Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Il collare rosso

Salve cari lettori, torno con una nuova recensione!!! Finalmente!

Oggi vi andrò a recensire un libro poco conosciuto, che ho comprato a Libraccio mesi e mesi fa, attirata principalmente dalla copertina che raffigura un cane.
Io a dir la verità non sono solita leggere libri che parlano di cani, dopo aver letto “Io e Marley” sono rimasta segnata, per di più ho un cane a casa al quale voglio un bene infinito, perciò ero un po’ preoccupata riguardo la lettura di questo libro; alla fine, fortunatamente, si è rivelata una lettura molto piacevole.

Il libro in questione è “Il collare rosso” di Rufin, che ho scoperto essere il fondatore di Medici senza frontiere.

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TITOLO: Il collare rosso
AUTORE: Jean-Christophe Rufin
EDITORE: E/O edizioni
PAGINE: 154
PREZZO: 16,00€

 

TRAMA: In una cittadina francese nella torrida estate del 1919 un eroe di guerra viene incarcerato in una caserma. Fuori, nella piazza deserta, il suo vecchio cane abbaia notte e giorno. Non lontano da lì, in campagna, una giovane donna attende e spera. Il giudice incaricato dell’affare è un aristocratico i cui valori sono stati messi in crisi dalla guerra. Tre personaggi e un cane che è la chiave del dramma…

 

 

 

 

 

 

 

Premessa doverosa, dato che questa è la prima recensione del 2018: dopo avervi chiesto un parere su Instagram tramite sondaggio, molti di voi hanno votato per recensioni più brevi, quindi proverò ad essere più sintetica possibile.

Il protagonista di questo breve romanzo è un condannato, Morlac, che si trova in una prigione di un piccolo paese francese; il giudice che si occupa del suo caso passa diversi giorni ad interrogarlo per capire le motivazioni che hanno spinto quest’uomo, che è considerato un eroe di guerra, a commettere un crimine di cui non sapremo nulla fino alla fine del libro.
Ma forse il vero protagonista dell’intera narrazione è un cane, che rimane appostato fuori la prigione e non fa altro che guaire e abbaiare per giorni interi, placandosi solo durante i molteplici interrogatori del giudice; subito veniamo a conoscenza del fatto che questo cane è stato un fedele compagno di Morlac durante la guerra.
Il giudice si dimostra curioso riguardo la storia di Morlac ed il suo cane, e gran parte dei loro discorsi ruotano attorno alla figura di questo animale, che è anche un tassello importante per capire di cosa è accusato quest’uomo.

E’ una storia semplicissima, scritta in modo chiaro, lineare; la vera forza di questo libro sta, a parer mio, nella scelta dell’autore di non dichiarare il motivo della condanna fino alle ultime pagine. Questo spinge il lettore a continuare nella lettura del romanzo anche solo per scoprire quale “aberrante” crimine ha commesso il condannato; sicuramente, il fatto di trascinare questa cosa per più di cento pagine ha contribuito alla velocità di lettura, ma la cosa che più mi è piaciuta di questo libro è la qualità dei dialoghi tra i due protagonisti.
Morlac racconta, durante i vari interrogatori (che saranno più chiacchierate che interrogatori), della sua esperienza in guerra; lui, nato come semplice contadino, è stato prelevato dalla sua famiglia e trasformato in militare, obbligato a combattere una guerra di cui non sapeva nulla. Da questi discorsi trapelerà il suo carattere piuttosto singolare, tanto da rendere difficoltosa la decisione di condannarlo o meno da parte del giudice.

“Quel prigioniero però era diverso. Apparteneva a entrambe le sponde: era un eroe, aveva difeso la Patria, e contemporaneamente ci sputava sopra”

Infatti il condannato è contro la sua stessa liberazione, cosa che al giudice pare piuttosto strana. Nonostante vengano fornite a Morlac numerose possibilità per ottenere la libertà, questi le rifiuta tutte sostenendo che è giusto che lui paghi per l’errore commesso. Quindi il giudice, che si dimostra un uomo estremamente giusto e di buon cuore, decide di scoprire lui stesso cosa si cela dietro l’atteggiamento così scontroso e così bizzarro del prigioniero.
Quel che è più importante sottolineare è, però, il modo in cui Morlac e il giudice parlano della guerra. La guerra che cambia le persone, che distrugge tutto; il condannato, da semplice contadino ignorante in fatto di politica, diventa un rivoluzionario, un patriottico. Questo suo atteggiamento, a tratti esaltato e arrogante, confonde ancor più il giudice, semplicemente perché non riesce a collegarlo a ciò per cui è accusato. Il cane sarà la chiave di tutta la vicenda, complice (inconsapevole ovviamente) di questo crimine tanto discusso in tutta la narrazione.

A dirla tutta, il finale mi ha un po’ deluso; aspettavo con ansia di sapere ciò che aveva fatto Morlac per meritare la condanna e alla fine sono rimasta amareggiata nello scoprire che si trattava di una cosa abbastanza banale. Non ho preso tanto a simpatia il personaggio di Morlac, quindi forse questa cosa mi ha fatto apprezzare un po’ meno questo libro; nonostante l’affetto e l’amore che il cane gli dimostra, il prigioniero dichiara apertamente di non volergli bene, e questo mi ha un po’ rattristato. Il cane si presenta al lettore come un animale dolce, affettuoso, affamato e con numerose ferite di guerra, e passa le sue giornate a ululare per il padrone che non ha vicino: una tenerezza infinita.
Oltre questi difetti però posso dirvi che lo stile di scrittura è molto chiaro, semplice, apprezzabile da tutti; è un libro che vi mangerete in pochi giorni proprio per la curiosità di sapere come la storia va a finire, e ho trovato interessante il modo di descrivere la guerra, analizzando la versione di un semplice ragazzo obbligato a combattere.

Nel complesso è stata una lettura piacevole, la consiglio veramente a tutti perché è una storia molto semplice che sono sicura apprezzerete in tanti.

VOTO: 7,5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Il pastore d’Islanda

Nuova recensione!!!
Ebbene si, oggi torno con un’altra recensione di un libro di cui non sento parlare spesso, motivo in più per fare questa recensione, proprio per farvelo scoprire, perché si tratta di un romanzo di tutto rispetto e di assoluta bellezza.
Sto parlando di “Il pastore d’Islanda” di Gunnarsson, autore appunto islandese, nominato diverse al premio Nobel e molto famoso in Nord Europa; fortunatamente la casa editrice Iperborea lo ha portato in Italia e ci ha permesso di apprezzare la letteratura nordica. Infatti questo è il primo libro che leggo sia di questa casa editrice sia di autori nordici, e posso dire di essere rimasta affascinata dallo stile di scrittore di questo autore.

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TITOLO: Il pastore d’Islanda 
AUTORE: Gunnar Gunnarsson
EDITORE: Iperborea
PAGINE: 135
PREZZO: 15,00€

TRAMA: Il Natale può essere festeggiato in tanti modi, ma Benedikt ne ha uno tutto suo: ogni anno la prima domenica d’Avvento si mette in cammino per portare in salvo le pecore smarrite tra i monti, sfuggite ai raduni autunnali delle greggi. Nessuno osa sfidare il buio e il gelo dell’inverno islandese per accompagnarlo nella rischiosa missione, o meglio nessun uomo, perché Benedikt può sempre contare sull’aiuto dei suoi due amici più fedeli: il cane Leó e il montone Roccia. Comincia così il viaggio dell’inseparabile terzetto, la «santa trinità», come li chiamano in paese, attraverso l’immenso deserto bianco, contro la furia della tormenta che morde le membra e inghiotte i contorni del mondo, cancellando ogni certezza e ogni confine tra la terra e il cielo. È qui che Benedikt si sente al suo posto, tra i monti dove col tempo ha sepolto i suoi sogni insieme alla paura della morte e della vita, nella solitudine che è in realtà «la condizione stessa dell’esistenza», con il compito cui non può sottrarsi e che porta avanti fiducioso, costi quel costi, in un continuo confronto con gli elementi e con se stesso, per riconquistare un senso alla dimensione umana. Nella sua semplicità evocativa, Il pastore d’Islanda è il racconto di un’avventura che diventa parabola universale, un gioiello poetico che si interroga sui valori essenziali dell’uomo, un inno alla comunione tra tutti gli esseri viventi. Esce per la prima volta in Italia un classico della letteratura nordica che ha fatto il giro del mondo e sembra aver ispirato Hemingway per “Il vecchio e il mare”, considerato in Islanda il vero canto di Natale.

Prima di iniziare, doverosa e solita premessa, e questa volta voglio elogiare la bellezza di queste edizioni Iperborea: la forma del libro è rettangolare, alta e stretta, e il materiale con cui è fatto ricorda la consistenza di una sorta di tessuto. Insomma, per gli amanti del libro come “oggetto di culto” ( passatemi il termine, si fa per ridere ) queste edizioni sono il paradiso!

Nel leggere la trama avevo già intuito si trattasse di un racconto molto intimo, questo viaggio spirituale che il nostro protagonista compie in mezzo ai monti, e questa è sicuramente la cosa che mi ha fatto scegliere di comprare questo romanzo e di leggerlo immediatamente. Non so rimasta delusa, anzi, mi sono letteralmente divorata questo libro in poche ore, e per di più leggerlo mi ha fatto venire la voglia di rileggere al più presto “Il vecchio e il mare” di Hemingway, dati essere libri dai caratteri molto simili.
Come potrete leggere dalla trama, il nostro protagonista è un uomo di nome Benedikt che ogni anno, nel periodo precedente alla vigilia di Natale e per tutta la durata di questa festa, si reca sulle montagne innevate per richiamare tutte le pecore che si sono perse durante l’anno; già questa cosa, senza considerare per un attimo la parte spirituale e intimistica di questo viaggio compiuto dal pastore, è una cosa molto tenera che mi ha fatto commuovere. Questo amore e questa preoccupazione per gli animali, per di più per animali considerati da allevamento, mi ha riempito il cuore.
Come se non bastasse, a fortificare questo concetto di attaccamento verso la vita da pastore e verso il suo gregge, Benedikt si farà accompagnare da niente di meno di due animali, i due più fedeli compagni: un montone e un cane. Con questi due animali il protagonista ha un rapporto stupendo, quasi non fosse un padrone per loro ma piuttosto un amico.

“Chi la capiva certa gente, capace di mettere in gioco tutto, anche la vita, per qualche pecora che non era nemmeno sua?”

