in cui il padre fa incidenti, si perde, viene ucciso, viene rapinato. In questo modo Nicolas sembra quasi godere nel pensare di far parte di un mistero da risolvere, di una storia di omicidio; ancora più raccapricciante è il fatto che il bambino si immagina orfano, e si immagina le persone della sua famiglia che lo consolano e gli offrono supporto.
La fantasia di Nicolas è grottesca, inquietante, angosciante, leggendo i suoi pensieri non riuscivo a collegarli minimamente ad una mente infantile. Ed è proprio questo che rende questo romanzo terrorizzante, il fatto di ascoltare i pensieri di questo bambino e ricondurli inconsciamente ad una mente malata. E’ come se rimanessimo in attesa di qualcosa per tutta la durata del libro, un colpo di scena, la descrizione di una scena violenta, qualunque cosa, senza rendersi conto che la vera violenza è nella mente di un bambino.
Ma quando la fantasia sfocia nella realtà ? Qual’è il limite tra i pensieri macabri di Nicolas e il pericolo reale che incombe su di lui? In questo modo, solo alla fine del romanzo, il male che prima dominava la mente di Nicolas si trasforma in un male terreno, tangibile. Una tranquilla gita in montagna sarà lo sfondo di un accaduto terrorizzante e avvolto dal mistero, ovvero la scomparsa di un bambino. Carrère ci lascia con questa domanda: quando ci si accorge di aver oltrepassato il limite tra fantasia e realtà? Il male è dentro tutti noi, ma in che modo e in che forma si manifesterà?

Come avrete capito Nicolas è un bambino diverso; preferisce rimanere in disparte, rimanere solo, ed è terrorizzato da quello che le persone potrebbero pensare di lui, come è ancor più terrorizzato dai giudizi dei suoi compagni. In particolare è terrorizzato, ma anche affascinato in un certo senso, da un suo compagno, che è un po’ il classico bullo della classe. Nicolas cercherà la sua approvazione, ma non solo: immagina questo suo compagno come un suo amico, immagina di fondare un club segreto con lui, di confidarsi tutti i loro pensieri e sogni; insomma, desidera la protezione di questo ragazzino, una protezione che alla fine del romanzo sfocerà in un desiderio di superiorità nei suoi confronti. Ovviamente Nicolas, per “farsi rispettare” ed essere credibile, racconta al compagno una storia sul padre che pian piano ingigantirà sempre di più, fino a renderla estremamente surreale e simile ad un racconto dell’orrore letto nel suo amato libro “Storie spaventose”. In questo modo, la menzogna crea uno spiraglio, un ponte, tra la fantasia di Nicolas e la vita reale, qualcosa che il bambino poi non riuscirà più a controllare.

Vi riporto qualche frase del libro, giusto per farvi capire i comportamenti di questo bambino, e ancora di più si capisce come Nicolas gode della solitudine, della malattia, del mistero:
” Appoggiato al suo cuscino, infagottato nella coperta come una mummia, Nicholas si sentiva bene. Non si era mai sentito meglio in vita sua. Spero che la febbre durasse abbastanza perché l’indomani fosse lo stesso, e anche il giorno dopo, e tutti gli altri giorni della settimana bianca. Quanti ne rimanevano? Aveva già passato tre notti allo chalet, dovevano mancarne una decina. Dieci giorni malato, dispensato da tutto, portato in braccio da Patrick avvolto nelle coperte, sarebbe stato meraviglioso. Si chiese come fare per mantenere alta la febbre, che stava già scendendo […] adesso che lo credevano sonnambulo, forse la notte sarebbe potuto uscire di nuovo, così da alimentare la malattia e la preoccupazione nei suoi confronti. Bel colpo, la storia del sonnambulismo. Aveva temuto dei rimproveri, invece grazie quella spiegazione non gli rimproveravano niente né gli facevano domande. Casomai lo compativano. Soffriva di un male misterioso, e nessuno sapeva quando si sarebbe ripresentato né come prevenirlo: si, davvero un bel colpo”

Quella che avrebbe dovuto essere una situazione tranquilla, serena, divertente, quale una gita scolastica, si trasforma in un incubo che prima si fa strada esclusivamente nella mente di Nicolas e poi inizia a manifestarsi anche nel reale. La forza di Carrère è stata proprio questa scelta di voler uno sfondo apparentemente sereno, di voler ambientare un romanzo thriller in una situazione di pace. In questo modo l’angosciante, il terrore, il male, si insinua nel quotidiano.

Sicuramente lo stile di scrittura di Carrère non passa inosservato; sono rimasta estasiata nel vedere come questo scrittore ha saputo rendere al meglio i pensieri di un bambino, filtrandoli in un linguaggio estremamente incisivo. Molto spesso quando il protagonista è un infante, o un adolescente, le descrizioni e i pensieri a lui riferiti perdono di autenticità o di spessore, poiché o il lettore si accorge che non sono consoni ad un bambino per il modo in cui sono scritti o, dall’altro parte, si sfocia in uno stile di scrittura banale. Invece Carrère ha saputo fondere la sfera infantile di Nicolas con una scrittura di bellezza disarmante.

Questo romanzo e l’angoscia che mi ha messo addosso mi hanno ricordato un po’ “Abbiamo sempre vissuto del castello” della Jackson, che trovate recensito qui sul blog, altro libro spettacolare per la sua atmosfera terrorizzante e a tratti surreale.
E’ un romanzo inquietante, che lascia con il fiato sospeso il lettore dalla prima all’ultima pagina, che crea una sorta di ansia nel leggerlo; è un thriller psicologico veramente bello, che consiglio a tutti gli amanti del genere, ma anche a chi non ha mai letto nulla di questo tipo. Il bello di questo libro è proprio quest’ansia che cresce nel lettore, dalla prima all’ultima pagina, fino ad arrivare al colpo di scena finale che non è nemmeno un reale colpo di scena perché rimarrà tutto molto ambiguo ma allo stesso tempo limpido (una sensazione veramente strana), si, ho trovato molto angosciante nel complesso anche il finale. E’ inoltre un libro molto breve, si legge in una giornata e, come i più stupefacenti thriller, vi lascia qualcosa di terrorizzante dentro. 

VOTO: 9,5/10

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Fantasy · Recensioni 2017

“The queen of the Tearling” – “The invasion of the Tearling”

Finalmente questa recensione è arrivata!!! Eh si lo so, ci ho messo un pochino per scrivere questa recensione, ma ho da poco iniziato il terzo e ultimo volume di questa saga fantasy e mi è sembrato il momento giusto ( praticamente un “ora o mai più” ) per recensirvi i primi due capitoli.
Sto parlando di una saga fantasy di uscita abbastanza recente, la Saga del Tearling,  composta appunto da tre volumi, che in ordine sono: “The queen of the Tearling”, “The invasion of the Tearling” e “The fate of the Tearling”… Oggi recensisco i primi due volumi, per tornare poi con la recensione del terzo e ultimo (quando e se lo finirò mai ahah).

 

TRAMA “The queen of the Tearling” : Il giorno del suo diciannovesimo compleanno la principessa Kelsea Raleigh Glynn, cresciuta in esilio, intraprende un pericoloso viaggio alla volta del castello in cui è nata per riprendersi il trono che le spetta di diritto. Kelsea è una ragazza determinata che adora leggere e imparare e che somiglia ben poco a sua madre, la fatua e frivola regina Elyssa. Kelsea sarà pure inesperta, ma non è indifesa: al collo porta lo zaffiro di Tearling, un gioiello dagli immensi poteri magici, ed è accompagnata dalla Guardia della Regina, un gruppo scelto di coraggiosi cavalieri guidato dall’enigmatico e fedele Lazarus. Kelsea avrà bisogno di tutti loro per sopravvivere alla cabala di nemici che cercherà di impedire la sua incoronazione con ogni mezzo, da sicari dai mantelli cremisi a tremendi incantesimi di sangue. Nonostante il suo sangue reale, Kelsea è ancora una giovane piena di insicurezze, una bambina chiamata a guidare un popolo e un regno dei quali non sa praticamente nulla. Quello che scoprirà nella capitale, però, cambierà tutto, mettendola di fronte a orrori inimmaginabili. Sarà un gesto semplice quanto audace a gettare il regno nel caos, scatenando la vendetta della tirannica sovrana della vicina Mortmesne: la Regina Rossa, una strega posseduta dalla magia oscura. Kelsea dovrà scoprire di chi fidarsi tra i suoi servitori, i nobili di corte e le sue stesse guardie del corpo. La sua missione per salvare il regno e compiere il suo destino è appena cominciata: Kelsea dovrà affrontare un viaggio alla scoperta di sé stessa e una prova del fuoco che la faranno diventare una leggenda… se solo riuscirà a sopravvivere.

Non vi metto la trama del secondo volume perché può contenere “spoiler”, e dato che è una trilogia voglio evitare di darvi troppe informazioni che potrebbero rovinarvi l’effetto sorpresa. Ma partiamo…

La narrazione inizia con la presentazione della nostra protagonista, Kelsea, che scopriamo presto essere l’erede al trono del regno del Tearling; tuttavia questa ragazza non è mai vissuta nella fortezza di questo regno con sua madre, ma da piccola fu portata in esilio in un cottage sperduto nella foresta ai confini del regno e affidata a due genitori adottivi, Barty e Carlin, che hanno provveduto a crescerla ed educarla, non nascondendole mai la sua vera identità; ovviamente Kelsea non ricorda nemmeno l’aspetto di sua madre, ormai deceduta.
Al compimento del diciannovesimo anno di età, le guardie della regina giungono al cottage con l’intenzione di scortare Kelsea fino alla capitale (Nuova Londra) e prepararla all’incoronazione. Ovviamente la ragazza non è proprio felice di abbandonare la sua vita tranquilla e spensierata, per di più si sente carica di responsabilità e piuttosto impaurita rispetto al suo ruolo di futura regina.
Fin qui, nessuna novità rispetto ai classici romanzi fantasy per ragazzi; tuttavia, un particolare che mi ha sorpreso e che ho apprezzato è come l’autrice ci presenta e ci descrivere la protagonista. Kelsea non è descritta come una ragazza alta, snella, con un viso troppo bello per essere vero, piuttosto ci viene presentata come una ragazza dai tratti comuni, anche un po’ sovrappeso; questo concetto è rafforzato dal fatto che i soldati della guardia reale non hanno nessuna reazione di stupore nel vederla, non sono accecati dalla sua bellezza, anzi sembrano quasi delusi dall’aspetto della ragazza.

Facciamo quindi la conoscenza dei soldati, in particolare di Lazarus, da tutti chiamato Mazza Chiodata, per via della sua arma che custodisce gelosamente, che sarà un personaggio importante e perennemente presente per tutta la durata dei primi due capitoli (e credo anche del terzo, spero!).
Ma perché occorrono numerosi soldati esperti per scortare la principessa alla fortezza? Ovviamente Kelsea ha dei nemici, ancor prima di diventare regina, primo fra tutti suo zio Thomas, attuale reggente del regno del Tearling, nominato tale alla morte prematura della madre di Kelsea, la precedente regina Elyssa; la reggenza dello zio decade proprio al compimento del diciannovesimo anno di età di Kelsea, anche se la protagonista è consapevole che il reggente non abbandonerà la sua posizione facilmente.
Durante il tragitto, che durerà diversi giorni, Kelsea si rende conto delle innumerevoli responsabilità che avrà una volta messo piede nella capitale, e della reale situazione del suo regno. Kelsea scoprirà ben presto dell’esistenza della Regina rossa, quella che sarà la sua nemica per tutta la durata dei primi due romanzi (e del terzo non ne ho idea, perché lo sto leggendo in questo momento), che siede sul trono del Mortmesne, il regno accanto il Tearling; la Regina rossa è una donna malvagia, che come tutti i personaggi cattivi desidera dominare tutti i regni conoscibili o comunque tenerli sotto il suo controllo; è descritta da tutti come una strega che, tramite una magia oscura, non può invecchiare ne morire.
Durante il suo viaggio verso la fortezza Kelsea farà la conoscenza dei membri della guardia reale che a turno le racconteranno numerosi fatti accaduti nel suo regno, in particolare le verrà descritta la precedente invasione del Tearling da parte dei soldati Mort (appunto, i soldati della Regina rossa). Inoltre Kelsea farà la conoscenza di un personaggio in particolare, Fetch, che avrà un ruolo essenziale all’interno della narrazione, che si presenta come un famoso assassino/ladro dall’aria misteriosa, di fatti nessuno ne conosce il vero volto.