Contro il parere di tutti gli abitanti del villaggio, Benedikt e i suoi compagni partono per la solita spedizione, non consapevoli che una brutta tempesta si sta per abbattere sulle montagne, tempesta che metterà a dura prova i tre amici e soprattutto la riuscita dell’impresa.
Senza andare nei minimi dettagli della trama, vorrei soffermarmi più che altro sulla parte spirituale di questo viaggio, che è anche la parte fondamentale dell’intero romanzo.
Benedikt si mostra come un uomo semplice, senza grandi pretese dalla vita, dedito al suo lavoro e ai suoi animali; si descrive come un uomo di poco conto, senza aspirazioni, ormai giunto al termine della sua esistenza nonostante la sua mezza età. Ma nonostante ciò, si dimostrerà essere un uomo estremamente sensibile, intelligente, buono.

“Non aveva una grande opinione di sé, Benedikt, mentre proseguiva il suo cammino. Come avrebbe potuto? A guardarlo, ora che il giorno declinava, sembrava appena un’ombra incerta nel paesaggio […] C’era sempre qualcosa di incompiuto e insignificante in lui, da qualunque lato si guardasse. Né buono né cattivo, mezzo uomo e mezzo animale”

Una volta finito il romanzo ci si chiede se il viaggio da Benedikt intrapreso avesse veramente lo scopo di salvare le pecore dal gelo invernale oppure avesse come scopo quello di salvare se stesso.
Infatti il pastore, durante il suo cammino verso la baita che ogni anno lo ospita, riflette sulla sua vita passata e presente, e si pone delle domande esistenziali al cospetto delle montagne innevate come se queste potessero rispondergli. In questo contesto si crea una sorta di rapporto intimo tra il pastore e la natura, come se Benedikt riuscisse a ragionare sulla sua stessa esistenza solo insieme alla natura, solo se avvolto da essa.
E’ una cosa che non riesco a spiegare a parole, ma leggendo questo libro ho provato una sensazione di avvolgimento, un calore interiore, come se fossi parte di quel rapporto intimo tra Benedikt e le montagne innevate.
Benedikt ci informa e ci descrive la sua vita molto piatta, monotona, con pochi rapporti umani; è nato come contadino e come pastore e morirà come contadino e pastore, questa è la sua rassegnazione. Ma nonostante la triste presa di coscienza della sua vita, Benedikt custodisce dei sogni, ha delle aspirazioni, e soprattutto sogna la libertà.
Benedikt si definirà “padrone di se stesso solo per un breve periodo”, in quanto per tutto il resto del tempo lavora per qualcuno nella fattoria dove vive o si occupa del gregge in cambio di vitto e alloggio.
I suoi sogni di libertà, di vivere serenamente, sono commoventi, perché da una parte c’è la rassegnazione di non poter cambiare il corso delle cose e dall’altra c’è la malinconia di non poter essere felice. E ancora più commovente è sapere che l’unico momento di libertà, l’unico attimo di felicità, è quello che Benedikt ottiene durante il suo solito viaggio annuale, durante il quale può godersi la natura e stare sereno.

“C’erano stati giorni e notti in cui sognava e nutriva speranze di felicità e di una vita tranquilla. Ora non più, ed è meglio così”

Cosa ancora più triste e allo stesso tempo interessante è il fatto che Benedikt usa questo viaggio spirituale come una sorta di scrigno nel quale nascondere e conservare tutti i suoi sogni. Questo che ci viene riportato nel romanzo è il ventisettesimo viaggio che il pastore fa per andare a ricercare le pecore, e in tutti i ventisei viaggi ha raccontato e ha portato un pezzo del suo cuore, dei suoi sogni, sopra quelle montagne, per poi abbandonarli con rassegnazione. I suoi sogni comprendevano una vita diversa, una libertà che in realtà Benedikt non può permettersi perché sopravvivere diventa più importante dell’essere felici.
Benedikt, in questo contesto, si chiederà se il suo viaggio non ha proprio come scopo quello di “andar a trovare i suoi sogni”, ovvero di passare delle giornate sereno, sognando e sperando in una futura felicità, pur rimanendo con la consapevolezza di vivere giorni di “vacanza”, giorni irreali, che la vita quotidiana lo attende al ritorno del suo viaggio.
Perciò il viaggio verso il ritrovamento delle pecore diventa essenziale per la vita di Benedikt, perché rappresenta l’unico spiraglio di serenità nella sua vita, l’unico momento durante l’anno per essere veramente se stesso e per godersi tutti i suoi sogni insieme alla natura, quasi fingendo che quei sogni si siano veramente realizzati.

“Eh sì, il tempo passa. Ventisette anni… In fondo ai quali erano sepolti i suoi sogni. Quei sogni. Quelli che solo lui e Dio conoscevano. E le montagne, a cui li aveva urlati nella sua disperazione. Ma già al primo anno li aveva lasciati lassù. Ben nascosti […] Era a causa loro che doveva tornare lì ogni inverno? Per vedere se ancora non strano dissolti e la terra non li aveva inghiottiti?”

Ultima cosa di cui vorrei parlarvi è il rapporto che Benedikt crea con i due animali, un montone e un cane, che considera veri e propri amici, e soprattutto considera essenziali per la propria serenità. Probabilmente il viaggio non sarebbe stato lo stesso senza di loro, perché entrambi sono parte integrante del suo progetto di serenità.
Il fatto che questo pastore riesca perfettamente a creare un rapporto intimo con gli animali e non con le altre persone denota proprio la sua voglia di estraniarsi dalla società e dal proprio villaggio e vivere in mezzo alla natura, in tranquillità.
Il rapporto tra Benedikt e i due animali è qualcosa di molto dolce, e mi ha profondamente commosso vedere come gli animali intervengono in soccorso di Benedikt quando si trova in difficoltà.
Anche gli animali ovviamente sono intesi come parte integrante della natura, e quindi il rapporto che il pastore instaura con essi è lo specchio dell’amore che prova per la natura stessa. Spero di essermi spiegata bene, perché è un libro molto complesso da recensire.

In generale tutto il romanzo è incentrato sul rapporto tra uomo e natura, e ancora di più tra l’uomo e la sua esistenza. Benedikt si interroga sul senso della sua vita, e il viaggio in cui si trova immerso nella natura, in silenzio e in pace con se stesso, rappresenta lo sfondo perfetto per questo momento intimo e quasi catartico. Benedikt si chiederà se l’uomo è destinato alla solitudine, se è la stessa solitudine il presupposto fondante dell’esistenza umana.
Benedikt fondamentalmente si interroga sul senso ultimo dell’uomo, ricerca una spiegazione riguardo l’esistenza dell’essere umano in natura, e la cosa interessante è che il tutto lo fa circondato dalla natura stessa, che partecipa a queste sue riflessioni.
La forza e la profondità di questo romanzo non può essere espressa a parole, va letto assolutamente.

“L’uomo si aggrappa alle sue cose, si aggrappa a se stesso e alle sue cose al di là della morte, teme che la vita gli sfugga tra le mani – è questa la più reale di tutte le realtà, la più fragile di tutte le fragilità, la più infinita tra le cose infinite. Teme la solitudine, che è la condizione stessa della sua esistenza. Teme di non essere più circondato dal prossimo e forse d’esser dimenticato da Dio. Una piccola consolazione è che, se tutto va bene, sarà sepolto qui e rimarrà ancorato alla terra per sempre”

Ho apprezzato molto questo libro per la sua estrema semplicità e contemporaneamente per la sua carica emozionale. Il racconto di Benedikt, il suo viaggio, le domande che pone a se stesso, mi hanno spinto a riflessioni profonde, che a possono risultarci spaventose. Come il pastore, anche io mi sono chiesta quale potesse essere il senso e il fine ultimo dell’uomo, e il fatto che un libro ci spinge a ragionare vuol dire che l’autore è stato abbastanza incisivo da arrivare al nostro cuore e alla nostra mente.
Con una trama molto semplice, Gunnarsson è riuscito a commuovere e far ragionare il lettore, quindi posso solo che consigliarvi vivamente questo romanzo. Leggerò senz’altro qualcos’altro di questo autore, ma custodirò sempre un bellissimo ricordo di questo libro perché mi ha veramente emozionato.
E infondo, ora che è proprio periodo natalizio, non esiste un libro più azzeccato di questo… Una coperta, cioccolata calda, il gelo fuori, e il “Pastore d’Islanda”.

VOTO: 8,5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Le streghe di Lenzavacche

Altra recensione !!! Eh si lo so, sto leggendo tantissimo in questo periodo, e la cosa si traduce automaticamente in: tantissime recensioni per voi, però spero che ne siate contenti 🙂
Oggi vi parlo di un libro di cui non sento parlare molto spesso, ma che ho saputo essere uno dei classificati al premio Strega del 2016 ( mi sembra di ricordare, correggetemi qui sotto se sto sbagliando anno ).
Sto parlando di “Le streghe di Lenzavacche” di Lo Iacono, pubblicato dalla casa editrice E/O, libro che mi ha conquistato in primis per la sua copertina stupenda dai colori tipici autunnali.

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TITOLO: Le streghe di Lenzavacche
AUTORE: Simona Lo Iacono
EDITORE: E/O
PAGINE: 151
PREZZO: 15,00€

TRAMA: Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell’ abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l’oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.

Quando ho letto la trama non ne ero rimasta tanto incuriosita a dir la verità, e ho scelto proprio questo libro in mezzo a tutti quelli non letti della mia libreria solo per due motivi sinceramente: ero curiosa poiché questo libro è stato candidato come finalista del premio Strega e, ben più importante, ha una copertina stupenda ! Eh lo so, lo so, l’abito non fa il monaco ma la copertina dei libri contribuisce alla voglia di leggerli ahah; comunque per una motivazione o per l’altra, ho letto questo libro e mi è piaciuto tanto. Non è di certo uno dei miei libri preferiti, ma si è rivelata una piacevolissima lettura, e infatti l’ho concluso in un paio di giorni, merito anche della sua brevità.
Vi preannuncio che sarà una recensione molto breve, poiché il libro è anch’esso molto breve appunto e per di più non vi è una vera e propria trama piena di colpi di scena, avvenimenti importanti ecc. E’ una storia, una semplice storia di una famiglia che vive in un piccolo paese siciliano…

Ci troviamo in un piccolo paese della Sicilia, Lenzavacche appunto, famoso perché paese nativo un gruppo di donne, le streghe di Lenzavacche, che furono esiliate, perseguitate e infine uccise nel diciottesimo secolo ( mi pare di ricordare ). Per quanto la storia di queste streghe sia uno dei punto cruciale dell’intera narrazione, i veri protagonisti di questo romanzo sono una famiglia che vive in questo paese, una famiglia considerata particolare agli occhi di tutti. Questo nucleo è composto da nonna Tilde, discendente diretta delle streghe, la figlia Rosalba e il nuovo arrivato: il piccolo Felice, figlio di Rosalba, e frutto di una storia d’amore estiva e fugace con l’arrotino del paese.
Scopriamo ben presto che Felice non è un bambino che può essere definito normale, poiché già alla nascita presenta menomazioni fisiche e crescendo svilupperà anche disabilità mentali; questo porterà all’esilio della famiglia intera da parte dei concittadini di Lenzvacche, e alla credenza che questo bambino sia frutto di un atto impuro o di una qualche azione del demonio. Assisteremo per tutta la durata del romanzo alla crescita di questo bambino, il tutto raccontato dal punto di vista della mamma Rosalba, che supera le sue stesse disabilità e sorride allegramente alla vita non curandosi di ciò che pensano le altre persone.
Questo è forse uno dei temi principali di questo libro, anche se l’autrice è stata molto abile a non farlo emergere palesemente per non sfociare nella critica sociale: la diversità, e l’accettazione del diverso.
Infatti anche la scelta da parte dell’autrice di portare come sfondo storico della narrazione il periodo del fascismo italiano non è causale; in questo modo si vuole sottolineare la poca accettazione di chi è diverso, di chi la pensa diversamente dalla massa, cosa che come ben sapete non era permesso in quel periodo storico. Per di più, questa situazione è stata portata all’estremo ambientando tutta la storia in un paesino dell’estremo sud italiano, in cui i cittadini sono dominati da credenze religiose e tradizioni quasi magiche legate al passato.
Quindi diciamo che questo bambino disabile non poteva nascere in un posto e in un tempo peggiore !