Quando Kelsea arriva alla fortezza numerose saranno le sfide e le difficoltà che dovrà affrontare, iniziando proprio dalla sua stessa e legittima incoronazione; nonostante l’educazione ferrea di Carlin in merito alla storia e alla politica del Tearling, Kelsea si renderà conto delle esorbitanti problematiche economiche, sociali, morali (e chi più ne ha più ne metta) che spuntano fuori di giorno in giorno all’interno del suo regno. Tuttavia la ragazza cercherà sempre di agire con benevolenza, e si circonderà di consiglieri fedeli, primo tra tutti Mazza Chiodata, con il quale stringerà un bellissimo rapporto, quasi come fossero padre e figlia.
Nelle settimane successive al suo arrivo nella capitale Kelsea dovrà confrontarsi con le scelte, giuste o sbagliate che siano, prese da sua madre prima della sua preventiva morte, e molto spesso dentro di sé si troverà a mettersi a paragone con lei, a criticarla, a non comprenderla.
Ovviamente la sua nuova posizione di regina cambierà il carattere e le convinzioni della giovane donna, tanto da mettersi perennemente in discussione, tanto da arrivare perfino a voler dare la vita per difendere il suo regno. Ma i nemici della corona sono solo all’esterno o anche all’interno della fortezza? Numerosi saranno i tentativi alla vita di Kelsea, e lei imparerà pian piano a capire di chi fidarsi e di chi invece dubitare, ma cosa più importante imparerà a controllare i suoi istinti spesso dettati dalla rabbia.

Cosa importante da menzionarvi è che Kelsea possiede una collana abbastanza particolare composta da due zaffiri che possiedono poteri magici, poteri che lei riuscirà a capire solo con il tempo, e che non riuscirà sempre a controllare. Sicuramente queste due pietre avranno un significato importante, che spero sarà spiegato nel terzo e ultimo capitolo.
Grazie a queste pietre Kelsea riuscirà a viaggiare nel tempo, più precisamente a vivere intere giornate nel corpo di un’altra donna, Lily, vissuta secoli e secoli prima; questi tuffi nel passato saranno una parte fondamentale soprattuto del secondo libro, e scoprirete come passato e presente si fonderanno, e tutti i pezzi di un puzzle di cui non si capiva nulla nel primo volume della saga inizieranno a ricomporsi.
Tramite la narrazione della vita di Lily, che occuperà buona parte del secondo romanzo, capiamo lo spazio temporale/storico in cui ci troviamo: si prende come riferimento quello che nel libro viene chiamato “Il passaggio”, un fatto storico di cui non si capisce granché fino alla fine del secondo volume, perciò non sarò io a rovinarvi questa sorpresa, anche perché è forse uno dei punti più originali di questi romanzi. Vi dico solo che Kelsea vive in un’epoca che potrebbe essere paragonata a quella medievale, ma in che epoca siamo esattamente? Siamo nel passato o nel futuro? Il mondo di Kelsea è parallelo al nostro mondo contemporaneo?

Sicuramente una cosa che ho apprezzato molto di questo romanzo è il fatto che la protagonista ha sembianze umane… Mi spiego meglio: non è uno di quei personaggi costruiti sull’idea di perfezione che nella realtà non esiste, ma Kelsea è una ragazza assolutamente comune, non solo nell’aspetto fisico (scelta molto originale a parer mio quella di descrivere la protagonista con dei difetti comuni) ma anche per quel che riguarda il suo carattere. Ha dei difetti, come tutti noi, e soprattuto ha dei limiti; non è descritta come una sovrana invincibile, come quella persona a cui vengono le idee brillanti e risolutive all’ultimo secondo, è semplicemente umana.
Nel conoscerla, man mano che leggevo il primo libro e poi anche il secondo, mi rendevo sempre più conto di quanto Kelsea potrebbe assomigliare ad ognuno di noi, perché vedevo in lei le stesse difficoltà che tutti noi potremmo avere nel prendere qualsiasi decisione. Lei non affronta le situazioni con naturalezza e sicurezza, ma è logorata da sensi di colpa, dubbi, paure, cerca continuamente l’appoggio e il consiglio dei suoi soldati e delle persone che ha intorno; tenta continuamente l’approvazione di tutti, quasi come se cercasse di rendere fieri i suoi genitori adottivi, i suoi soldati, le persone che credono in lei.
E in tutto questo mare di dubbi, Kelsea si dimostra una giovane estremamente determinata e molto astuta; non si farà mai abbindolare da niente e da nessuno, rimarrà ferma sul suo ruolo di proteggere il Tearling; inoltre crescendo diventerà molto coraggiosa, sempre meno intimorita dalle difficoltà che dovrà affrontare ogni giorno. Pagina per pagina, vediamo come la Kelsea, da ragazzina del cottage, diventerà una donna e una regina, quindi assistiamo alla vera e propria crescita e maturazione di questo personaggio, che sembra appunto crescere insieme al lettore.
Veramente è una delle poche protagoniste donne che ho amato dalla prima all’ultima pagina, almeno in questi primi due capitoli.

La storia è narrata da più punti di vista, di cui quelli di Kelsea sono i predominanti ovviamente, ma questa impostazione mi ha permesso di inquadrare la storia al meglio, quindi è una scelta che ho piuttosto condiviso e apprezzato. Lo stile di scrittura è lineare, semplice, molto scorrevole, di stampo piuttosto descrittivo; il fatto di trovare intere pagine colme esclusivamente di descrizioni di persone, luoghi, fatti, è qualcosa che può piacere o meno, in dipendenza di ciò che siamo abituati a leggere o ciò che ci risulta meno noioso. A proposito di questo, ho trovato il secondo libro (soprattuto la prima parte) piuttosto lenta rispetto al primo libro, infatti la lettura di questo volume è andata più a rilento.

Un altro punto di cui voglio parlarvi sono i contenuti che troviamo all’interno di questo libro: non il un semplice racconto di come Kelsea riconquista il trono e di come regna sul Tearling, ma all’interno nella narrazione troviamo numerosi temi importanti trattati velatamente, tuttavia non superficialmente. Primo fra tutti, che emerge nel secondo romanzo, è il ruolo della Chiesa come istituzioni, ma si affronta anche il tema dell’omofobia e dell’omosessualità, quello dell’emancipazione femminile e della violenza sulle donne. Insomma, nonostante stiamo parlando di un romanzo di base fantasy, emergono numerosi argomenti attuali e ricorrenti nei secoli. In più, questo libro ha una forte componente morale, infatti fa presente al lettore l’importanza della lealtà, delle responsabilità che un re o una regina hanno verso il popolo, l’importanza del popolo stesso, e tutti questi richiami ad una società migliore non sono tanto distanti dal nostro ideale di Stato moderno; ho trovato l’intera costruzione di questo romanzo ricca di insegnamenti. Per farvi capire meglio, potremmo benissimo applicare le leggi del Tearling e le indicazioni di Kelsea all’interno della nostra società contemporanea.

Andiamo ora a parlare brevemente dell’aspetto estetico del libro in sé: è bellissimo!!! Si, come descrizione è molto breve ahah… All’interno del libro troviamo delle illustrazioni stupende che raffigurano particolari scene descritte all’interno della trama, e questa è forse una delle poche scelte che non ho condiviso perché rende molto “infantile” questa pubblicazione, ma è solo un mio parere.

Come avrete capito questi due libri mi sono piaciuti veramente tanto, più il primo che il secondo, ma solo perché quest’ultimo mi è risultato leggermente più noioso, ma l’intera storia è molto avvincente. Il fatto di non capire nulla fino a metà del secondo volume è per quanto mi riguarda un punto di forza, perché il dubbio stimola la curiosità ed è proprio la curiosità che ci invita a proseguire le lettura. Nel primo volume ci forniscono milioni di informazioni riguardanti ogni aspetto della narrazione, su Kelsea, sul Tearling, sul tempo in cui ci troviamo, sui zaffiri, insomma su qualunque cosa; nel secondo volume si inizia a capire qualcosa, ma comunque ci sono cose importanti della storia che spero verranno trattate ampiamente nel terzo e ultimo capitolo della trilogia.
Questa scelta dell’autrice di non fornire informazioni definitive fino alla fine è una scelta molto astuta e che io ho condiviso, perché in questo modo il lettore è spinto da una naturale curiosità a continuare la lettura della trilogia per avere tutte le risposte; questa non è una cosa scontata, ho letto molte trilogie e saghe che perdevano di entusiasmo man mano, perché risultavano poco originali e di poca fantasia.
Il mondo creato dalla Johansen è veramente complesso, come ho detto prima passato presente e futuro si mescolano e si confondono, e non si riesce mai a capire in che epoca siamo, perché le descrizioni ci portano a pensare una cosa e poi determinati particolari ci insinuano il dubbio. L’autrice ha preso una scelta di trama azzardata, ma ha creato un mondo veramente originale, per nulla scontato, e mi rendo conto di quanto possa essere stato complicato rendere tutto credibile e finemente intrecciato, ma posso dire che la Johansen è riuscita a incastrare tutto brillantemente.

Io non leggo molti libri fantasy, anzi oserei dire che non leggo proprio libri fantasy, ma mi sono imbattuta in questo perché rapita completamente dalla copertina, e non mi pento assolutamente di aver speso abbastanza per questa trilogia (perché costano 20€ l’uno); non vedo l’ora di concludere il terzo e ultimo volume, “The fate of the Tearling”, e ovviamente ho altissime aspettative in esso. Consiglio questo libro a tutti, grandi e piccoli, perché può essere considerato un fantasy alla Harry Potter, un fantasy senza età. Il punto forte di questa trilogia è secondo me il mix perfetto tra romanzo storico e romanzo fantasy che la caratterizza, oltre all’estremo caratterizzazione di tutti i personaggi, non solo quello della protagonista.
Leggete il primo volume e vedrete che ne rimarrete letteralmente rapiti !

VOTO: 8/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

L’altra figlia

Oggi torno finalmente con una nuova recensione di un libro di appena 80 pagine ma che vale la pena leggere tutto di un fiato; sto parlando di “L’altra figlia” di Ernaux, edito da una casa editrice di cui non ho mai sentito parlare, l’Orma.

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TITOLO: L’altra figlia
AUTORE: Annie Ernaux
EDITORE: L’orma
PAGINE: 81
PREZZO: 8,50€

TRAMA: In un’assolata domenica d’estate una bambina ascolta per caso una conversazione della madre, e la sua vita cambia per sempre: i genitori hanno avuto un’altra figlia, morta ancora piccola due anni prima che lei nascesse. È una rivelazione che diviene lo spartiacque di un’infanzia, segna il destino di una donna e di una scrittrice, e infiamma l’intensa prosa di questo romanzo breve. «Per lasciarsi alle spalle il fuori fuoco del vissuto» Annie Ernaux intraprende una lettera impossibile a quella sorella sconosciuta. Rivivono così i sensi di colpa e i moti d’orgoglio, le curiosità taciute e le inconfessabili gelosie, il peso del confronto e il privilegio di essere amata. Ancora una volta la grande autrice francese intesse una prodigiosa corrispondenza di sensi tra vivi e morti, scolpendo in una scrittura perfetta la storia di una relazione fragile, preziosa e irrimediabile come ogni esistenza umana.

Parto con il dire che questo è un libro che non si può descrivere a parole ma si deve assaporare in ogni sua frase, perché non è tanto la storia così interessante quanto le sensazioni intrinseche in ogni parola usata dall’autrice.

Questa non sarà una vera e propria recensione, perché questo libro non ha una trama come tutti noi lettori la intendiamo, ma tutto il racconto ruota intorno ad un argomento, ad una parte della vita dell’autrice, ed è semplicemente un susseguirsi di pensieri, emozioni, dubbi, paure, che l’Ernaux scrive come se stesse scrivendo il proprio diario segreto. Quindi questo libro non è un racconto, non è nemmeno un’autobiografia a dispetto di ciò che pensavo quando l’ho comprato, ma è una lettera piuttosto intima che l’autrice scrive alla sorella. Una sorella che non ha mai conosciuto. Una sorella di cui i genitori non le hanno mai parlato. Morta all’età di sei anni.
E’ stato un po’ strano leggere i pensieri intimi dell’autrice, pagina dopo pagina mi sembrava di essermi infilata di soppiatto dentro di lei e di star rubando qualcosa dal suo cuore; l’autrice ci rende partecipi del suo stato di confusione, del suo senso di colpa, della sua velata sofferenza.
Sono fermamente convinta che la difficoltà più grande che può incontrare uno scrittore è quella di mettersi a nudo, scrivere di se stesso senza veli ne coperture, semplicemente aprendo il suo cuore al pubblico, cosa non facile; e su questo punto di vista l’autrice è riuscita a raccontare e raccontarsi attraversando il mio cuore e tenendomi incollata alle pagine del libro, nonostante non ci fosse una vera e propria trama.

Ma passiamo alla storia che l’autrice ci racconta: durante la sua infanzia l’Ernaux ascolta per caso il dialogo tra la madre e una sua amica, in cui viene rivelata l’esistenza di sua sorella, morta da bambina due anni prima della sua nascita; questa notizia ovviamente sconvolge l’autrice, tanto da farsi numerose domande, tanto da paragonarsi o mettersi in confronto con questa sorella mai conosciuta. Cosa importante è che l’Ernaux non dirà mai nulla ai suoi genitori, né che è a conoscenza dell’esistenza di una sorella né chiederà mai informazioni su di lei.

“Ma tu non sei mia sorella, non lo sei stata. Non abbiamo mai giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. […] Tu sei la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto”

“Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estense dei miei dieci anni. Nata e morta in un racconto”

L’autrice non considererà mai questa sorella una vera e propria sorella, semplicemente perché non l’ha mai conosciuta, e per di più i genitori non le hanno mai raccontato nulla di lei; la notizia le è semplicemente piombata addosso in un pomeriggio d’estate, e tutto quello a cui credeva riguardo la sua famiglia è diventato falso.

“C’era un’altra comparsa dal nulla. Tutto l’amore che credevo di ricevere era dunque falso […] Può darsi che mi opponessi a credere alla tua esistenza, che preferissi sopprimerla”

Ovviamente il primo sentimento che nasce in una bambina è quello della gelosia, una gelosia che l’autrice neanche si spiega, poiché la prova per una persona che non esiste più, che nemmeno conosce.
In questo quadro di gelosia, di domande del tipo “sei stata meglio di me?”, la bambina, poi adolescente, poi donna, preferisce non parlare di ciò che ha scoperto, di non informare i genitori di ciò a cui era venuta a conoscenza, perché?
In prima battuta sceglie di non dire nulla per paura che, parlandone, potesse venir fuori la differenza tra le due bambine e che i genitori potessero far trasparire una preferenza per la figlia morta piuttosto che per quella viva; quindi sceglie di sopprimere l’idea dell’esistenza di questa sorella, ma si rende conto ben presto che il pensiero di questa bambina, di sua sorella, la seguirà per il corso di tutta la vita.
Durante la sua crescita, l’autrice considererà la morte della sorella come una sorta di scambio, per il fatto che i genitori le ripetevano spesso che avrebbero potuto crescere un solo figlio (per ragioni economiche suppongo); perciò l’Ernaux arriva alla conclusione che era necessaria la morte della sorella per far vivere lei (pensiero alquanto macabro, vero?), tutto ciò solo per trovare una spiegazione a questa vicenda, una sorta di giustificazione alla morte di una bambina così piccola.

“Tu, la figlia buona, la piccola santa, non sei stata salvata, io, un demonio, ero ancora viva. Più che viva, miracolata. Bisognava dunque che tu morissi a sei anni affinché io potessi venire al mondo ed essere salvata”

Così l’autrice scopre la sua vocazione per la scrittura, e grazie a questo pensiero riesce a rialzarsi durante i momenti bui della sua vita (che ci descrive a malapena), solo pensando al fatto di non poter sprecare la sua vita, perché la vita della sorella era stata donata per far vivere lei.

“Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza”

In questo modo, la notizia dell’esistenza di una sorella cambia i pensieri e la vita dell’autrice. La scoperta di questa sorella cambia anche il rapporto che l’autrice ha con i suoi genitori, che ora vede in funzione delle ipotetiche differenze tra lei e la sorella defunta; perciò l’Ernaux in un primo momento esclude il pensiero della sorella dal quadretto familiare, solo per una sorta di gelosia nei confronti dei propri genitori, ma durante la sua crescita comprende che il silenzio dei genitori riguardo alla loro prima figlia era dato dal dolore che non avevano mai smesso di provare.

“Con il silenzio proteggevano anche se stessi. Proteggevano me. Ti mettevano fuori dalla portata della mia curiosità, che li avrebbe torturati. Ti conservavano per loro, in loro, come dentro un tabernacolo in cui mi impedivano di entrare. Eri il loro sacro”

Così, tra le pagine di questa commovente lettera che l’autrice dedica alla sorella defunta, il termine “l’altra” figlia chi ha come soggetto? Con “l’altra” si intende l’Ernaux o sua sorella? Non vi resta che leggere questo libro per capire come l’autrice finirà per sentirsi rispetto a questo fantasma del suo passato.

C’è da dire che la bellezza di questo racconto è incentrata tutta sul carico emotivo di ogni parola che l’autrice usa per descriversi, e la cosa che mi ha sorpreso è che la narrazione non è rimasta distante da me, ma piuttosto mi sono sentita parte dei sentimenti dell’autrice. Trattandosi di un argomento così personale, e così poco “giudicabile” esternamente, avevo paura di annoiarmi o di rimanere estranea a ciò che l’Ernaux mi stava raccontando, semplicemente perché non avrei potuto comprendere i suoi sentimenti non avendo vissuto la medesima esperienza; invece lo stile di scrittura è talmente coinvolgente ed estremamente intenso, a tratti quasi angosciante, che mi sono sentita parte integrante della vita dell’autrice.

Nonostante la brevità di questo racconto, è un libro ricco di contenuti, intenso, commovente; mi ha ricordato per certi versi “Perché essere felice quando puoi essere normale” di Winterson (che trovate recensito sul blog), poiché entrambi le autrici usano la scrittura come mezzo per trovare la serenità, come una sorta di momento catartico per risolvere i loro problemi interiori, per scacciare i fantasmi del passato.
Consiglio questo libro a tutti, anche perché è talmente breve e talmente incisivo che lo leggerete in un paio d’ore ma vi rimarrà dentro per sempre; sicuramente leggerò altro di quest’autrice.

VOTO: 8/10

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Recensioni 2017 · Romanzi rosa

Il problema è che ti amo

Torno con una nuovissima recensione di un libro che non mi sarei mai aspettata di leggere, invece…. E’ successo, ma il punto è: me ne sarò pentita? Leggete la recensione per scoprirlo!

Il libro in questione è “Il problema è che ti amo” di Jennifer L. Armentrout, autrice di young e new adult; cercavo un libro poco impegnativo, e spinta dalle numerose recensioni positive (e anche dalla copertina stupenda, ammetto ahah) mi sono convinta ad acquistarlo.

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TITOLO: Il problema è che ti amo
AUTORE: Jennifer L. Armentrout
EDITORE: Nord
PAGINE: 440
PREZZO: 16,90€

TRAMA: Da quattro anni, il silenzio è lo scudo che la protegge dal resto del mondo. Circondata dall’affetto dei nuovi genitori adottivi, Mallory Dodge ha cercato di superare i traumi del passato, di convincersi di non avere più bisogno di essere invisibile, ma le cicatrici dell’anima bruciano ancora e non le permettono di dimenticare. Ecco perché dover frequentare l’ultimo anno di liceo in una scuola pubblica, dove sarà costretta a uscire dal guscio, la terrorizza. Tuttavia è proprio a scuola che accade l’inaspettato: tra i suoi nuovi compagni c’è Rider Stark, l’unico raggio di sole nella sua infanzia da incubo, il ragazzo che in più di un’occasione l’ha protetta dalla violenza del padre affidatario. Rider però è cambiato: ha un atteggiamento arrogante, una pessima reputazione e pare che sia invischiato in una rete di cattive compagnie. Anche se, dietro quella maschera da sbruffone, Mallory riconosce ancora il suo eroe d’un tempo… un eroe per di più molto affascinante. Eppure gli anni trascorsi lontano da Mallory hanno segnato profondamente Rider, che ben presto si troverà davvero nei guai. E Mallory sarà la sola a poter fare la differenza. Ma riuscirà a far sentire la propria voce e a battersi per il ragazzo che ama, o la paura la farà tacere per sempre?

Allora, partiamo con il dire che è ovviamente uno young adult, e in generale detesto questi libri, più che altro perché avendo superato i 20 anni le storie mi risultano un po’ banali, e sono sicuramente più adatte ad una lettrice (o lettore) più giovane.
La protagonista di questa storia è Mallory, una ragazza con un’infanzia molto difficile, che è stata adottata da un po’ di anni (non ricordo se 3 o 4) da una coppia di medici, due brave persone.
La narrazione inizia con la nostra protagonista che deve affrontare il primo giorno di scuola, perché fino a quel momento seguiva lezioni private da professori che si recavano a casa sua; ovviamente si capisce subito che Mallory è una ragazza molto timida, molto riservata, taciturna, insomma terrorizzata dall’idea di relazionarsi con altre persone all’infuori dei suoi genitori adottivi e della sua migliore amica (di cui non ricordo il nome, ma non è importante).

Mallory, appunto terrorizzata dal fatto di trovarsi in mezzo a tantissimi coetanei, inizia la scuola e chi incontra immediatamente (neanche il tempo di metter piede il classe praticamente)? Rider.
Chi è questa persona? Allora, Rider è uno bambino con cui Mallory “ha condiviso” una delle sue famiglie affidatarie, quando entrambi erano bambini; ben presto scopriremo che entrambi hanno vissuto esperienze di maltrattamenti e abusi da parte di questa coppia di genitori affidatari, e che questa cosa li ha profondamente segnati. Appena Rider nota Mallory incomincia a chiamarla “Pesce” (si esattamente così, pesce -.-). Rider è ovviamente il ragazzo perfetto, muscolo, bellissimo, con aria da duro, ma anche gentile… insomma la solita solfa, il ragazzo inesistente; cosa fondamentale però è che Rider è stato (e sarà anche) il suo eroe, il suo protettore, dato che da bambino spesso difendeva Mallory dall’ira dell’uomo a cui erano affidati, quindi in sostanza si prendeva le botte al posto suo.