“[…] So però che sei cresciuto senza preconcetti, Felice, che non hai mai avuto un momento di malinconia, e sei arrivato a oggi con una tua fierezza, il portamento inclinato ma dignitoso, lo sguardo bruciante e appassionato, e quel sorriso, un abisso, una strada, un viatico. A volte quando mi scruti strizzandomi le gengive a mo’ di segnale, penso che la normalità è solo questione di postazione, e che varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo, dei sacchi di sabbia sotto i quali abbassiamo la testa […] E allora penso che dobbiamo sembrarti tanti mostri, Felice, con le nostre apparenze, con quell’arroganza che ignora la fine, con quell’illusione di eternità che ci rende futili e senza pace, o con quella pretesa di sapere cosa accadrà domani”

Dall’altra parte, vi è la storia di un maestro appena assunto nella scuola di Lenzavacche, di cui conosciamo i pensieri e le azioni tramite lettere quasi giornaliere che lui scrive alla zia, in cui le racconta tutto ciò che succede durante le sue giornate. Subito, tramite una delle prime lettere che leggiamo, veniamo a conoscenza del fatto che questo ragazzo si è recato in questo paesino per scoprire qualcosa e per portare a termine una ricerca a noi sconosciuta fino alla fine del romanzo. E ovviamente, come vi ripeto sempre, non sarò io a dirvi cosa succederà alla fine, ma come potete ben immaginare le due storie, quella del maestro e quella della famiglia di Felice, sono collegate in qualche strano modo.
Dai racconti del maestro trapela il clima di severità e di estrema rigidità caratteristico del periodo fascista, tanto che la sua classe verrà dimezzata pian piano per il suo metodo d’insegnamento non adatto ai schemi e alle linee guide imprescindibili fornite dal sistema scolastico appunto  fascista.
E anche qui, sotto altre vesti, trapela il concetto di diversità: che si tratti di un bambino disabile o di un maestro con idee definite troppo rivoluzionarie e con metodi di insegnamento fuori dagli schemi, comunque si parla di diversità, della non accettazione di chi non risulta uniforme alla massa.

“Per questo vengono a scuola. Per imparare quel poco che li salvi dall’inganno, per tirare di conto in bottega e capire il denaro, scansare le truffe, battere i furbi sul loro stesso terreno. Le altre classi sono invece miei di figli di professionisti affermati, un avvocato, un notaio, proprietari terrieri e famiglie di buon censo che si sono volentieri allineate al regime”

La narrazione procede in modo scorrevole, ogni capitolo è abbastanza breve ed è diviso a metà tra parti raccontate da Rosalba in cui si parla del bambino e della sua crescita, e parti affidate al maestro Alfredo, in cui vengono riportate le lettere scritte alla zia.
Il fatto di fornire due storie completamente diverse e distribuite in egual misura all’interno del libro, e soprattuto la crescita della curiosità che si fa strada nel lettore riguardo al conoscere come queste due storie si legheranno alla fine, contribuisce alla lettura molto veloce di questo romanzo.
L’autrice è stata veramente abile nel non annoiare mai il lettore, pur trattandosi di una semplice storia senza una vera e propria trama, se non quella di raccontare ( e denunciare forse ) la situazione di questo paesino siciliano, da due punti di vista non tradizionali, ovvero due persone “esiliate” perché ritenute diversi.

Mi è piaciuto molto questo romanzo, sicuramente lo consiglio a tutti per questo tema delicato ma estremamente importante e attuale che l’autrice ha affrontato. E posso affermarvi con certezza che il modo in cui la Lo Iacono parla e racconta della diversità, della disabilità, della libertà di pensiero e di parola, è molto dolce, molto rispettoso, e soprattuto non ha reso il romanzo pesante nonostante i temi affrontati. Molto spesso i libri che trattano di disabilità fisiche o mentali, soprattutto infantili, risultato banali e pesanti, o fin troppo malinconici per averne un bel ricordo; invece questo romanzo mi è risultato molto fresco, molto leggero anche ( cosa che non avrei mai pensato di dire trattandosi di un romanzo che tratta di un così tanto delicato argomento ). Mi ha sorpreso lo stile di scrittura di quest’autrice, appunto molto delicato, molto preciso, ma allo stesso tempo sfrontato in qualche occasione.
So che probabilmente mi sto ripetendo nel dirvi cosa penso di questo libro, ma se state cercando una lettura non troppo impegnativa, non troppo astrusa da leggere, ma che contiene tematiche di rilievo e non scontate, io vi consiglio questo romanzo.
In più posso dire di essermi commossa nel leggere di come l’amore di una madre per un figlio possa sconfiggere qualsiasi tipo di problema, qualsiasi pregiudizio o paura. Ho assistito alla crescita di Felice e a come questo bambino riesce a sorridere alla vita nonostante tutto e mi sono sentita estremamente fortunata nell’essere in salute. Molto spesso ci dimentichiamo di sorridere e di essere felici per quel che si ha, anche se quello che si ha non è sempre il massimo, e questo è uno di quei romanzi che ci ricorda che non importa quanto possiamo essere diversi sia fisicamente, economicamente, socialmente, dagli altri, ma tutti abbiamo il dovere di essere felici.
Soprattutto questo libro ci insegna a non giudicare gli altri, a non emarginare le persone solo perché si ha paura della diversità altrui, a non avere pregiudizi e limiti nel conoscere altre persone o altre realtà, e a trattare tutti con rispetto e a dare a tutti la possibilità di essere se stessi. Sono tutte tematiche estremamente potenti, che fanno riflettere il lettore, e a parer mio questo è il dono più prezioso che può fare un libro.

“A modo mio, ho insegnato loro quello che credevo dovesse dare la scuola, e ciò un’anima e una vocazione, e gli ho messo in mano parole e libri, le sole armi che abbia mai imbracciato”

Sono molto contenta di averlo letto, anche perché secondo me è uno di quei libri che arricchiscono il lettore e che insegnano qualcosa di veramente profondo e importante. Come avete ben capito, lo consiglio a tutti !

VOTO: 8/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

La cena

Ciao a tutti, anche oggi nuova recensione !!!
Sto facendo tantissime recensioni in queste settimane, e sto anche leggendo tantissimo, ma non temete… Arriverà un book haul mega gigante molto presto (per chi mi segue su instagram sa che sto comprando in modo compulsivo ahah).

Oggi vi parlo di un libro che in pochi conoscono ma che veramente vale la pena la pena leggere: “La cena” di Koch, ed è talmente particolare come narrazione che non so ancora se inserirlo sotto la voce “gialli e thriller” o sotto “narrativa”… staremo a vedere se giungerà l’illuminazione.

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TITOLO: La cena
AUTORE: Herman Koch
EDITORE: Beat 
PAGINE: 255
PREZZO: 12,50€

TRAMA: Due coppie sono a cena in un ristorante di lusso. Chiacchierano piacevolmente, si raccontano i film che hanno visto di recente, i progetti per le vacanze. Ma non hanno il coraggio di affrontare l’argomento per il quale si sono incontrati: il futuro dei loro figli. Michael e Rick, quindici anni, hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. Le videocamere di sicurezza hanno ripreso gli eventi e le immagini sono state trasmesse in televisione. I due ragazzi non sono stati ancora identificati ma il loro arresto sembra imminente, perché qualcuno ha scaricato su Internet dei nuovi filmati, estremamente compromettenti.
Una storia dura, emozionante, provocatoria. Un dramma contemporaneo che racconta l’intimità di una famiglia e lo sconvolgente attrito tra le necessità del cuore e quelle della morale, la scelta a volte impossibile tra l’amore verso un figlio e il rispetto per la vita degli altri.

 

 

Leggendo la trama mi ero fatta già una mezza idea del carico emotivo che conteneva questo libro, ed è stato proprio questo il motivo per cui l’ho acquistato, perciò le aspettative erano piuttosto alte. Posso dire con assoluta certezza che non mi ha per nulla deluso, anzi, mi aspettavo anche una sorta di difficoltà nell’apprezzare a pieno il significato intrinseco della storia, invece è risultato tutto molto chiaro e incisivo, questo perchè lo stesso stile di scrittura è abbastanza semplice.

Ma passiamo alla storia: due coppie, quattro genitori, due padri e due madri, a cena insieme. Sembrerebbe una cena come tante, come quelle che tutti noi facciamo una volta a settimana con amici, parenti, famiglia, colleghi, e invece questo incontro ha tutto un altro scopo.
La storia è narrata dal punto di vista di uno dei due padri, Paul Lohman, che non si limita esclusivamente a raccontare i fatti, ma interagisce con il lettore dandogli del tu, creando in questo modo una sorta di “conversazione reale” dandoci così l’impressione di star realmente colloquiando con lui; è una scelta, quella dell’autore (o comunque del personaggio) di rivolgersi al lettore direttamente con frasi del tipo “non ti dirò perché è successo questo…”, che non mi fa impazzire in generale, eppure in questo libro e all’interno di questa specifica storia è stata la scelta più congeniale a parer mio. Infatti questo particolare, questa scelta narrativa, mi ha permesso di entrare meglio nella situazione, di immaginarmi seduta li con i quattro personaggi a cena, di entrare nella mente dei personaggi e soprattuto nella mente di Paul che ci sta raccontato la storia.