Facciamo un passo indietro, perché ci sono vari appunti che vorrei fare: premettendo il fatto che è veramente scontato, come tutti i libri di questo genere, il fatto che questi due si rincontrano dopo anni e anni proprio nella stessa classe e proprio durante il primo giorno di scuola di Mallory, ma sinceramente questo cliché è la cosa che mi ha meno sconcertato.
La cosa che mi ha veramente infastidito (e siamo solo a pagina, non so, trenta) è la banalità di questo incontro, ovvero il modo in cui l’autrice descrive l’intera scena; ma veramente due ragazzi che hanno vissuto un’esperienza così traumatica che gli ha rovinato la vita praticamente, si rincontrano dopo quasi cinque anni e lui la chiama pesce e lei praticamente lo ignora?
Ma poi, una domanda: come è venuto in mente all’autrice o al traduttore (non so di chi sia la colpa) di creare un soprannome del genere?, il tutto solo per rimarcare l’idea che Mallory ha problemi a socializzare, a parlare, ma io oserei dire addirittura ad emettere qualsiasi parola. Si, perché Mallory non riesce proprio a parlare, ma neanche a rispondere a domande semplici del tipo “come stai?”, “come ti chiami?”, e ogni volta questa cosa ci viene descritta come un’atroce sofferenza, un qualcosa di insuperabile, l’ansia la divora, diventa paonazza, e altre cose surreali che nemmeno ricordo. L’esagerazione.
Sinceramente mi ha dato alquanto fastidio la banalità con cui si affrontano temi così delicati come gli abusi minorili, e il tutto si è ridotto al (finto) problema insuperabile: l’afonia di questa ragazza. Sono arrivata a pensare al fatto che il vero protagonista di questo libro sono le parole non pronunciate da Mallory; intere ed intere pagine sprecate a descrivere la sua ansia nel rispondere a qualsiasi domanda, veramente una cosa esageratissima.

Torniamo alla narrazione… I due si incontrano e noi già sappiamo che tra loro scatterà l’amore eterno, ma entrambi sono problematici, entrambi combattono con il passato, insomma le solite turbe mentali dei protagonisti dei young adult. Il passato di maltrattamenti in questo contesto diviene esclusivamente una scusa per l’impossibilità di far funzionare questa coppia, una cosa che ho trovato veramente squallida.
Non vado avanti con la storia perché non saprei come raccontarvi gli avvenimenti che si succedono, anche perché tutto ciò che accade è intervallato da due cose: flashback senza senso che ci descrivono momenti che Mallory e Rider hanno vissuto nella casa della coppia di psicopatici alcolisti, e l’ansia di Mallory nell’emettere qualsiasi suono.
Il motivo del silenzio cronico della protagonista lo scopriremo solo alla fine, e l’autrice ci giustifica il tutto con una motivazione talmente banale e scontata (e soprattuto talmente insensata) da lasciarci veramente allibiti. Perché io capisco tutto, capisco i maltrattamenti psicologici che possono mutare irreversibilmente il carattere di una persona, ma non capisco la scelta di mostrare gli “effetti” di questi soprusi utilizzando l’incapacità di parlare. Non so se mi sono fatta capire a pieno, ma intendo che la reazione di una ragazza ai maltrattamenti non può essere riassunta e limitata all’afonia, è veramente un sminuire l’importanza di questo tema.

Ovviamente dall’altro canto, Rider è il ragazzo perfetto, gentile e disponibile, una cosa veramente stucchevole dall’inizio alla fine; ma la cosa che mi ha veramente innervosito è il fatto che Rider tratta Mallory come una perfetta idiota, non con cattiveria ma piuttosto con un atteggiamento paternalistico e asfissiante.
Io comprendo che questi due ragazzi da piccoli hanno vissuto una situazione tragica, e comprendo il fatto che Rider abbia difeso Mallory che era solo una bambina all’epoca, ma non comprendo assolutamente il motivo per il quale Mallory, alla veneranda età di diciassette/diciotto anni, deve aver necessariamente bisogno di Rider per fare qualsiasi cosa.
Questa concezione che una donna non riesce a superare nulla da sola, non senza l’aiuto di un uomo affianco, del classico principe azzurro delle favole, è qualcosa di estremamente maschilista ed estremamente medievale; e quando vedo questi concetti trasparire da un libro che dovrebbe essere destinato ad adolescenti, rimango allibita e anche un po’ schifata. Questa autrice ha fatto intendere che una donna (in questo caso una ragazza) ha bisogno dell’appoggio di un uomo (in questo caso un ragazzo) per superare i suoi traumi infantili e i suoi problemi. No, è sbagliato, perché questa storia ci dovrebbe insegnare piuttosto a superare le cose da soli, senza “dipendere” da qualcuno, ma trovando la forza interiore nonostante le difficoltà; e soprattuto l’insegnamento che dovrebbe dare una storia di questo tipo è proprio il sapersi difendere da soli, senza aver bisogno di un eroe affianco che parla per noi.
Vedremo certamente il cambiamento di Mallory, che cresce pagina per pagina, ma sempre e solo con l’aiuto e l’appoggio di Rider, che sembra vivere esclusivamente per lei.

Questa storia aveva buone premesse, al di là della banalità della storia d’amore in se per se; ho apprezzato il fatto che l’autrice ha voluto scrivere di un tema così delicato come la violenza domestica su minori, il problema grosso è che è stato trattato in maniera dozzinale e superficiale. Avrei preferito vedere la protagonista superare le sue difficoltà passo per passo, senza l’aiuto del “principe azzurro” e senza le diecimila paranoie sul fatto di parlare, una cosa che ho trovato alquanto forzata e surreale.
La cosa che sicuramente ho detestato di più è il fatto che il maltrattamento psicologico e fisico sui minori da parte delle famiglie affidatarie non è stato per niente sviscerato in maniera matura e critica, ma è stato solo un modo per giustificare il rapporto travagliato tra questi due ragazzi, insomma per dare un tocco di “emozione” in più a questa storia, ed è una cosa veramente sbagliata. Se si decide di affrontare temi delicati come questi, ci si deve prendere la responsabilità di poterli trattare per far capire al lettore l’importanza di denunciarli, anche se si tratta di una “denuncia” in un libro destinato a giovani (anzi, ancor di più se è un libro destinato ai giovani).

Come avrete capito questo libro non mi è piaciuto e non lo consiglio a nessuno, perchè ci sono due modi per interpretare questo libro: se si considera e se si cerca una lettura leggera e rilassante non è sicuramente il libro adatto a questo scopo, perché è tutto un susseguirsi di problemi, paranoie, ricordi di soprusi, insomma è tutto eccetto che rilassante; se invece lo si vuole considerare come una lettura emozionante e ricca di contenuti importanti, come può essere stato per me “L’incastro (im)perfetto” di Hoover per esempio, non è un libro che vi consiglierei perché tutta la storia è affrontata con superficialità e banalità e la parte potenzialmente interessante, cioè quella che metteva in risalto la condizione di turbamento e gli effetti psicologici devastanti dei ragazzi vittime di soprusi, è stata eclissata completamente da una stupida storia d’amore non diversa da tutti gli altri young adult che circolano nelle librerie.

PS: Spezzo una lancia a favore di questo libro, la copertina è veramente veramente bellissima 🙂

VOTO: 5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Exit West

Oggi vi propongo la recensione di un libro uscito ad Aprile del 2017, e decantato da molti come uno dei capolavori letterari di quest’anno, ovvero “Exit West” di Hamid, edito Einaudi.
PS: Una parentesi futile, ma la copertina è veramente stupenda, Einaudi non delude mai 🙂

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TITOLO: Exit West
AUTORE: Mohsin Hamid
EDITORE: Einaudi 
PAGINE: 152
PREZZO: 17,50€

TRAMA: Saeed è timido e un po’ goffo con le ragazze: così, per quanto sia attratto dalla sensuale e indipendente Nadia, ci metterà qualche giorno per trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma la guerra che sta distruggendo la loro città, strada dopo strada, vita dopo vita, accelera il loro cauto avvicinarsi e, all’infiammarsi degli scontri, Nadia e Saeed si scopriranno innamorati. Quando tra posti di blocco, rastrellamenti, lanci di mortai, sparatorie, la morte appare l’unico orizzonte possibile, inizia a girare una strana voce: esistono delle porte misteriose che se attraversate, pagando e a rischio della vita, trasportano istantaneamente da un’altra parte. Inizia così il viaggio di Nadia e Saeed, il loro tentativo di sopravvivere in un mondo che li vuole morti, di restare umani in un tempo che li vuole ridurre a problema da risolvere, di restare uniti quando ogni cosa viene strappata via. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane. In un certo senso Hamid ha ripetuto per l’oggi quello che i classici dell’Ottocento, ad esempio Guerra e pace, hanno sempre fatto: raccontare l’universale della Storia attraverso il particolare dei destini individuali, riportare ciò che è frammentario, l’esperienza del singolo, alla compiuta totalità dell’umano.

A dir la verità, quando ho letto la trama questo libro mi aveva già conquistato ampiamente, ma quando ho iniziato a leggerlo… Mi ha fatto veramente innamorare.
Ultimamente vi sto recensendo tutti libri stupendi, vero?
O meglio, la storia è originale e ben sviluppata, ma quello che mi ha più rapito di questo libro è lo stile di scrittura dell’autore, che in realtà non so nemmeno spiegarvi.
Mi ha ricordato leggermente lo stile di scrittura di McCarthy (dico leggermente perché non posso metterli sullo stesso piano, dato che McCarthy è uno dei miei scrittori preferiti); Hamid non compone periodi lunghi, e non è prolisso, ma nel suo modo sintetico di scrivere è molto incisivo, caratteristica che personalmente amo.

Ma veniamo alla storia.. Siamo in un paese non specificato, in un epoca non specificata, e in piena guerra civile; e in questo tumulto di bombardamenti e clima di terrore, due giovani ragazzi, Nadia e Saeed, si innamorano. Due personalità completamente diverse, in quanto Saeed si presenta come un ragazzo pacato, religioso ed estremamente legato alle tradizioni del suo paese e alla sua famiglia, e Nadia invece come una ragazza emancipata, che ha trovato la forza di scappare dalla sua famiglia piuttosto conservatrice e che indossa la tunica nera solo per evitare commenti volgare dei ragazzi.
Questo, insieme ad altre piccoli particolari, mi hanno fatto pensare che la storia è ambientata in una qualche città araba, tuttavia l’autore non ce lo specificherà mai.

“Adesso nella città il rapporto con le finestre era cambiato. La finestra era il confine attraverso il quale era più probabile giungesse la morte. Le finestre non costituivano una protezione neanche dai proiettili più fiacchi: qualunque locale con una vista sull’esterno poteva essere preso in mezzo dal fuoco incrociato”

Come si nota da questa frase riportata, tutti i cittadini vivono costantemente in un clima di terrore, in cui nessuno può permettersi la serenità, in cui tutti sono probabili vittime. Le finestre erano visti solo come oggetti pericolosi: in qualunque bombardamento potevano trasformarsi in piccole schegge che ferivano o uccidevano persone; la cosa più prudente era proprio rimuovere le finestre da ogni casa, ma era inverno e le persone temevano il gelo. Questa descrizione riferita alla finestre mi ha messo i brividi, perché per quanto sia un particolare banale, rende a pieno il concetto di terrore e di precarietà che avvolge questa città in piena guerra.

Spaventati dai continui bombardamenti, dai posti di blocco dei militari e dai coprifuochi, questi due giovani hanno una speranza, infatti nella città si inizia a spargere una voce strana: esistono delle porte che portano ad altri paesi, porte che permettono una via di fuga dalla guerra. Qualunque porta può trasformarsi in una porta “magica”, improvvisamente, in qualunque momento.
Purtroppo anche in questo spiraglio di speranza un lato negativo c’è sempre: attraversando la porta non si è consapevoli di dove si uscirà, quindi è un po’ un salto nell’ignoto, un lasciare qualcosa e non sapere cosa si troverà dall’altra parte.
Ma a Saeed e Nadia non interessa, e con tutte le loro paure e i loro dubbi ragionano solo su una frase: ovunque è meglio di qui, dove la morte è certa.

“Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese”

“Quasi tutte le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure tutti avevano incominciato a guardare le proprie porte in modo un po’ diverso”

La porta diventa simbolo di speranza, del profondo desiderio di fuggire, di mettersi in salvo. La guerra provoca questo: paura, terrore, instabilità.
Le persone sono pronte a lasciare il loro paese alle spalle, le loro case, le loro tradizioni, e a volte anche i loro affetti, per cosa? Per un luogo sconosciuto, spinti solo dalla speranza di trovare qualcosa di meglio, perché in realtà qualunque posto è meglio di un posto dove domina la guerra.

Ovviamente, Nadia e Saeed attraverseranno una di quelle porte, e questa loro scelta li porterà ad abbandonare il loro paese e viaggiare da soli, ma soprattuto a cavarsela da soli. Impareranno a trovare il lato migliore in qualunque situazione, impareranno a difendersi da chi in realtà vuole solo levargli quel poco che hanno, impareranno a fidarsi di pochi fino ad arrivare a dubitare anche l’uno dell’altra. E tutto questa situazione di precarietà, di paura, porterà ad un profondo cambiamento del loro rapporto; si avvicineranno, si proteggeranno l’un l’altro, ma allo stesso tempo perderanno la serenità e la spontaneità che li caratterizzava, tanto da arrivare a non riconoscersi più.

Quindi in definitiva di cosa parla questo libro? Di un tema piuttosto delicato e anche attuale, l’immigrazione. Hamid ci rende consapevoli di quello che si prova stando dall’altra parte, fin dove si può spingere un uomo per sopravvivere e per trovare la sua serenità. Siamo tutti bravi a giudicare l’altro senza tuttavia mettersi veramente nei panni dell’altro, e nessuno si chiede mai “cosa farei io?”. Non starò qui ad aprire un dibattito di attualità rispetto a questo argomento, ma sicuramente questo è un libro che mi ha aperto la mente e sopratutto il cuore. Lo scrittore è stato tanto bravo da trasmettermi questo senza di precarietà che Nadia e Saeed hanno dentro, e leggendo ogni riga di questo romanzo mi sono resa conto di quanto posso ritenermi fortunata ad avere un tetto sopra la testa e una vita serena. Forse è proprio questo l’intento di Hamid, renderci tutti parte della stessa condizione umana, perché come scrive:

“Siamo tutti migranti attraverso il tempo”

Perché anche se si rimane per tutta la vita in una stessa casa, in una sola città, ci si rende comunque conto del cambiamento, di come i propri vicini di casa cambiano di anno in anno, di come le persone crescono e invecchiano, di come noi stessi cambiamo stando sempre nello stesso posto.
E ad un certo punto ci viene descritta la situazione di questa anziana signora, che si rende conto di come il suo quartiere sia pieno di gente straniera e di come lei non riconosce più nemmeno la casa dove è vissuta per tutta la vita.

“L’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo”

Hamid ci fa capire come emigrare non deve essere per forza visto come un qualcosa di negativo, e soprattuto che il termine “emigrare” non è solo riferito a chi lascia il paese di origine, ma anche chi assiste appunto al cambiamento che lo circonda. E in questi termini l’emigrazione diventa solo una delle tante sfaccettature del cambiamento che caratterizza tutta l’umanità da sempre. Si finisce così con il non riconoscere più chi è straniero e chi non lo è, chi è nato in una determinata città e chi invece ci è arrivato tramite una porta. La porta è semplicemente una metafora per farci rendere conto del cambiamento, di come le persone, le tradizioni, le etnie, le lingue, si mescolano tra loro.
Hamid con questo romanzo, senza risultare politicamente a favore o meno dell’immigrazione, ci fa aprire gli occhi e ci rende consapevole di cosa vuol dire veramente lasciare il paese di origine senza sapere nulla del proprio futuro.

“In quella massa di gente tutti erano stranieri, e quindi in un certo senso nessun lo era”

Questo libro mi è piaciuto molto, anche se devo dire che sicuramente non è un libro adatto a chiunque soprattuto per il tipo di scrittura che può risultare in alcuni tratti pesante, tuttavia lo consiglio a chiunque perché la bravura di Hamid è stata proprio quella di trattare un argomento così delicato in maniera non politica, non polemica, ma sicuramente incisiva.
La lettura di questo libro mi ha fatto mettere in discussione le idee che avevo riguardo questa tematica attuale, e penso che quando la lettura (di qualsiasi cosa) mette in discussione le proprie idee è sempre positivo.
Sicuramente l’autore è stato molto abile nel trasmettermi le emozioni dei due protagonisti, le loro paure, e soprattuto mi ha lasciato uno strano senso di vuoto dentro, un senso di solitudine, cosa che era forse l’intento principali di Hamid.
Nadia e Saeed sono costantemente preoccupati di ciò che accadrà il giorno dopo, vivono giorno per giorno ma hanno il terrore di non riuscire a vedere un futuro sereno, e questa cosa mi ha  toccato nel profondo; tuttavia ho amato il fatto che nonostante le loro paure, nessuno dei due abbandonerà mai la speranza di essere felici, ed entrambi si proteggeranno a vicenda pur essendo consapevoli della situazione che vivono.

Consiglio questo libro a tutti, tanto che secondo me dovrebbe essere materiale di dibattito a scuola, perché credo che tutti possiamo imparare molto da questo romanzo.

VOTO: 8,5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Eureka street

E’ da quando ho aperto questo blog che voglio parlarvi di questo libro, mi sono sempre ripromessa di farlo ed è arrivato il momento. Stiamo parlando di ” Eureka street ” di Wilson, scrittore irlandese che mi ha pienamente conquistato.

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TITOLO: Eureka street
AUTORE: Robert McLiam Wilson
EDITORE: Fazi
PAGINE: 388
PREZZO: 18,50€

TRAMA: Belfast, Irlanda del Nord, 1994. In una città ridotta a un campo di battaglia, Chuckie e Jake, protestante il primo, cattolico l’altro, sono legati da profonda amicizia. Chuckie, antieroe grasso e sempliciotto, riesce a compiere mirabolanti imprese commerciali grazie a progetti tanto ingegnosi quanto bizzarri. Jake, nonostante la sua scorza da duro, ha un’anima romantica e non cerca denaro e ricchezza ma un amore che gli riempia la vita. Sullo sfondo, i conflitti irrisolti del paese, che balzano brutalmente in primo piano quando un attentato sconvolge l’atmosfera farsesca che domina il racconto.
Sarà la commedia della vita a cancellare il sangue, e a dominare di nuovo tra le pagine del romanzo saranno le vicende improbabili e sgangherate di Chuckie e Jake. Caso editoriale al tempo della sua uscita, Eureka Street è considerato ormai un classico della narrativa europea, romanzo corale, umoristico e insieme commovente, magistrale nel descrivere la vita quotidiana di una città dilaniata dalla guerra civile.

 

Non è una lettura recente, ma di qualche mese fa (prima di aprire questo blog), ma è un libro talmente bello che non posso non parlarvene. Ho passato un anno molto impegnativo (mi riferisco all’anno scorso) in cui ho letto veramente poco e non ho praticamente comprato alcun libro; poi un giorno, in procinto di partire per un weekend, sono entrata in una libreria per comprarne uno da leggere durante le tre ore di viaggio in aereo (dato che, ahimè, non riesco a dormire quando viaggio), e il direttore del punto vendita “Feltrinelli” mi ha consigliato questo libro. Dalla trama mi sembrava una storia interessante, ma non pensavo fino a questo punto.
Amore. Amore incondizionato per questo libro. E da quando l’ho finito, ho ricominciato a leggere come un treno…
Bella storia vero? E’ una storia vera, questo libro mi ha fatto tornare la passione per la lettura che per un anno ho perso, e quando un libro ti fa questo effetto non puoi non amarlo. 

Premetto che sarà una recensione breve perché questo libro non ha una vera e propria trama, seguiamo semplicemente le vite di due uomini, due amici, Chuckie e Jake, profondamente diversi, ma che ho amato entrambi allo stesso modo ma per motivi differenti.
Siamo a Belfast, a fine Novecento, in piena guerra irlandese; Jake è appena uscito da una storia d’amore che lo ha distrutto, e passa le sue giornate tra casa e pub con alcuni amici, la sua unica compagnia è il suo gatto con cui ha un rapporto di amore e odio, ha il vizio del fumo e un lavoro che non lo rende minimamente soddisfatto. Chuckie è quasi l’opposto di Jake, impacciato con le donne, volgare, estremamente materialista, ed ha un solo pensiero in testa: i soldi. Due personaggi profondamente diversi, legati da una genuina amicizia, l’amicizia delle risate nei pub, l’amicizia delle confessioni profonde. Eppure i due amici sono separati da una grande differenza: Jake è cattolico e Chuckie è protestante, differenza che ha dato inizio alla guerra che ha dilaniato la città.
Ma non è l’amicizia la protagonista di questo libro, e allora mi chiederete qual’è il punto centrale del romanzo? Non l’ho ancora capito. Forse il punto centrale della narrazione è proprio il conflitto tra cattolici e protestanti, forse la stessa amicizia tra due persone così diverse, oppure la città stessa, non ne ho la più pallida idea. Perché questo libro è talmente completo, talmente bello in ogni sua parte, che non si può ridurlo ad uno o due punti principali, ogni singola frase è importante, ogni singolo pensiero o avvenimento è in se una storia.

Entrambi i protagonisti fanno parte di un gruppo di amici, tutti pressoché trentenni, che quasi ogni sera si ritrovano in un pub a bere birra, parlare di donne, dei propri sogni e speranze. Si snodano in questo modo, durante queste ore che Jake e Chuckie passano al pub, tante personalità diverse, si condividono innumerevoli idee politiche, ma soprattuto ci si renderà conto come la guerra influisce sulla vita di ogni singola persona.
E’ forse questo il punto focale del libro: la guerra, ma non la guerra fatta di storie militari, imprese eroiche ed elenchi numerici dei caduti in battaglia, ma bensì la guerra come la percepisce la gente comune.
Noi tutti ci chiediamo: “ma come vivono le persone durante la guerra?”, “come sopravvivono ai bombardamenti?”, perché molto spesso si pensa ingenuamente che, durante un conflitto civile o non, tutti i cittadini abbracciano un fucile o qualunque altra arma e iniziano a uccidere, e che quindi ogni cittadino è responsabile della guerra stessa. Non è così, perché in realtà quello che succede, almeno qui in Irlanda dove questa storia è ambientata, è che ogni cittadino è vittima, e che tutti cercano di sopravvivere continuamente. E soprattuto, nonostante le discussioni e le fazioni politiche opposte, tutti si ritroveranno d’accordo su una e sola posizione: desiderano la fine della guerra, desiderano la pace e la serenità.

La città è descritta dettagliatamente attraverso gli occhi dei due protagonisti, e in queste descrizioni si nota come la guerra e i bombardamenti continui hanno reso Belfast un posto invivibile, sporco, abbandonato a se stesso; con un velo di malinconia Jake ricorda la Belfast prima della guerra, la Belfast della sua infanzia, una cosa che mi ha fatto emozionare e commuovere. Questa città piena di contraddizioni, in cui si passa dalla bellezza di una strada alla desolazione di un quartiere raso al suolo dalle bombe, rispecchia forse il conflitto interno che ha portato alla guerra, quello tra due fazioni politiche opposte. In questo modo Belfast, che è diventata con gli anni una città malinconica quanto affascinante agli occhi del lettore, diviene lo sfondo perfetto per la narrazione delle vite profondamente diverse di questi due personaggi.
Questo libro vi farà innamorare di questa città tanto da volerla visitare, perché l’autore riesce a descrivere i particolari in modo talmente magistrale che vi sembrerà essere li accanto a Jake a guardare i balconi e le finestre del palazzo all’angolo della strada.

Ovviamente le descrizioni della città sono affidate a Jake, che ha il cuore spezzato ma è un’inguaribile romantico e forse un tantino malinconico; diciamo che possiamo definirlo quasi come un decadente moderno. Chuckie è un personaggio che non potete non amare, grasso e pelato, ironico e a tratti volgare, che diventerà ricco in un modo che vi farà sbellicare dalle risate. Infatti questo libro, oltre che essere estremamente affascinante, è veramente comico, vi farete grosse risate immaginando alcuni scambi di battute tra gli amici nel pub.
L’autore è abilissimo a delineare la personalità di ogni personaggio, che siano i protagonisti o i personaggi secondari, in modo magistrale; vi sembrerà di essere insieme a loro a bere una birra e di far parte del loro gruppo, per quanto l’intera situazione vi sembrerà uno spaccato di vita quotidiana. E’ questa la forza di questo libro a parer mio, l’estremo realismo, a volte molto crudo, con cui Wilson descrive ogni singolo evento e ogni singolo personaggio con il suo carattere, con i suoi pregi e difetti; non idealizza niente e nessuno, descrive semplicemente la situazione per quella che è realmente, ed è questo ciò rende l’intera narrazione credibile e sicuramente incisiva.
Ad un certo punto esploderà una bomba e mi vengono i brividi se penso a come l’autore ha descritto questo avvenimento, tanto che mi sono spaventata io stessa pensando di essere li a vedere i resti che l’esplosione aveva lasciato.

Ci sarà anche spazio per l’amore, amore che Jake e Chuckie vivono in maniera completamente diversa, ma anche in questo caso si tratta di vicende estremamente realistiche; Wilson descrive una storia d’amore che potrebbe capitare benissimo ad ognuno di noi, non c’è niente di idealizzato nemmeno in questo caso.
Assistiamo, pagina per pagina, alla crescita personale di questi due uomini, che non avviene in maniera forzata e tramite avvenimenti surreali, ma bensì attraverso la quotidianità, cioè quello che accade a tutti noi. Leggere di Jake e Chuckie è come parlare con un amico che vi racconta l’anno passato e le piccole battaglie che ha condotto ogni giorno. E’ emozionante, perché nella sua semplicità ed estremo realismo, questa storia vi lascerà qualcosa dentro che pochi altri libri mi hanno lasciato.

Questo libro vi farà ridere e piangere, vi regalerà qualcosa che sarà sempre scolpito dentro di voi; io personalmente, una volta finito, ne ho sentito la mancanza, soprattuto dei due personaggi, perché ormai erano diventati praticamente miei amici. Non riesco a trovare difetti o lati negativi su nessun fronte; la scrittura è magistrale, il lessico molto semplice ma estremamente incisivo, le descrizioni che l’autore fa sono talmente belle che vi sembrerà essere dentro al libro stesso, la profondità di alcuni pensieri e riflessioni mi hanno emozionata; non si può non amare questo libro, non si può non amare tutti i personaggi, anche quelli che vi sembreranno strani o odiosi a primo impatto, imparerete ad amarli o perlomeno capirli e apprezzarli.
Lo rileggerò sicuramente, ed ovviamente lo consiglio a tutti, perché credo che tutti vi innamorerete di ogni singola riga.

Vi lascio la prima frase che leggerete aprendo questo libro… L’inizio di una bellissima storia:
” Tutte le storie sono storie d’amore “

VOTO: 10/10

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Recensioni 2017 · Romanzi rosa

L’amore arriva sempre al momento sbagliato

Oggi torno con una recensione di un libro abbastanza chiacchierato e che, ho saputo dopo averlo letto, ha venduto milioni di copie in America.

Diciamocela, qualche volta ci vuole un po’ di leggerezza, perciò per chi ha bisogno di un libro poco impegnativo e un po’ frivolo, per chi è un po’ più piccolina e cerca letture più semplici, questo è il libro che fa per voi. Sto parlando di “L’amore arriva sempre al momento sbagliato” di Cherry.

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TITOLO: L’amore arriva sempre al momento sbagliato
AUTORE: Brittany C. Cherry
EDITORE: Newton Compton 
PAGINE: 312
PREZZO: 9,90€

TRAMA: Ashlyn Jennings è una studentessa modello. Ama follemente leggere, soprattutto i drammi di Shakespeare, dentro i quali, spesso, cerca risposte alle domande che la vita le pone. E adesso di punti interrogativi ne ha molti, dato che ha appena perso sua sorella gemella e, come se non fosse abbastanza, sua madre è caduta in una grave depressione. Ashlyn deve andare a vivere con suo padre e la sua nuova famiglia nel Wisconsin. La devasta anche solo l’idea di trascorrere l’ultimo anno di scuola lontana dai compagni di classe, ma non può che fare le valigie. In viaggio verso la sua nuova casa inciampa, però, in un paio di bellissimi occhi verdi e il magnetismo di quello sguardo non è facile da cancellare. Daniel Daniels è un uomo distrutto. Ha subìto due grandi perdite nella sua vita e sta cercando di rimettersi in sesto. Pensa a tutto meno che a trovare l’amore, ma l’incontro con Ashlyn è qualcosa che va oltre le semplici leggi della chimica. Entrambi cercano di dimenticare quello che hanno provato quel giorno, finché non si “scontrano” a scuola, dove essere allieva e professore non facilita affatto le cose…

 

La narrazione inizia con la descrizione di un episodio accaduto svariati mesi prima l’inizio della storia vera e propria, in cui vediamo come protagonista Daniel, che assiste all’omicidio della madre avvenuto nella loro stessa casa; facciamo anche la conoscenza del fratello di Daniel, Jace, un “teppistello” che si è ritrovato in un giro abbastanza pericoloso di persone che hanno a che fare con droga ecc… Ovviamente l’omicidio della madre è strettamente collegato ai giri loschi di questo ragazzo, che viene spedito in prigione per, per l’appunto, possesso di droga.

La storia presente inizia in modo ancora più tragico: siamo ad un funerale, e subito ci rendiamo conto che è il funerale della sorella gemella della seconda protagonista, Ashlyn; Gabby è morta e il suo mondo è andato in frantumi, si sente persa e senza speranze. Ma ben presto scopriamo che la sua vita non è semplice neanche dagli altri punti di vista; Henry, suo padre biologico, non è mai stato un padre presente (tanto che lei non lo chiama nemmeno “papà”) e sua madre ha seri problemi di dipendenza da alcol.
La felicità ! Una tragedia nella tragedia… Mi permetto di fare un appunto: appena lette le prime dieci/venti pagine volevo lasciar stare la lettura di questo libro, perché la situazione creata dall’autrice mi sembrava quasi forzata; capisco mettere dentro la storia una tragedia per commuovere il lettore, magari per non renderla banale, ma la situazione qui è ben diversa, è piuttosto un mix dei più comuni problemi familiari che hanno come punto centrale questa povera ragazza che a diciannove anni non ha uno spiraglio di serenità. Questo insieme di tragedie rende la narrazione melodrammatica, surreale e poco felice; avrei sicuramente evitato la storia della madre alcolista, che non ha alcun senso e riscontro futuro all’interno della trama. Comunque continuiamo…

Data l’instabilità della madre, Ashlyn viene spedita (si, praticamente come un pacco) senza preavviso, senza scuse, senza neanche saluti, a vivere con il padre, e perciò dovrà terminare l’ultimo anno di scuola in un’altra città. Vi lascio immaginare la felicità di Ashlyn quando riceve una notizia del genere dopo l’appena concluso funerale della sorella gemella; dovrà andare da un padre che praticamente non conosce, in una città che non ha mai visto e frequentare una scuola nuova solo per pochi mesi.
E qui già ci rendiamo conto di una cosa: realismo? Esiste davvero una madre che, senza preavviso ne rimorsi, spedisce l’unica figlia in vita lontano da lei da un uomo che in realtà la figlia non conosce minimamente? Io ero allibita e mi dicevo “ma questa madre sta minimamente considerando il dolore della figlia?” Apparentemente no, perché l’indomani Ashlyn fa le valigie e parte per il Wisconsin.

Sul treno Ashlyn incontra un ragazzo, Daniel, che noi sappiamo essere il futuro amore della sua vita, perché già da uno sguardo i due si innamorano follemente, si scambiano pareri su Shakespeare (scrittore preferito di entrambi) e infine Daniel, prima di tornare a casa, la invita ad un suo concerto. Si, perché Daniel suona in una band che scrive testi ispirati ai poemi di Shakespeare. -.- Questa forse è la cosa che mi ha fatto più inca***** di questo libro, questo richiamo banale e adolescenziale a Shakespeare, ripetuto continuamente durante tutta la storia, citato nei modi più stupidi possibili; addirittura i due protagonisti si inventano giochi cretini improntati sull’indovinare l’opera dell’autore citando una frase, e questa cosa occupa pagine e pagine di narrazione. E’ una cosa che la scrittrice si poteva evitare a parer mio.

Comunque riprendiamo la trama. Dopo questo incontro, Ashlyn arriva a casa del padre e scopre con sua sorpresa che vive con una compagna (o moglie, non ricordo) e con ben due figli circa dell’età di Ashlyn, figli non suoi ma della compagna. Ashlyn dovrà condividere la camera con la figlia più piccola, Haley, che sarà una buona amica per la protagonista, anche se si presenta a noi come una ragazza un po’ svitata.
Ma il personaggio che ho più amato del libro è Ryan, fratello di Haley, che non potrete non adorare, con cui Ashlyn stringerà un bellissimo rapporto. Su questo personaggio leggerei volentieri uno “spin off”, perché secondo me è quello riuscito meglio, e anche quello più realistico.

Ma veniamo alla vera e propria storia d’amore, protagonista indiscussa di questo libro. Daniel e Ashlyn, entrambi con cicatrici che si portano dentro, entrambi con un passato (e anche un presente) non facile, riescono a trovare la loro serenità insieme, innamorandosi, con tutte le loro difficoltà e le loro paure. Sicuramente una cosa che ho apprezzato di questo libro è il fatto che la protagonista non è la solita ragazzina idiota che troviamo in tutti i libri di questo tipo, ma è una ragazza molto forte, che cerca di risolvere i suoi problemi con maturità e coraggio. Daniel invece è un ragazzo molto, fin troppo, romantico, e sarà innamorato follemente di Ashlyn dall’inizio alla fine della storia, inoltre si rivelerà essere una persona paziente ed estremamente magnanima, anche quando si ritroverà davanti al fratello Jace, che noi sappiamo essere “responsabile” dell’omicidio della madre. Tra i due ho sicuramente preferito la personalità di Ashlyn, perché Daniel rappresenta lo stereotipo del “ragazzo inesistente”, quello senza difetti, il famoso principe azzurro delle favole, mentre io preferisco i personaggi che rivelano mille e più sfaccettature di se stessi, perché in questo modo risultano più realistici al lettore.
Procederebbe tutto per il meglio tra loro due, se non fosse che il primo giorno di scuola, dopo essersi rivisti e conosciuti meglio durante il concerto, Ashlyn scopre che Daniel è il suo professore di letteratura inglese (mi pare di ricordare, oppure scrittura creativa, comunque una cosa che a che fare, ovviamente, con la lettura e la scrittura). E qui, a parer mio, la scrittrice è caduta un po’ nel banale, perché ha ritirato fuori uno dei più grandi cliché delle storie d’amore: lei studentessa, lui professore, ovvero “un amore impossibile”, “è una cosa illegale”, “lui rischia il posto di lavoro”, ecc…

Quindi la domanda  che dovrebbe lasciarci sulle spine è < Riusciranno comunque a trovare un modo per stare insieme? >, cosa che poco mi ha importato, perché mi interessava più la crescita personale di Ashlyn durante i mesi che passerà lontana da casa, e come questa ragazza riesce, pagina per pagina, a superare il dolore e la mancanza della sorella, a recuperare il rapporto con il padre, a perdonare la madre per averla abbandonata. La crescita della protagonista è una cosa che mi ha affascinato molto in questo, ed è stato praticamente uno dei pochi motivi che mi ha spinto a finirlo, perché Ashlyn rappresenta ognuno di noi durante un brutto periodo della propria vita, quando si devono mettere insieme i pezzi della propria vita pian piano alla volta.
Secondo me la bellezza di questo libro ruota attorno la vita dei due protagonisti e di tutti gli altri personaggi, ognuno con i suoi problemi e le sue difficoltà; si affrontano così tanti temi diversi, dal rapporto tra genitori e figli, all’omosessualità, al dolore di una perdita, all’importanza della famiglia, temi che secondo me l’autrice avrebbe potuto sviluppare meglio per rendere questo romanzo meno banale e sicuramente più incisivo.
Anche perché la storia d’amore in se per se mi è apparsa un po’ banale, troppo smielata e troppo troppo surreale. Questi due ragazzi che si incontrano sul treno, si scambiano due sguardi e già sono pazzi l’uno dell’altra, con la giustificazione “ho visto nei suoi occhi lo stesso mio dolore”, che si innamorano in pochi giorni, e ancor di più questo “colpo di scena” in cui si scopre che lui è il suo professore e che quindi è una storia impossibile, anche se tutti già sappiamo che troveranno comunque il modo per stare insieme.