Come accennavo prima, due coppie si incontrano a cena, e subito capiamo che si tratta di due fratelli, Paul e Serge, e delle loro rispettive mogli, Claire e Babette. Questi sono i protagonisti del nostro libro, anche se scopriremo ben presto che i veri protagonisti della storia sono piuttosto i loro rispettivi figli, Michael e Rick.
La narrazione non inizia direttamente dalla cena, ma Paul, il nostro narratore, ci fornisce piccoli dettagli, piccoli indizi, per farci capire che la cena a cui parteciperà quella stessa sera non sarà una cena come le altre.
Infatti, le due coppie di genitori, per puro caso guardando la televisione, hanno scoperto che i loro figli hanno ucciso una persona. E tenete bene a mente il fatto che io chiami questo essere umano “persona” perché sarà uno dei punti principali della narrazione. Michael e Rick, di ritorno da una festa e leggermente brilli, hanno percosso e ucciso una senzatetto che si trovava a dormire all’interno della cabina di un Bancomat; ovviamente i due ragazzi hanno pensato bene che la puzza che emanava la donna era troppa, che quello non era il posto dove una persona può dormire e che quindi doveva essere prima allontanata e poi eliminata, descrivendo tutta la scena quasi come un gioco, un qualcosa di divertente da provare una volta nella vita.
Come se la cosa non fosse abbastanza sconvolgente, una telecamera che si trovava affianco alla cabina del Bancomat ha ripreso tutta la scena, ma i volti dei due ragazzi non sono ancora stati resi noti pubblicamente in quanto l’immagina risulta al buio e abbastanza sfocata; comunque, la scena è ripresa dal primo all’ultimo momento, e trasmessa su tutti i telegiornali e le trasmissioni televisive. Ed è proprio in questo modo che i quattro genitori vengono a conoscenza del fatto, appunto guardando la televisione tranquillamente. Sconvolgente vero?

Ma torniamo alla narrazione. Paul, prima di recarsi al ristorante scelto dal fratello, fratello con cui non ha un bellissimo rapporto, si reca di nascosto in camera del figlio e riesce a vedere sul suo cellulare un video abbastanza inquietante. Infatti il padre scopre che il figlio e il nipote non si erano fermati alla senzatetto della cabina del Bancomat, fatto di cui lui era già a conoscenza, ma avevano allegramente filmato anche un’altra aggressione ad un altro senzatetto alla stazione della loro città; nel video, i ragazzi gli urlavano addosso, lo picchiavano, lo offendevano, insomma una serie di percosse e di insulti abbastanza spinti. Al che io avevo la pelle d’oca, e questa sensazione di ribrezzo mi ha permesso di andar avanti con la narrazione a velocità sorprendente, perché volevo a tutti costi capire e sapere il motivo che spinge due giovani ragazzi al razzismo e alla violenza. Infatti questo è proprio il tema principale di questo romanzo, motivo per il quale sono anche in difficoltà nel “categorizzarlo” come giallo, poiché tutta la storia non è finalizzata a trovare il killer, ma piuttosto si ricercano le motivazioni o (passatemi il termine) le giustificazioni del crimine commesso dai due ragazzi.
Oltre a questo tema, si affronterà anche quello del rapporto genitore-figlio, e ancora di più l’autore ci metterà davanti ad una scelta piuttosto difficile: due ragazzi così giovani andrebbero puniti o perdonati? Su questa cosa ci torneremo dopo, riprendiamo con la narrazione.

Una volta giunti al ristorante, la cosa più angosciante e anche quella più interessante a parer mio è il fatto che le due coppie di genitori passano le prime ore a chiacchierare del più e del meno, scambiandosi occhiate di consapevolezza rispetto a ciò che realmente stavano per affrontare. Proprio il fatto di passare ore a chiacchierare allegramente come se si trattasse di una qualsiasi cena in famiglia contribuisce ad angosciare il lettore, a confonderlo; nessuno dei quattro riesce ad tirar fuori l’argomento, forse nessuno di loro sa come tirarlo fuori piuttosto, e l’autore ha saputo esprimere perfettamente questa paura dei genitori nei confronti del futuro dei propri figli. L’amore per un figlio e la preoccupazione diventano una cosa sola, si fondono, fino a rendere tutta la situazione quasi paradossale.
Ma il punto centrale dell’intero romanzo è la divergenza di opinioni tra le due famiglie, perché entrambe vogliono affrontare il problema in due modi completamente opposti ma lo scopo della cena è proprio quella di doversi mettere d’accordo, dato che i due ragazzi hanno commesso l’omicidio insieme. Una delle due famiglie desidera proteggere il figlio, andar avanti come se niente fosse, considerando tutto l’accaduto una bravata da dimenticare, l’altra invece è convinta che il figlio debba pagare per l’errore commesso per non portarsi questo fardello per tutta la vita.
In questo modo, analizzando i pensieri e i comportamenti di due famiglie, l’autore ci pone davanti due scelte, e ci interroga: cosa dovrebbe fare un genitore che ama il proprio figlio? Sareste capaci di perdonare e vivere in casa con un quindicenne che ha commesso un omicidio? Koch è molto bravo a confonderci le idee, facendoci prima analizzare il meglio e poi il peggio di entrambe le scelte, mettendoci in crisi persino su ciò che credevamo giusto ancor prima di leggere questo romanzo.

Fatto ancora più interessante è l’importanza che si da all’omicidio: dato che si tratta di una senzatetto, uno scarto della società, uno dei genitori ( non vi dirò chi ) non lo considererà un vero e proprio omicidio, tanto da comprendere il figlio, tanto da giustificare l’atto stesso. Una barbona non è considerata una persona, quindi in realtà l’omicidio di un così poco importante essere umano dovrebbe passare anche inosservato agli occhi della società. Detto in questi termini, quasi sconvolgenti, sembrerebbe che la soluzione più giusta da prendere sia quella di costituirsi e pagare per l’errore commesso, ma fidatevi se vi dico che alla fine della storia rimarrete confusi senza sapere che scelta prendere, da che parte schierarsi.
Si analizzerà anche un’altra questione in parallelo, quella del bene e dell’amore che si prova per un figlio; ci domanderemo se vedere il proprio bambino passare anni in carcere sia giusto o meno, se la colpa del comportamento di un figlio sia dei genitori che lo hanno educato in un certo modo.
Tutta la narrazione alla fin fine si basa su questo punto chiave: considerare o meno una barbona una persona, e la conseguente giusta pena per chi commette un omicidio del genere.

Il punto forte di questo romanzo è a parer mio la tensione che cresce pagina per pagina; la narrazione può sembrarvi lenta all’inizio, la scrittura può sembrarvi a tratti banale, ma superate le prime cinquanta pagine, ed entrando nella storia, il lettore si sente quasi costretto a rimanere attaccato alle pagine per capire l’evolversi della situazione. L’autore è abile nell’aggiungere pian piano i pezzi del puzzle, di non fornirci tutte le informazioni all’inizio, di giocare anche un po’ con la nostra mente facendoci cambiare opinione riguardo l’idea di giustizia da applicare in questi casi.
Motivo per il quale sono indecisa se intenderlo come thriller è proprio questa suspance che cresce nel lettore, ma non intendo solo quella data dal voler sapere come fa a finire la storia, che per inciso avrà un finale abbastanza inaspettato, ma soprattuto parlo di una sensazione di inquietudine che cresce in qualunque persona quando si parla di qualcosa che potrebbe accadere anche nella nostra vita.
Non so come rendere al meglio quest’idea, ci provo: l’autore ha scelto come delitto cardine della storia un semplice omicidio, per di più di una senzatetto, per renderlo quasi un crimine “borderline”, un crimine sicuramente non banale ma neanche tanto grave, proprio per alimentare in noi ( come nei genitori dei ragazzi ) un dubbio. Non fraintendetemi, non sto assolutamente giustificando il crimine o considerandolo di poca importanza, sto solo dicendo che dalla parte di un genitore questo è un delitto che potrebbe destare qualche dubbio, ed è proprio questo il motivo per cui l’autore ha scelto di portare l’omicidio di una barbona e non l’omicidio di un compagno di scuola dei ragazzi per esempio, cosa che non avrebbe destato nessuno dubbio riguardo la pena da applicare. E ripeto, non sto considerando l’omicidio di una senzatetto meno o più importante dell’omicidio di un qualsiasi compagno di scuola dei due ragazzi, sto solo analizzando la cosa dal punto di vista di un genitore e ancora di più dal punto di vista ella società. Destare dubbio sull’idea di giustizia, sempre considerando tutta la situazione da un punto di vista di un genitore che ama il proprio figlio e non dal punto di vista di un estraneo a cui non tocca minimamente l’argomento, è il cuore di questo romanzo.

“Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”

E’ un libro che mi è piaciuto molto, che mi ha fatto riflettere su varie cose, che mi ha permesso di analizzare un crimine da più punti di vista, e che soprattutto mi ha permesso di analizzare le considerazioni della società su determinati soggetti, appunto considerati neanche esseri umani; per di più la scrittura che Koch usa è molto semplice, molto scorrevole, pensavo risultasse un libro pesante soprattuto per l’argomento delicato, invece ho letto tutto il romanzo in due o tre giorni.
Ultima cosa che voglio analizzare è il fatto che la bravura di questo scrittore si nota da un particolare: non è facile ambientare l’intero romanzo, più di 300 pagine, in un ristorante, con colpi di scena pari a zero e con pochissimi personaggi, senza tuttavia annoiare mai il lettore, anzi aumentando la tensione pagina per pagina; Koch ha compiuto un’impresa magistrale a parer mio, e ha anche saputo gestire tutta la narrazione al meglio.
Lo consiglio a tutti, ancor di più a chi è genitore perché sicuramente può apprezzarlo e commentarlo meglio.

VOTO: 8/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Dalle rovine

Finalmente vi faccio questa recensione!

Ciao a tutti, volevo fare questa recensione da non so quanti giorni ma ogni volta che mi mettevo a scriverla non veniva mai come la volevo, e non riuscivo mai a rendervi a pieno le sensazioni provate nel leggere questo romanzo. Sto parlando di un libro molto chiacchierato, finalista al premio Strega 2016 (mi pare, correggetemi qui sotto se sbaglio),  di cui forse tutti voi avete già sentito parlare: “Dalle rovine” di Funetta, edito dalla Tunué che (lasciatemelo dire) fa un lavoro eccezionale di editing del prodotto, ho letteralmente amato la copertina ma soprattutto la consistenza delle pagine.

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TITOLO: Dalle rovine
AUTORE: Luciano Funetta
EDITORE: Tunué 
PAGINE: 184
PREZZO: 9,90€

TRAMA: Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l’insolita e seducente scena della pornografia d’arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia. Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.
Uomini, come scriverebbe Vollmann, che rappresentano un incubo per se stessi, e che aspirano a sublimare le loro vite in un’ultima, sanguinaria opera d’arte.