La narrazione procede con il doppio punto di vista dei due protagonisti, ovvero si alternano con frequenza irregolare capitoli raccontati da Ashlyn e capitoli raccontati da Daniel, cosa che detesto, ma che in questo caso è risultata abbastanza scorrevole. Il finale è un po’ frettoloso, e mi ha lasciato un po’ allibita perché l’autrice è sfociata ancora di più nel surreale, ma nonostante questo l’ho apprezzato abbastanza. La storia d’amore è un po’ scontata, ma tutte le vicende e le personalità dei personaggi secondari rendono la lettura di questo libro abbastanza amabile (a parte le citazioni di Shakespeare buttate a caso).

Nonostante non ami molto l’intera narrativa per adolescenti (che siano young o new adult), è stata una lettura scorrevole e piacevole; è un libro molto leggero, adatto a tutti, ma ancor di più a chi cerca una lettura non impegnativa e molto semplice; lo stile di scrittura risulta fin troppo adolescenziale per i miei gusti e la storia d’amore fin troppo banale, ma ho apprezzato il fatto che ogni personaggio affronta dentro di se una battaglia più o meno difficile, e che quindi ognuno di loro possiede una personalità diversa. Ovviamente, non è un capolavoro della letteratura  ma è sicuramente un libro piacevole che può farci compagnia sotto l’ombrellone o semplicemente farci rilassare dopo una giornata impegnativa.

VOTO: 6,5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Uomini e topi

Ho pensato “E’ un libro troppo famoso, che ve lo recensisco a fare?” Poi l’ho finito e fu subito amore…

” Uomini e topi “ di Steinbeck, libro famosissimo, che tutti conoscono e che tutti hanno letto… Io l’ho letto alla veneranda età di quasi 22 anni!

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TITOLO: Uomini e topi
AUTORE: John Steinbeck
EDITORE: Bompiani 
PAGINE: 139
PREZZO: 12,00€

TRAMA : La storia di un’amicizia profonda tra due uomini, due braccianti stagionali in California che condividono un sogno. George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come “i migliori progetti predisposti da uomini e topi” (è un verso di Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un’America soffocata dalla crisi e di un’umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, “Uomini e topi” è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma “Uomini e topi” resta prima di tutto un romanzo indimenticabile.

 

Forse facevo bene a pensare: “ma cosa la faccio a fare la recensione?”, perché semplicemente non ci sono parole per descrivere la bellezza di questo romanzo. Un immenso capolavoro in poco più di cento pagine.
Io non so neanche come iniziare questa recensione, perché è un romanzo talmente breve e una storia talmente genuina e bella, che non voglio rovinarvi nemmeno un secondo di questa lettura.

Ci troviamo in California, dove due braccianti, George e Lennie, cercano un ranch dove andare a lavorare dopo esser scappati dal ranch precedente. Subito ci accorgiamo che Lennie, un gigante d’uomo che potrebbe spaventare a prima vista, sia in realtà un uomo con apparente ritardo mentale e che si comporta come un bambino. Un gigante intrappolato in una mente da bambino.
George è gentile, premuroso, praticamente un padre per Lennie, e fa di tutto per proteggerlo, come essere scappato dal precedente ranch in cui lavorano per un “problema” causato proprio da Lennie ( problema è tra virgolette perché Lennie non è in grado di capire a pieno le azioni che compie ).

I due uomini riescono a farsi assumere in un nuovo ranch, ma George ha un sogno: la libertà. Infatti, vuole mettere da parte “un bel gruzzoletto” come lo chiama lui, per comprare una casa con un terreno e allevare animali, coltivare il campo e poter godersi i frutti. George desidera la libertà, una cosa che un bracciante americano all’epoca non si poteva permettere.
Ma non proseguirò con la trama, anche perché si svolge interamente all’interno del ranch, e risulta poco importante rispetto alle sensazioni che vi trasmette questo libro.

Steinbeck ci pone davanti uno spaccato della condizione americana alla fine degli anni trenta, in cui gli uomini non potevano essere liberi, in cui si dormiva su un ammasso di paglia e le uniche cose di proprietà erano una sacca con quattro stracci e una saponetta. L’autore è stato eccezionale nel descrivere questa condizione umana, e a trasmettermi le paure e le difficoltà di George e Lennie; due uomini sognatori, due uomini che desiderano la libertà e combattono per questa fino all’ultimo, nonostante la loro condizioni di semplici braccianti.

E noi ci chiediamo allora: cosa tiene uniti questi due uomini così diversi? Avrei risposto l’amicizia, un sentimento puro e genuino che spinge due uomini a volersi bene e sopravvivere insieme alle condizioni nelle quali si trovano, ma mi sbagliavo. Il desiderio di essere liberi. Il desiderio di non scappare da un ranch all’altro, di non ricevere ordini ne di essere trattato da schiavo o da animale, il desiderio di faticare ore e ore su un campo e poi godersi i frutti del proprio lavoro, il desiderio di non provare paura se si dice una parola fuori posto. Perché in realtà George e Lennie non cercano la ricchezza, ne la nullafacenza, ma solo una propria casa e un letto caldo dove dormire, una cosa che noi diamo per scontato ora, ma che non è sempre stato così scontato.

Il rapporto che hanno questi due uomini mi ha commosso profondamente, leggere i discorsi da bambino che fa Lennie e la pazienza e la premura che ha George nei confronti dell’amico mi ha fatto riflettere su questo aspetto dell’animo umano: aiutare le altre persone. George avrebbe potuto abbandonare Lennie, che ovviamente gli porta più guai che altro e che ha bisogno di un controllo continuo, e condurre una vita normale da semplice bracciante, frequentare i pub con gli amici la sera, trovare una donna magari. Invece sceglie ogni volta di rimanere affianco all’amico, di accudirlo e di proteggerlo da ogni cosa, da ogni cosa che Lennie non riesce a comprendere soprattutto.
Mi ha commosso, tanto che avevo le lacrime agli occhi, quando George descrive a Lennie la loro futura casa prima di dormire, quasi come se stesse raccontando una fiaba; descrive gli animali, descrive il campo, descrive la loro giornata tipo, e inevitabilmente Lennie, sorridente come un bambino, ripete e conclude le frasi di questa bellissima storia, che nessuno dei due sa se si realizzerà mai.

E’ un libro completo, perché oltre la loro storia, l’autore ci descrive la condizioni di altri personaggi, degli altri braccianti del ranch: l’anziano signore che spazza a terra tutto il giorno perché gli manca una mano e ha paura di essere licenziato e cacciato da un momento all’altro, un uomo di colore trattato come spazzatura e confinato in una stanza diversa da solo senza poter mai parlare con nessuno, il presuntuoso figlio del capo che intimorisce tutti gli altri braccianti. Si snodano, in poco più di cento pagine, le più disparate condizioni umane: dalla solitudine, alla paura, al razzismo, allo spirito di fratellanza, alla sopravvivenza in un mondo che non ti permette di essere libero.
Ed è sconcertante come Steinbeck riesce, con veramente poche parole, a trasmettere queste silenziose sofferenze umane, e in qualche modo mi sono sentita parte della loro storia, mi sono vista li con loro in quella stalla a condividere il cibo e giocare a carte.
Una riflessione sull’esistenza umana e sulla condizione di questi uomini che non hanno una scelta, non hanno libertà, passano la loro vita a lavorare sperando in un futuro migliore; ma forse questo futuro che George e Lennie sognano non arriverà mai, forse questa casa con un campo e gli animali che George descrive a Lennie è solo una fiaba per vedere l’amico sorridere. 

Secondo me è un libro che dovrebbe essere letto a scuola, nel momento in cui si affrontano temi particolari quali il razzismo, la diversità e lo spirito di fratellanza tra uomini, perché non ho mai letto un libro che esprime questi concetti al meglio come questo. E’ veramente un piccolo gioiello della letteratura contemporanea, che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita. E’ entrato nel mio cuore e anche tra i miei libri preferiti in assoluto.

VOTO: 10/10 

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Gialli e thriller · Recensioni 2017

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Ragazzi e ragazze sono tornata, dopo un mese di assenza causa esami universitari, partenze non programmate e internet che manca sempre.

Oggi torno con una recensione di un libro abbastanza famoso: ” Abbiamo sempre vissuto nel castello ” di Shirley Jackson, una sorta di thriller psicologico ma molto molto particolare.

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TITOLO: Abbiamo sempre vissuto nel castello
AUTORE: Shirley Jackson
EDITORE: Adelphi
PAGINE: 182
PREZZO: 18,00€

TRAMA: «A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce»: con questa dedica si apre L’incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l’Estraneo (nella persona del cugino Charles) si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali della commedia brillante. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i «brividi silenziosi e cumulativi» che – per usare le parole di un’ammiratrice, Dorothy Parker – abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’, ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Come sempre mi trovo in difficoltà a recensirvi i libri che vi propongo, perché sono tutte storie un po’ fuori dal comune e spesso non riesco a trasmettervi al meglio la loro bellezza perché non vorrei rovinarvi la lettura con vari spoiler. Ma ci proverò anche questa volta.

Siamo in un castello, in una casa enorme e bellissima ubicata fuori dal centro del paese; ben presto scopriamo che in questa casa ci abitano solo tre persone: Costance, Merricat (due sorelle) e zio Julian. Tuttavia scopriamo che queste tre persone sono gli unici superstiti di una tragedia accaduta anni prima, in cui tutta la famiglia era stata uccisa durante una colazione proprio nella sala da pranzo di questo castello, e il motivo ? Arsenico nello zucchero.
Immaginando una tragedia del genere noi ci aspetteremmo tristezza, malinconia, dolore e instabilità mentale da tutti i personaggi. Invece no. Le due sorelle vivono in questo castello in assoluta serenità e tranquillità, avvolte da un’atmosfera paradisiaca, compiendo addirittura le stesse azioni ogni giorno, senza curarsi (apparentemente) del fatto che la loro famiglia è stata sterminata proprio in casa loro.

E’ proprio questo l’elemento disturbante di questo libro, quello che ti fa salire l’ansia e che ti tiene incollato a leggerlo fino alla fine, il fatto che noi lettori non ci capacitiamo di come si fa a vivere sereni in una situazione del genere. Ad ogni pagina mi aspettavo un colpo di scena, un qualcosa per confermare il fatto che questo libro appartiene veramente al genere thriller, perché apparentemente sembrerebbe un banale romanzo. Poi arrivata alla fine, senza colpi di scena importanti, mi sono resa conto di essere rimasta alquanto turbata, e tutta la storia mi aveva lasciato un senso di solitudine e di angoscia che non sono riuscita a spiegarmi.