 

 

 

 

 

Quando ho letto la trama sono rimasta abbastanza confusa, ma parlo di quella confusione che ti incuriosisce talmente tanto che la vocina dentro di te ti dice “leggilo, leggilo, devi capire di che tipo di storia si tratta”. E così ho fatto, ho letto questo libro, precisamente l’ho letto in meno di ventiquattro ore; ebbene sì, sono rimasta sveglia fino alle 3 di notte per finirlo (e al diavolo gli esami universitari per un giorno), e quando l’ho finito mi sono detta: “ok, sono spaventata!”. Ma non confondiamoci, sto parlando di quel tipo di paura che ti risucchia, che ti mette un’angoscia dentro che non ti sai nemmeno spiegare, un qualcosa che si aggrappa a te e non ti lascia più. Vi sto spaventando? Non per niente ho fatto uscire questa recensione appena dopo Halloween ahah.
A parte tutto, sono rimasta alquanto inquietata dalla lettura di questo libro, ma non si tratta di un libro horror, né di un thriller, in realtà non saprei nemmeno come definirlo. E’ un libro che una volta letto, secondo me, non ti lascia più andare.

Come potete leggere dalla trama, il protagonista è Rivera, un uomo di mezza età che vive solo con i suoi serpenti; infatti la narrazione si apre con il racconto di un incidente avvenuto qualche anno prima, in cui il figlio di Rivera era stato ferito o morso (non ricordo) da uno dei suoi animali, e di conseguenza la moglie lo aveva messo davanti ad una scelta: o noi, la tua famiglia, o i serpenti. Una persona normale cosa avrebbe scelto? E… no, lui ha scelto i serpenti.
PS: A questo punto io mi sono detta: perfetto, il protagonista non sta bene, meno male sarà una storia interessante !
Successivamente succede un fatto piuttosto conturbante, che non starò qui a descrivervi nei minimi particolari perché ve lo lascio gustare a pieno, ma in poche parole Riviera prova una sorta eccitazione sessuale alla vista dei suoi serpenti, perciò decide di riprendersi mentre si masturba con addosso i suoi animali, e porta il suo video amatoriale al proprietario di un cinema che proietta film pornografici. 
Ovviamente il proprietario rimane estasiato alla vista del video, anche perché non è di certo una cosa che si vede tutti i giorni, e propone a Rivera di presentargli un famoso regista di film porno, il signor Jake Birmana.
Da qui in poi, Rivera entra in questo nuovo mondo della pornografia e conoscerà tante figure, dai caratteri più disparati: Birmana, il famoso produttore che si presenta a noi come un uomo colto, a tratti malinconico, Laudata il regista giovane, folle, il classico stereotipo soldi-sesso, Maribel, l’attrice che affianca Rivera, e Traum il produttore sempre di film porno, rivale di Birmana. E poi il personaggio che sconvolgerà la vita di tutti, Alexander Tapia, uno scrittore e sceneggiatore, che vedrà in Rivera la sua unica possibilità.
Infatti Tapia chiederà il parere di Rivera su un’opera scritta da lui e intitolata “Dalle rovine”, che cambierà la vita e l’animo del protagonista; non vi dirò la trama di questo manoscritto, ma sappiate solamente che si tratta di qualcosa di tanto angosciante che Rivera non riuscirà più a staccarsene. Il manoscritto diventa un’ossessione, una droga, un qualcosa che occupa totalmente la mente di Rivera, tanto da presentarlo al resto del gruppo e far entrare anche loro in questo vortice di pazzia.
Il manoscritto diventa così il vero e unico protagonista del romanzo, e la malinconia e la confusione che provoca la lettura di questo manoscritto sono le sensazioni predominanti nella mente dei personaggi e di conseguenza nella mente del lettore. Questa opera violenta ed estremamente disturbata e disturbante porterà non solo alla pazzia di tutti i personaggi, ma li consumerà pian piano;
 assisteremo perciò ad una disfatta generale che risulterà quasi poetica.
Non si avranno colpi di scena, né scene violente e sanguinose, l’autore semplicemente gioca con la mente di chi legge insinuando l’angoscia attraverso i pensieri e le azioni confuse e autolesioniste dei personaggi, facendoci capire quanto il loro animo sia scombussolato (in generale) e ancor di più dopo la lettura dell’opera di Tapia.

“L’erotismo è esotismo, signor Rivera. L’erotismo è ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, e a costo di una profonda tristezza. Sa, quello del sesso è un mondo fatto di tristezza, anche se ci teniamo a non darlo troppo a vedere”

La cosa che ho veramente apprezzato di questo libro è che l’argomento pornografia non viene affrontato in maniera volgare, sfacciata, ma piuttosto è qualcosa he fa da sfondo all’intera narrazione, una specie di campana di vetro dove racchiudere la descrizione di questi personaggi e del loro animo tormentato. Così come quelle poche scene di sesso, non vengono descritte in maniera dettagliata, giusto quel poco che basta per inquietare il lettore, quel poco per far capire cosa sta succedendo non fisicamente, ma piuttosto nella mente dei personaggi. E’ un po’ difficile da spiegare se non lo si legge.

Per quanto il libro mi sia piaciuto molto, per quanto il tema affrontato è sicuramente provocatorio e interessante, il finale mi ha un po’ deluso e proverò a spiegarvi il perché. La narrazione è affidata a due figure, che nel libro sono semplicemente indicate con “noi” (noi lo guardavamo, noi lo osservavamo, noi lo seguimmo,…), e queste due entità ci parlano anche dei pensieri di Riviera oltre che descriverci le azioni e narrare l’intera storia. Io mi sono mangiata questo libro per due motivi: primo, non vedevo l’ora di sapere se questa sceneggiatura sarebbe stata veramente messa in scena (e la risposta non ve la darò di certo io) e secondo volevo sapere l’identità di queste due figure, e qualche idea in testa l’avevo. In realtà l’autore non ci svelerà mai questa cosa, quindi sono rimasta un po’ con l’amaro in bocca, un po’ come se in un giallo scopri chi è l’assassino ma non il motivo per cui ha ucciso, ti manca un pezzo.
E anche questo amaro in bocca a parer mio non è stato causale: Funetta ci ha voluto lasciare in questo limbo, nella confusione totale, in questo stato di completo smarrimento, per alimentare in noi lettori l’angoscia che cresce pagina per pagina.
Ecco cosa mi ha trasmesso questo romanzo: smarrimento.
“Dalle rovine” trasmette al lettore esattamente le stesse sensazioni che provano i personaggi stessi: inquietudine, solitudine, smarrimento, confusione. Quando l’ho concluso mi sentivo svuotata, avrei voluto rileggerlo solo per capirlo meglio ma in realtà mi sono resa conto che non ha un significato vero e proprio, semplicemente la bellezza intrinseca di questa pubblicazione è quella sensazione inspiegabile di paura.
Avete presente quando vedete un incidente per strada e per quanto sia brutto, violento, probabilmente pieno di sangue, volete per forza andarlo a vedere? E quella scena non si toglierà più dalla vostra testa. Questo è l’effetto che suscita questo libro.

” Rivera ci pensò su, poi disse che mentre leggeva la sceneggiatura aveva avuto l’impressione di essere osservato, e da osservato aveva cominciato a sentirsi circondato, poi minacciato, poi soffocato dalla folla degli uomini e dalla loro vendetta, senza sapere se sentirsi vittima o carnefice. -Ad un certo punto era come se fossi nudo e stessi camminando e tutti mi guardassero- disse; -ti piaceva sentirti osservato?- chiese Tapia; -Si- disse Rivera; -Cos’altro?- chiese Tapia; -mi piaceva la minaccia sulla mia testa- -Cosa diceva la minaccia?- chiese Tapia; -che ero solo- “

Se mi soffermo a pensare, la lettura del famoso manoscritto scritto da Tapia, vero protagonista del romanzo, ha rapito varie persone, ma non rapito nel senso buono, ma piuttosto mi è sembrato quasi una droga, un qualcosa che una volta letto ti cambia, ti rende appunto confuso; Rivera, così come tutti gli altri personaggi, leggono “Dalle rovine” e la loro vita cambia, e vengono risucchiati in questa spirale di solitudine, di violenza; diventano pazzi.
E non è forse quello che accade allo stesso lettore? Non è un caso che Funetta abbia voluto dare al libro lo stesso nome del manoscritto di Tapia, perché quello che quest’ultimo provoca nei personaggi, questo romanzo provoca la stessa cosa nel lettore.
Non capisco ancora se questo libro ti regala o ti ruba qualcosa, in entrambi i casi si tratta di qualcosa di inspiegabile.

Mi ha un po’ turbato questo romanzo a dir la verita, anche ora che ve ne parlo e ricordo alcuni passi ritrovo quella sensazione di inquietudine che mi devasta; esplorare l’animo umano, soprattuto l’esplorazione di quella parte più violenta, di quella malvagia, che tutti noi abbiamo, è sempre un argomento che spaventa e attrae allo stesso tempo; torniamo appunto alla storia dell’incidente stradale.
E’ fondamentalmente una storia di solitudine, tutti gli esseri umani solo soli e devono imparare a vivere e sopravvivere nella loro solitudine; tutti i personaggi di questo romanzo sono palesemente insoddisfatti della loro vita, hanno traumi passati, ma sono tutti impegnati a non far vedere questo malessere; e questo malessere, questa desolazione umana, sfocia in violenza, in pazzia.
Bellissimo, a parte il finale che è un po’ confusionario (ma ripeto, secondo me anche questa scelta non è causale), è un romanzo da leggere assolutamente. Inoltre lo stile di scrittura dell’autore è molto elegante, sintetico, ogni parola suscita nel lettore angoscia. Anche la scelta di usare questo “noi” come voce narrante ha contribuito a confondere il lettore certamente, ma anche a rendere meglio quest’atmosfera cupa di sottofondo, quasi come se si trattasse di due spettri che seguono Rivera, un altro spettro, in una città desolata. Gli esseri umani in questo romanzo diventano fantasmi, alla prese con la loro malinconia e la loro solitudine.

“Avevamo incontrato Rivera per caso, durante una notte di squallore in cui anche noi vagavamo tra le ombre, e ci era sembrata la creatura più diffidente della terra. Ne eravamo rimasti colpiti e avevamo iniziato a seguirlo”

E’ difficile parlare di questo libro, perché la vera potenza sono ripeto le emozioni che suscita nel lettore, che non si possono spiegare. C’è un senso di disfatta e di angoscia generale che rapisce chi legge. Anche il finale, che molti hanno definito “inconcludente”, è in realtà l’apice dell’inquietudine dell’intero romanzo; questo finale aperto ma abbastanza chiaro, rimane confuso tanto quanto la mente di Rivera. Noi lettori sappiamo come finirà, ma il fatto che non sia dichiarato apertamente rende tutto ancora più spaventoso. Sicuramente il libro non ha colpi di scena importanti, ma l’introspezione psicologica che Funetta fa dei personaggi non lo rende assolutamente un romanzo noioso o privo di mistero (questo romanzo è tutto un mistero!), infatti l’ho finito in meno di un giorno.
Per concludere, “Dalle rovine” è un libro estremamente particolare, non è per tutti, non è sicuramente una lettura leggera se lo si vuole apprezzare a pieno. Soprattuto il lettore, alla fine, si ritroverà cambiato. E’ il classico libro che si insinua nella vostra mente e appunto vi scuote. Consiglio a tutti di leggerlo, ma meditate bene se leggerlo o meno.