Ma torniamo indietro: l’intera narrazione ci viene raccontata da Merricat, la più piccola della famiglia, che si dimostra fin sa subito una ragazzina alquanto problematica, che vive in un mondo interamente suo, infatti usa fare dei “riti” abbastanza strani, come sotterrare i soldi; instaura un rapporto quasi umano con il suo gatto, e un rapporto morboso con la sorella maggiore da cui dipende completamente. Costance, la sorella maggiore, impersona la classica “mamma di tutti”, è gentile, educata, disponibile a fare qualsiasi cosa per la sorella e per lo zio, e passa le sue giornate a cucinare piatti prelibati per tutta la sua famiglia (o quello che ne è rimasto della famiglia). Zio Julian è invalido, dato che in quel giorno fatidico ha preso solo un po’ di arsenico, non sufficiente a causare la morte, ma scopriamo ben presto che è anche mentalmente instabile, dato che passa le sue giornate a scrivere e ricordare gli eventi del giorno dell’omicidio, facendo domande alle due sorelle, appuntandosi tutto quello che gli viene in mente.
E’ spaventoso. E’ stato spaventoso vedere come tutti questi personaggi vivono serenamente, si dedicano alle faccende domestiche, all’arte culinaria, al giardinaggio, ridono e scherzano, consapevoli che uno di loro ha ucciso il resto della famiglia.

E questo è l’altro punto chiave: chi ha ucciso tutta la famiglia Blackwood? Lo sapremo solo alla fine, sappiate solamente che al processo ufficiale fu accusata la sorella maggiore, Costance, poiché era lei che aveva preparato la colazione quel giorno. Ma sarà stata veramente lei? Non vi svelo nulla.
Ma detto sinceramente, sono stata ossessionata anche io per tutta la durata del romanzo dalla domanda “chi ha ucciso tutti?”, ma quando poi verrà rivelato alla fine del libro, la cosa passa di secondo piano. Mi spiego meglio. L’angoscia e il turbamento che ti lascia questo libro pagina per pagina, senza aver bisogno di scene sanguinolente o di torture medievali per impressionare il pubblico, ma solo basandosi sui piccoli atti quotidiani, sulla tranquillità e armonia dei personaggi, basta ampiamente per rendere questo romanzo un thriller mozzafiato; e in questa narrazione, il fatto di scoprire chi ha ucciso tutta la famiglia passa di secondo piano, perché in realtà non ci cambia nulla saperlo, perché l’angoscia e il “colpo di scena” non è quello, ma piuttosto l’intera storia.

Ovviamente tutta la narrazione si svolge all’interno del castello, perché Costance soffre di agorafobia (per chi non sapesse di cosa si tratta, è la paura di stare in spazi aperti e affollati) presumibilmente da quando fu accusata dell’omicidio, Julian è invalido e quindi non potrebbe comunque uscire di casa, l’unica che una volta a settimana si reca nel villaggio per fare la spesa è Merricat, e qui ci accorgiamo quanto la ragazzina si senta spaesata in un contesto al di fuori della sua perfetta (apparentemente) vita nel castello.
Ovviamente, come loro non escono di casa, sono anche restie a far venire qualcuno dentro la casa, infatti quando verrà a fargli loro visita una vecchia amica di Costance ci accorgeremo di come Merricat ne risulta quasi offesa e arrabbiata e la sorella maggiore terrorizzata.

L’idilliaca atmosfera familiare viene rotta improvvisamente dall’arrivo di un cugino, Charles, che si trasferirà da loro per un periodo, e che ovviamente destabilizzerà l’equilibrio terrorizzante della casa. Lui si accorgerà subito dei problemi e dell’instabilità delle due sorelle, e cercherà in qualche modo di “rieducarle” alla normalità. Secondo voi ci riuscirà? Ve lo lascio scoprire.

In questo armonico quadretto in cui le due sorelle e lo zio vivono felici nella loro dimora lontano da tutto e da tutti, pian piano si scoprono particolari che le due sorelle cercano di nascondere, un segreto inconfessabile che scopriremo solo alla fine, e che loro stesse tenteranno di dimenticare proprio in questo modo. Fingendo o sforzandosi, o forse credendoci veramente, di risolvere qualsiasi cosa rimanendo chiuse nel loro castello, quasi fermando il tempo e lo spazio, ricavandosi una piccola fetta di armonia e perfezione nell’infinito mare di problemi che le circonda. E’ proprio questo “l’elemento shock”, questa instabilità mentale che rende questi personaggi quasi dei mostri senza emozioni. La vera angoscia di questo libro è la quotidianità.

E’ stato il primo libro dell’autrice che ho letto, e sicuramente ne leggerò altri; la scrittura è molto semplice e pulita, ma allo stesso tempo elegante e raffinata, e anche questo elemento sicuramente contribuisce all’angoscia che trasmette l’intera narrazione. E’ sicuramente un libro che consiglio a tutti, un thriller che vi sembrerà thriller solo alla fine.

VOTO: 9/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Accabadora

Oggi nuova recensione di un libro che ho finito di leggere qualche settimana fa, ma sono stata indecisa fino all’ultimo se farvi o meno la recensione, e capirete il perché (vi tengo un po’ sulle spine). Il libro in questione è Accabadora di Michela Murgia, pubblicazione di Einaudi e fa parte della collezione dei Super ET.

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TITOLO: Accabadora
AUTORE: Michela Murgia
EDITORE: Einaudi Super ET
PAGINE: 163
PREZZO: 11,00€

TRAMA: Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.

Ho sentito molto parlare di questo libro, e incuriosita dalla trama l’ho comprato aspettandomi un giallo avvincente. E’ tutto eccetto che un giallo, e questa cosa mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca.
Sicuramente andrò contro tendenza, ma questo libro non mi ha fatto impazzire come speravo, considerando che lo elogiano come capolavoro della scrittrice. Per questo motivo sarà una recensione molto breve, e inoltre lo stesso romanzo è molto breve quindi ho paura di addentarmi nella trama di questa storia perché potrei rovinarvi il finale.

Il racconto è ambientato in un piccolo paese della Sardegna, Soreni; una bambina, Maria, viene adottata da Zia Bonaria Urrai, poiché sua madre ha troppi figli ed essendo povera non può crescerli tutti, quindi decide di dare la più piccola alla zia.
Questi bambini vengono chiamati “fillus de anima”, i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. E’ così che si apre il racconto, con questa bambina che viene mandata a vivere, all’età di nove anni mi pare, da sua zia. 

La zia si dimostra una brava madre e una brava donna, riesce a creare un bel rapporto con la figlia adottata, le da la possibilità di studiare e grazie alle sue cure e attenzioni Maria diviene una ragazza e poi una donna dalla spiccata intelligenza e gentilezza.

Tuttavia, l’argomento principale del libro non è di certo il rapporto tra la bambina e la zia, ma piuttosto l’intero racconto si focalizza sul lavoro svolto da Zia Bonaria, l’Accabadora.
Non conoscevo prima il significato di questo termine, e non sono andato a cercarlo su internet (come non dovete fare voi se avete intenzione di leggere questo libro) perché sapevo che mi avrebbe svelato un punto chiave della storia.
Senza entrare propriamente nella trama, questo libro affronta un argomento molto attuale e molto discusso, nonostante ci troviamo nella Sardegna degli anni ’50, ovvero quello dell’Eutanasia. Non starò qui ad aprire un dibattito in merito, altrimenti verrebbe fuori una discussione di stampo sociale e non una recensione di un libro, ma sicuramente questa cosa mi ha sorpreso in senso positivo, anche perché non mi aspettavo di trovarmi davanti un libro che trattasse di questo argomento, infatti come vi ho detto precedentemente mi aspettavo un libro giallo.

La Murgia è abile a porci davanti questo argomento non in senso giuridico né in senso critico, ma piuttosto ci fa rendere conto come questa pratica, oggi ampiamente discussa, sia in realtà sempre esistita in tutte le culture, e anche in quella italiana. L’accabadora è sempre stata una figura importante in tutti i paesi della Sardegna, un mestiere tramandato di generazione in generazione, e alla quale tutti i cittadini si rivolgevano e si rivolgono attualmente. E’ un mestiere che fa parte della cultura sarda e anche di quella di molti altri paesi, che prevede uno studio specifico ed adeguato, e anni di praticantato.
L’autrice ci pone, in maniera brillante a parer mio, i dubbi della società attuale in merito a questo argomento tramite i pensieri di Maria, una ragazzina che non comprende forse a pieno il significato della morte e non reputa giusto il mestiere della zia, mentre dall’altra parte ci fornisce una visione opposta tramite le spiegazioni e le giustificazioni dell’anziana donna che reputa il suo lavoro essenziale, per regalare a tutti una morte quasi dolce.
Da un terzo punto di vista vi è la società, ovvero i cittadini del paese, che hanno bisogno della figura di zia Bonaria per i loro parenti, e che la chiamano a qualunque ora del giorno e della notte per chiedere il suo aiuto.
Sicuramente un argomento così delicato e che porta di solito una divisione di pensiero all’interno della società moderna, è stato affrontato in modo eccellente, in quanto la Murgia è stata abile nel fornisci giustificazioni e dubbi riguardo entrambe le correnti di pensiero.

Ad un certo punto la narrazione ci porrà davanti una domanda: è giusto dar la possibilità di morire ad una persona che non è malata ma che vuole metter fine alla sua vita? Sicuramente tutti voi che state leggendo la mia recensione avete già una risposta in merito, ma credetemi che qualunque risposta vi state dando in questo momento la Murgia ve la metterà in dubbio, fornendovi lati positivi e negativi di entrambe le risposte. Questo è sicuramente una cosa che ho molto apprezzato di questo libro, il fatto che mi abbia messo in discussione le mie stesse idee al riguardo, nonostante si tratti di un semplice romanzo e non di un saggio scientifico o di stampo critico.

Ma veniamo alle note negative: la scrittura, una scrittura che per quanto intensa mi è risultata difficile da comprendere, in quanto riprende molto la lingua sarda, e molto spesso lo stesso stile di scrittura mi è risultato pesante e noioso. Sicuramente è un mio limite, perché anche per quanto riguarda la scrittura ho sentito molte recensioni più che positive, ma sinceramente l’ho trovata ostica e questo mi ha reso l’intera narrazione un po’ pesante.
Inoltre (sempre a parer mio) il finale di questa storia mi è risultato un po’ scontato e molto frettoloso, mi aspettavo una conclusione diversa e più “a sorpresa”, invece non è stato così; anche questa cosa ha contribuito al mio giudizio non tanto positivo rispetto questo libro.

Sicuramente questo libro mi ha coinvolto abbastanza, soprattuto la prima parte, perché volevo sapere in cosa consisteva realmente il lavoro della zia, anche se dalla stessa trama si può immaginare, ma mi ha incuriosito proprio tutta la descrizione delle “sgattaiolate” fuori casa a notte fonda, questo segreto che la donna tiene alla bambina fin quando non diventa più grande ed è in grado di capire, e tutta la vicenda della domanda che vi ho posto precedentemente: “fino a che punto si può spingere un uomo per decidere della vita di un altro?”, “qual’è il limite tra pietà e benevolenza e omicidio?”. Michela Murgia non ci risponderà a queste domande, ma ci fornirà delle giustificazione e delle spiegazione per farci capire il difficile mestiere e il peso di alcune decisioni.

La storia è molto interessante, sicuramente l’argomento principale è stato trattato in maniera molto profonda e originale, ma l’intera storia l’ho trovata un po’ scontata. Ovviamente non è un libro che non consiglio, perché comunque la trama è interessante e  le riflessioni in merito all’argomento cardine sono molto profonde, ma non è un libro che mi è entrato nel cuore e sicuramente non lo rileggerò.

VOTO: 6,5/10

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