VOTO: 8,5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

L’altra figlia

Oggi torno finalmente con una nuova recensione di un libro di appena 80 pagine ma che vale la pena leggere tutto di un fiato; sto parlando di “L’altra figlia” di Ernaux, edito da una casa editrice di cui non ho mai sentito parlare, l’Orma.

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TITOLO: L’altra figlia
AUTORE: Annie Ernaux
EDITORE: L’orma
PAGINE: 81
PREZZO: 8,50€

TRAMA: In un’assolata domenica d’estate una bambina ascolta per caso una conversazione della madre, e la sua vita cambia per sempre: i genitori hanno avuto un’altra figlia, morta ancora piccola due anni prima che lei nascesse. È una rivelazione che diviene lo spartiacque di un’infanzia, segna il destino di una donna e di una scrittrice, e infiamma l’intensa prosa di questo romanzo breve. «Per lasciarsi alle spalle il fuori fuoco del vissuto» Annie Ernaux intraprende una lettera impossibile a quella sorella sconosciuta. Rivivono così i sensi di colpa e i moti d’orgoglio, le curiosità taciute e le inconfessabili gelosie, il peso del confronto e il privilegio di essere amata. Ancora una volta la grande autrice francese intesse una prodigiosa corrispondenza di sensi tra vivi e morti, scolpendo in una scrittura perfetta la storia di una relazione fragile, preziosa e irrimediabile come ogni esistenza umana.

Parto con il dire che questo è un libro che non si può descrivere a parole ma si deve assaporare in ogni sua frase, perché non è tanto la storia così interessante quanto le sensazioni intrinseche in ogni parola usata dall’autrice.

Questa non sarà una vera e propria recensione, perché questo libro non ha una trama come tutti noi lettori la intendiamo, ma tutto il racconto ruota intorno ad un argomento, ad una parte della vita dell’autrice, ed è semplicemente un susseguirsi di pensieri, emozioni, dubbi, paure, che l’Ernaux scrive come se stesse scrivendo il proprio diario segreto. Quindi questo libro non è un racconto, non è nemmeno un’autobiografia a dispetto di ciò che pensavo quando l’ho comprato, ma è una lettera piuttosto intima che l’autrice scrive alla sorella. Una sorella che non ha mai conosciuto. Una sorella di cui i genitori non le hanno mai parlato. Morta all’età di sei anni.
E’ stato un po’ strano leggere i pensieri intimi dell’autrice, pagina dopo pagina mi sembrava di essermi infilata di soppiatto dentro di lei e di star rubando qualcosa dal suo cuore; l’autrice ci rende partecipi del suo stato di confusione, del suo senso di colpa, della sua velata sofferenza.
Sono fermamente convinta che la difficoltà più grande che può incontrare uno scrittore è quella di mettersi a nudo, scrivere di se stesso senza veli ne coperture, semplicemente aprendo il suo cuore al pubblico, cosa non facile; e su questo punto di vista l’autrice è riuscita a raccontare e raccontarsi attraversando il mio cuore e tenendomi incollata alle pagine del libro, nonostante non ci fosse una vera e propria trama.

Ma passiamo alla storia che l’autrice ci racconta: durante la sua infanzia l’Ernaux ascolta per caso il dialogo tra la madre e una sua amica, in cui viene rivelata l’esistenza di sua sorella, morta da bambina due anni prima della sua nascita; questa notizia ovviamente sconvolge l’autrice, tanto da farsi numerose domande, tanto da paragonarsi o mettersi in confronto con questa sorella mai conosciuta. Cosa importante è che l’Ernaux non dirà mai nulla ai suoi genitori, né che è a conoscenza dell’esistenza di una sorella né chiederà mai informazioni su di lei.

“Ma tu non sei mia sorella, non lo sei stata. Non abbiamo mai giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. […] Tu sei la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto”

“Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estense dei miei dieci anni. Nata e morta in un racconto”

L’autrice non considererà mai questa sorella una vera e propria sorella, semplicemente perché non l’ha mai conosciuta, e per di più i genitori non le hanno mai raccontato nulla di lei; la notizia le è semplicemente piombata addosso in un pomeriggio d’estate, e tutto quello a cui credeva riguardo la sua famiglia è diventato falso.

“C’era un’altra comparsa dal nulla. Tutto l’amore che credevo di ricevere era dunque falso […] Può darsi che mi opponessi a credere alla tua esistenza, che preferissi sopprimerla”

Ovviamente il primo sentimento che nasce in una bambina è quello della gelosia, una gelosia che l’autrice neanche si spiega, poiché la prova per una persona che non esiste più, che nemmeno conosce.
In questo quadro di gelosia, di domande del tipo “sei stata meglio di me?”, la bambina, poi adolescente, poi donna, preferisce non parlare di ciò che ha scoperto, di non informare i genitori di ciò a cui era venuta a conoscenza, perché?
In prima battuta sceglie di non dire nulla per paura che, parlandone, potesse venir fuori la differenza tra le due bambine e che i genitori potessero far trasparire una preferenza per la figlia morta piuttosto che per quella viva; quindi sceglie di sopprimere l’idea dell’esistenza di questa sorella, ma si rende conto ben presto che il pensiero di questa bambina, di sua sorella, la seguirà per il corso di tutta la vita.
Durante la sua crescita, l’autrice considererà la morte della sorella come una sorta di scambio, per il fatto che i genitori le ripetevano spesso che avrebbero potuto crescere un solo figlio (per ragioni economiche suppongo); perciò l’Ernaux arriva alla conclusione che era necessaria la morte della sorella per far vivere lei (pensiero alquanto macabro, vero?), tutto ciò solo per trovare una spiegazione a questa vicenda, una sorta di giustificazione alla morte di una bambina così piccola.

“Tu, la figlia buona, la piccola santa, non sei stata salvata, io, un demonio, ero ancora viva. Più che viva, miracolata. Bisognava dunque che tu morissi a sei anni affinché io potessi venire al mondo ed essere salvata”

Così l’autrice scopre la sua vocazione per la scrittura, e grazie a questo pensiero riesce a rialzarsi durante i momenti bui della sua vita (che ci descrive a malapena), solo pensando al fatto di non poter sprecare la sua vita, perché la vita della sorella era stata donata per far vivere lei.

“Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza”

In questo modo, la notizia dell’esistenza di una sorella cambia i pensieri e la vita dell’autrice. La scoperta di questa sorella cambia anche il rapporto che l’autrice ha con i suoi genitori, che ora vede in funzione delle ipotetiche differenze tra lei e la sorella defunta; perciò l’Ernaux in un primo momento esclude il pensiero della sorella dal quadretto familiare, solo per una sorta di gelosia nei confronti dei propri genitori, ma durante la sua crescita comprende che il silenzio dei genitori riguardo alla loro prima figlia era dato dal dolore che non avevano mai smesso di provare.

“Con il silenzio proteggevano anche se stessi. Proteggevano me. Ti mettevano fuori dalla portata della mia curiosità, che li avrebbe torturati. Ti conservavano per loro, in loro, come dentro un tabernacolo in cui mi impedivano di entrare. Eri il loro sacro”

Così, tra le pagine di questa commovente lettera che l’autrice dedica alla sorella defunta, il termine “l’altra” figlia chi ha come soggetto? Con “l’altra” si intende l’Ernaux o sua sorella? Non vi resta che leggere questo libro per capire come l’autrice finirà per sentirsi rispetto a questo fantasma del suo passato.

C’è da dire che la bellezza di questo racconto è incentrata tutta sul carico emotivo di ogni parola che l’autrice usa per descriversi, e la cosa che mi ha sorpreso è che la narrazione non è rimasta distante da me, ma piuttosto mi sono sentita parte dei sentimenti dell’autrice. Trattandosi di un argomento così personale, e così poco “giudicabile” esternamente, avevo paura di annoiarmi o di rimanere estranea a ciò che l’Ernaux mi stava raccontando, semplicemente perché non avrei potuto comprendere i suoi sentimenti non avendo vissuto la medesima esperienza; invece lo stile di scrittura è talmente coinvolgente ed estremamente intenso, a tratti quasi angosciante, che mi sono sentita parte integrante della vita dell’autrice.

Nonostante la brevità di questo racconto, è un libro ricco di contenuti, intenso, commovente; mi ha ricordato per certi versi “Perché essere felice quando puoi essere normale” di Winterson (che trovate recensito sul blog), poiché entrambi le autrici usano la scrittura come mezzo per trovare la serenità, come una sorta di momento catartico per risolvere i loro problemi interiori, per scacciare i fantasmi del passato.
Consiglio questo libro a tutti, anche perché è talmente breve e talmente incisivo che lo leggerete in un paio d’ore ma vi rimarrà dentro per sempre; sicuramente leggerò altro di quest’autrice.

VOTO: 8/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Exit West

Oggi vi propongo la recensione di un libro uscito ad Aprile del 2017, e decantato da molti come uno dei capolavori letterari di quest’anno, ovvero “Exit West” di Hamid, edito Einaudi.
PS: Una parentesi futile, ma la copertina è veramente stupenda, Einaudi non delude mai 🙂

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TITOLO: Exit West
AUTORE: Mohsin Hamid
EDITORE: Einaudi 
PAGINE: 152
PREZZO: 17,50€

TRAMA: Saeed è timido e un po’ goffo con le ragazze: così, per quanto sia attratto dalla sensuale e indipendente Nadia, ci metterà qualche giorno per trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma la guerra che sta distruggendo la loro città, strada dopo strada, vita dopo vita, accelera il loro cauto avvicinarsi e, all’infiammarsi degli scontri, Nadia e Saeed si scopriranno innamorati. Quando tra posti di blocco, rastrellamenti, lanci di mortai, sparatorie, la morte appare l’unico orizzonte possibile, inizia a girare una strana voce: esistono delle porte misteriose che se attraversate, pagando e a rischio della vita, trasportano istantaneamente da un’altra parte. Inizia così il viaggio di Nadia e Saeed, il loro tentativo di sopravvivere in un mondo che li vuole morti, di restare umani in un tempo che li vuole ridurre a problema da risolvere, di restare uniti quando ogni cosa viene strappata via. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane. In un certo senso Hamid ha ripetuto per l’oggi quello che i classici dell’Ottocento, ad esempio Guerra e pace, hanno sempre fatto: raccontare l’universale della Storia attraverso il particolare dei destini individuali, riportare ciò che è frammentario, l’esperienza del singolo, alla compiuta totalità dell’umano.

A dir la verità, quando ho letto la trama questo libro mi aveva già conquistato ampiamente, ma quando ho iniziato a leggerlo… Mi ha fatto veramente innamorare.
Ultimamente vi sto recensendo tutti libri stupendi, vero?
O meglio, la storia è originale e ben sviluppata, ma quello che mi ha più rapito di questo libro è lo stile di scrittura dell’autore, che in realtà non so nemmeno spiegarvi.
Mi ha ricordato leggermente lo stile di scrittura di McCarthy (dico leggermente perché non posso metterli sullo stesso piano, dato che McCarthy è uno dei miei scrittori preferiti); Hamid non compone periodi lunghi, e non è prolisso, ma nel suo modo sintetico di scrivere è molto incisivo, caratteristica che personalmente amo.

Ma veniamo alla storia.. Siamo in un paese non specificato, in un epoca non specificata, e in piena guerra civile; e in questo tumulto di bombardamenti e clima di terrore, due giovani ragazzi, Nadia e Saeed, si innamorano. Due personalità completamente diverse, in quanto Saeed si presenta come un ragazzo pacato, religioso ed estremamente legato alle tradizioni del suo paese e alla sua famiglia, e Nadia invece come una ragazza emancipata, che ha trovato la forza di scappare dalla sua famiglia piuttosto conservatrice e che indossa la tunica nera solo per evitare commenti volgare dei ragazzi.
Questo, insieme ad altre piccoli particolari, mi hanno fatto pensare che la storia è ambientata in una qualche città araba, tuttavia l’autore non ce lo specificherà mai.

“Adesso nella città il rapporto con le finestre era cambiato. La finestra era il confine attraverso il quale era più probabile giungesse la morte. Le finestre non costituivano una protezione neanche dai proiettili più fiacchi: qualunque locale con una vista sull’esterno poteva essere preso in mezzo dal fuoco incrociato”

Come si nota da questa frase riportata, tutti i cittadini vivono costantemente in un clima di terrore, in cui nessuno può permettersi la serenità, in cui tutti sono probabili vittime. Le finestre erano visti solo come oggetti pericolosi: in qualunque bombardamento potevano trasformarsi in piccole schegge che ferivano o uccidevano persone; la cosa più prudente era proprio rimuovere le finestre da ogni casa, ma era inverno e le persone temevano il gelo. Questa descrizione riferita alla finestre mi ha messo i brividi, perché per quanto sia un particolare banale, rende a pieno il concetto di terrore e di precarietà che avvolge questa città in piena guerra.

Spaventati dai continui bombardamenti, dai posti di blocco dei militari e dai coprifuochi, questi due giovani hanno una speranza, infatti nella città si inizia a spargere una voce strana: esistono delle porte che portano ad altri paesi, porte che permettono una via di fuga dalla guerra. Qualunque porta può trasformarsi in una porta “magica”, improvvisamente, in qualunque momento.
Purtroppo anche in questo spiraglio di speranza un lato negativo c’è sempre: attraversando la porta non si è consapevoli di dove si uscirà, quindi è un po’ un salto nell’ignoto, un lasciare qualcosa e non sapere cosa si troverà dall’altra parte.
Ma a Saeed e Nadia non interessa, e con tutte le loro paure e i loro dubbi ragionano solo su una frase: ovunque è meglio di qui, dove la morte è certa.

“Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese”

“Quasi tutte le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure tutti avevano incominciato a guardare le proprie porte in modo un po’ diverso”

La porta diventa simbolo di speranza, del profondo desiderio di fuggire, di mettersi in salvo. La guerra provoca questo: paura, terrore, instabilità.
Le persone sono pronte a lasciare il loro paese alle spalle, le loro case, le loro tradizioni, e a volte anche i loro affetti, per cosa? Per un luogo sconosciuto, spinti solo dalla speranza di trovare qualcosa di meglio, perché in realtà qualunque posto è meglio di un posto dove domina la guerra.

Ovviamente, Nadia e Saeed attraverseranno una di quelle porte, e questa loro scelta li porterà ad abbandonare il loro paese e viaggiare da soli, ma soprattuto a cavarsela da soli. Impareranno a trovare il lato migliore in qualunque situazione, impareranno a difendersi da chi in realtà vuole solo levargli quel poco che hanno, impareranno a fidarsi di pochi fino ad arrivare a dubitare anche l’uno dell’altra. E tutto questa situazione di precarietà, di paura, porterà ad un profondo cambiamento del loro rapporto; si avvicineranno, si proteggeranno l’un l’altro, ma allo stesso tempo perderanno la serenità e la spontaneità che li caratterizzava, tanto da arrivare a non riconoscersi più.

Quindi in definitiva di cosa parla questo libro? Di un tema piuttosto delicato e anche attuale, l’immigrazione. Hamid ci rende consapevoli di quello che si prova stando dall’altra parte, fin dove si può spingere un uomo per sopravvivere e per trovare la sua serenità. Siamo tutti bravi a giudicare l’altro senza tuttavia mettersi veramente nei panni dell’altro, e nessuno si chiede mai “cosa farei io?”. Non starò qui ad aprire un dibattito di attualità rispetto a questo argomento, ma sicuramente questo è un libro che mi ha aperto la mente e sopratutto il cuore. Lo scrittore è stato tanto bravo da trasmettermi questo senza di precarietà che Nadia e Saeed hanno dentro, e leggendo ogni riga di questo romanzo mi sono resa conto di quanto posso ritenermi fortunata ad avere un tetto sopra la testa e una vita serena. Forse è proprio questo l’intento di Hamid, renderci tutti parte della stessa condizione umana, perché come scrive:

“Siamo tutti migranti attraverso il tempo”

Perché anche se si rimane per tutta la vita in una stessa casa, in una sola città, ci si rende comunque conto del cambiamento, di come i propri vicini di casa cambiano di anno in anno, di come le persone crescono e invecchiano, di come noi stessi cambiamo stando sempre nello stesso posto.
E ad un certo punto ci viene descritta la situazione di questa anziana signora, che si rende conto di come il suo quartiere sia pieno di gente straniera e di come lei non riconosce più nemmeno la casa dove è vissuta per tutta la vita.

“L’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo”

Hamid ci fa capire come emigrare non deve essere per forza visto come un qualcosa di negativo, e soprattuto che il termine “emigrare” non è solo riferito a chi lascia il paese di origine, ma anche chi assiste appunto al cambiamento che lo circonda. E in questi termini l’emigrazione diventa solo una delle tante sfaccettature del cambiamento che caratterizza tutta l’umanità da sempre. Si finisce così con il non riconoscere più chi è straniero e chi non lo è, chi è nato in una determinata città e chi invece ci è arrivato tramite una porta. La porta è semplicemente una metafora per farci rendere conto del cambiamento, di come le persone, le tradizioni, le etnie, le lingue, si mescolano tra loro.
Hamid con questo romanzo, senza risultare politicamente a favore o meno dell’immigrazione, ci fa aprire gli occhi e ci rende consapevole di cosa vuol dire veramente lasciare il paese di origine senza sapere nulla del proprio futuro.

“In quella massa di gente tutti erano stranieri, e quindi in un certo senso nessun lo era”

Questo libro mi è piaciuto molto, anche se devo dire che sicuramente non è un libro adatto a chiunque soprattuto per il tipo di scrittura che può risultare in alcuni tratti pesante, tuttavia lo consiglio a chiunque perché la bravura di Hamid è stata proprio quella di trattare un argomento così delicato in maniera non politica, non polemica, ma sicuramente incisiva.
La lettura di questo libro mi ha fatto mettere in discussione le idee che avevo riguardo questa tematica attuale, e penso che quando la lettura (di qualsiasi cosa) mette in discussione le proprie idee è sempre positivo.
Sicuramente l’autore è stato molto abile nel trasmettermi le emozioni dei due protagonisti, le loro paure, e soprattuto mi ha lasciato uno strano senso di vuoto dentro, un senso di solitudine, cosa che era forse l’intento principali di Hamid.
Nadia e Saeed sono costantemente preoccupati di ciò che accadrà il giorno dopo, vivono giorno per giorno ma hanno il terrore di non riuscire a vedere un futuro sereno, e questa cosa mi ha  toccato nel profondo; tuttavia ho amato il fatto che nonostante le loro paure, nessuno dei due abbandonerà mai la speranza di essere felici, ed entrambi si proteggeranno a vicenda pur essendo consapevoli della situazione che vivono.

Consiglio questo libro a tutti, tanto che secondo me dovrebbe essere materiale di dibattito a scuola, perché credo che tutti possiamo imparare molto da questo romanzo.

VOTO: 8,5/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Eureka street

E’ da quando ho aperto questo blog che voglio parlarvi di questo libro, mi sono sempre ripromessa di farlo ed è arrivato il momento. Stiamo parlando di ” Eureka street ” di Wilson, scrittore irlandese che mi ha pienamente conquistato.

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TITOLO: Eureka street
AUTORE: Robert McLiam Wilson
EDITORE: Fazi
PAGINE: 388
PREZZO: 18,50€

TRAMA: Belfast, Irlanda del Nord, 1994. In una città ridotta a un campo di battaglia, Chuckie e Jake, protestante il primo, cattolico l’altro, sono legati da profonda amicizia. Chuckie, antieroe grasso e sempliciotto, riesce a compiere mirabolanti imprese commerciali grazie a progetti tanto ingegnosi quanto bizzarri. Jake, nonostante la sua scorza da duro, ha un’anima romantica e non cerca denaro e ricchezza ma un amore che gli riempia la vita. Sullo sfondo, i conflitti irrisolti del paese, che balzano brutalmente in primo piano quando un attentato sconvolge l’atmosfera farsesca che domina il racconto.
Sarà la commedia della vita a cancellare il sangue, e a dominare di nuovo tra le pagine del romanzo saranno le vicende improbabili e sgangherate di Chuckie e Jake. Caso editoriale al tempo della sua uscita, Eureka Street è considerato ormai un classico della narrativa europea, romanzo corale, umoristico e insieme commovente, magistrale nel descrivere la vita quotidiana di una città dilaniata dalla guerra civile.

 

Non è una lettura recente, ma di qualche mese fa (prima di aprire questo blog), ma è un libro talmente bello che non posso non parlarvene. Ho passato un anno molto impegnativo (mi riferisco all’anno scorso) in cui ho letto veramente poco e non ho praticamente comprato alcun libro; poi un giorno, in procinto di partire per un weekend, sono entrata in una libreria per comprarne uno da leggere durante le tre ore di viaggio in aereo (dato che, ahimè, non riesco a dormire quando viaggio), e il direttore del punto vendita “Feltrinelli” mi ha consigliato questo libro. Dalla trama mi sembrava una storia interessante, ma non pensavo fino a questo punto.
Amore. Amore incondizionato per questo libro. E da quando l’ho finito, ho ricominciato a leggere come un treno…
Bella storia vero? E’ una storia vera, questo libro mi ha fatto tornare la passione per la lettura che per un anno ho perso, e quando un libro ti fa questo effetto non puoi non amarlo. 

Premetto che sarà una recensione breve perché questo libro non ha una vera e propria trama, seguiamo semplicemente le vite di due uomini, due amici, Chuckie e Jake, profondamente diversi, ma che ho amato entrambi allo stesso modo ma per motivi differenti.
Siamo a Belfast, a fine Novecento, in piena guerra irlandese; Jake è appena uscito da una storia d’amore che lo ha distrutto, e passa le sue giornate tra casa e pub con alcuni amici, la sua unica compagnia è il suo gatto con cui ha un rapporto di amore e odio, ha il vizio del fumo e un lavoro che non lo rende minimamente soddisfatto. Chuckie è quasi l’opposto di Jake, impacciato con le donne, volgare, estremamente materialista, ed ha un solo pensiero in testa: i soldi. Due personaggi profondamente diversi, legati da una genuina amicizia, l’amicizia delle risate nei pub, l’amicizia delle confessioni profonde. Eppure i due amici sono separati da una grande differenza: Jake è cattolico e Chuckie è protestante, differenza che ha dato inizio alla guerra che ha dilaniato la città.
Ma non è l’amicizia la protagonista di questo libro, e allora mi chiederete qual’è il punto centrale del romanzo? Non l’ho ancora capito. Forse il punto centrale della narrazione è proprio il conflitto tra cattolici e protestanti, forse la stessa amicizia tra due persone così diverse, oppure la città stessa, non ne ho la più pallida idea. Perché questo libro è talmente completo, talmente bello in ogni sua parte, che non si può ridurlo ad uno o due punti principali, ogni singola frase è importante, ogni singolo pensiero o avvenimento è in se una storia.

Entrambi i protagonisti fanno parte di un gruppo di amici, tutti pressoché trentenni, che quasi ogni sera si ritrovano in un pub a bere birra, parlare di donne, dei propri sogni e speranze. Si snodano in questo modo, durante queste ore che Jake e Chuckie passano al pub, tante personalità diverse, si condividono innumerevoli idee politiche, ma soprattuto ci si renderà conto come la guerra influisce sulla vita di ogni singola persona.
E’ forse questo il punto focale del libro: la guerra, ma non la guerra fatta di storie militari, imprese eroiche ed elenchi numerici dei caduti in battaglia, ma bensì la guerra come la percepisce la gente comune.
Noi tutti ci chiediamo: “ma come vivono le persone durante la guerra?”, “come sopravvivono ai bombardamenti?”, perché molto spesso si pensa ingenuamente che, durante un conflitto civile o non, tutti i cittadini abbracciano un fucile o qualunque altra arma e iniziano a uccidere, e che quindi ogni cittadino è responsabile della guerra stessa. Non è così, perché in realtà quello che succede, almeno qui in Irlanda dove questa storia è ambientata, è che ogni cittadino è vittima, e che tutti cercano di sopravvivere continuamente. E soprattuto, nonostante le discussioni e le fazioni politiche opposte, tutti si ritroveranno d’accordo su una e sola posizione: desiderano la fine della guerra, desiderano la pace e la serenità.

La città è descritta dettagliatamente attraverso gli occhi dei due protagonisti, e in queste descrizioni si nota come la guerra e i bombardamenti continui hanno reso Belfast un posto invivibile, sporco, abbandonato a se stesso; con un velo di malinconia Jake ricorda la Belfast prima della guerra, la Belfast della sua infanzia, una cosa che mi ha fatto emozionare e commuovere. Questa città piena di contraddizioni, in cui si passa dalla bellezza di una strada alla desolazione di un quartiere raso al suolo dalle bombe, rispecchia forse il conflitto interno che ha portato alla guerra, quello tra due fazioni politiche opposte. In questo modo Belfast, che è diventata con gli anni una città malinconica quanto affascinante agli occhi del lettore, diviene lo sfondo perfetto per la narrazione delle vite profondamente diverse di questi due personaggi.
Questo libro vi farà innamorare di questa città tanto da volerla visitare, perché l’autore riesce a descrivere i particolari in modo talmente magistrale che vi sembrerà essere li accanto a Jake a guardare i balconi e le finestre del palazzo all’angolo della strada.

Ovviamente le descrizioni della città sono affidate a Jake, che ha il cuore spezzato ma è un’inguaribile romantico e forse un tantino malinconico; diciamo che possiamo definirlo quasi come un decadente moderno. Chuckie è un personaggio che non potete non amare, grasso e pelato, ironico e a tratti volgare, che diventerà ricco in un modo che vi farà sbellicare dalle risate. Infatti questo libro, oltre che essere estremamente affascinante, è veramente comico, vi farete grosse risate immaginando alcuni scambi di battute tra gli amici nel pub.
L’autore è abilissimo a delineare la personalità di ogni personaggio, che siano i protagonisti o i personaggi secondari, in modo magistrale; vi sembrerà di essere insieme a loro a bere una birra e di far parte del loro gruppo, per quanto l’intera situazione vi sembrerà uno spaccato di vita quotidiana. E’ questa la forza di questo libro a parer mio, l’estremo realismo, a volte molto crudo, con cui Wilson descrive ogni singolo evento e ogni singolo personaggio con il suo carattere, con i suoi pregi e difetti; non idealizza niente e nessuno, descrive semplicemente la situazione per quella che è realmente, ed è questo ciò rende l’intera narrazione credibile e sicuramente incisiva.
Ad un certo punto esploderà una bomba e mi vengono i brividi se penso a come l’autore ha descritto questo avvenimento, tanto che mi sono spaventata io stessa pensando di essere li a vedere i resti che l’esplosione aveva lasciato.

Ci sarà anche spazio per l’amore, amore che Jake e Chuckie vivono in maniera completamente diversa, ma anche in questo caso si tratta di vicende estremamente realistiche; Wilson descrive una storia d’amore che potrebbe capitare benissimo ad ognuno di noi, non c’è niente di idealizzato nemmeno in questo caso.
Assistiamo, pagina per pagina, alla crescita personale di questi due uomini, che non avviene in maniera forzata e tramite avvenimenti surreali, ma bensì attraverso la quotidianità, cioè quello che accade a tutti noi. Leggere di Jake e Chuckie è come parlare con un amico che vi racconta l’anno passato e le piccole battaglie che ha condotto ogni giorno. E’ emozionante, perché nella sua semplicità ed estremo realismo, questa storia vi lascerà qualcosa dentro che pochi altri libri mi hanno lasciato.

Questo libro vi farà ridere e piangere, vi regalerà qualcosa che sarà sempre scolpito dentro di voi; io personalmente, una volta finito, ne ho sentito la mancanza, soprattuto dei due personaggi, perché ormai erano diventati praticamente miei amici. Non riesco a trovare difetti o lati negativi su nessun fronte; la scrittura è magistrale, il lessico molto semplice ma estremamente incisivo, le descrizioni che l’autore fa sono talmente belle che vi sembrerà essere dentro al libro stesso, la profondità di alcuni pensieri e riflessioni mi hanno emozionata; non si può non amare questo libro, non si può non amare tutti i personaggi, anche quelli che vi sembreranno strani o odiosi a primo impatto, imparerete ad amarli o perlomeno capirli e apprezzarli.
Lo rileggerò sicuramente, ed ovviamente lo consiglio a tutti, perché credo che tutti vi innamorerete di ogni singola riga.

Vi lascio la prima frase che leggerete aprendo questo libro… L’inizio di una bellissima storia:
” Tutte le storie sono storie d’amore “

VOTO: 10/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Uomini e topi

Ho pensato “E’ un libro troppo famoso, che ve lo recensisco a fare?” Poi l’ho finito e fu subito amore…

” Uomini e topi “ di Steinbeck, libro famosissimo, che tutti conoscono e che tutti hanno letto… Io l’ho letto alla veneranda età di quasi 22 anni!

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TITOLO: Uomini e topi
AUTORE: John Steinbeck
EDITORE: Bompiani 
PAGINE: 139
PREZZO: 12,00€

TRAMA : La storia di un’amicizia profonda tra due uomini, due braccianti stagionali in California che condividono un sogno. George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come “i migliori progetti predisposti da uomini e topi” (è un verso di Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un’America soffocata dalla crisi e di un’umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, “Uomini e topi” è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma “Uomini e topi” resta prima di tutto un romanzo indimenticabile.

 

Forse facevo bene a pensare: “ma cosa la faccio a fare la recensione?”, perché semplicemente non ci sono parole per descrivere la bellezza di questo romanzo. Un immenso capolavoro in poco più di cento pagine.
Io non so neanche come iniziare questa recensione, perché è un romanzo talmente breve e una storia talmente genuina e bella, che non voglio rovinarvi nemmeno un secondo di questa lettura.

Ci troviamo in California, dove due braccianti, George e Lennie, cercano un ranch dove andare a lavorare dopo esser scappati dal ranch precedente. Subito ci accorgiamo che Lennie, un gigante d’uomo che potrebbe spaventare a prima vista, sia in realtà un uomo con apparente ritardo mentale e che si comporta come un bambino. Un gigante intrappolato in una mente da bambino.
George è gentile, premuroso, praticamente un padre per Lennie, e fa di tutto per proteggerlo, come essere scappato dal precedente ranch in cui lavorano per un “problema” causato proprio da Lennie ( problema è tra virgolette perché Lennie non è in grado di capire a pieno le azioni che compie ).

I due uomini riescono a farsi assumere in un nuovo ranch, ma George ha un sogno: la libertà. Infatti, vuole mettere da parte “un bel gruzzoletto” come lo chiama lui, per comprare una casa con un terreno e allevare animali, coltivare il campo e poter godersi i frutti. George desidera la libertà, una cosa che un bracciante americano all’epoca non si poteva permettere.
Ma non proseguirò con la trama, anche perché si svolge interamente all’interno del ranch, e risulta poco importante rispetto alle sensazioni che vi trasmette questo libro.

Steinbeck ci pone davanti uno spaccato della condizione americana alla fine degli anni trenta, in cui gli uomini non potevano essere liberi, in cui si dormiva su un ammasso di paglia e le uniche cose di proprietà erano una sacca con quattro stracci e una saponetta. L’autore è stato eccezionale nel descrivere questa condizione umana, e a trasmettermi le paure e le difficoltà di George e Lennie; due uomini sognatori, due uomini che desiderano la libertà e combattono per questa fino all’ultimo, nonostante la loro condizioni di semplici braccianti.

E noi ci chiediamo allora: cosa tiene uniti questi due uomini così diversi? Avrei risposto l’amicizia, un sentimento puro e genuino che spinge due uomini a volersi bene e sopravvivere insieme alle condizioni nelle quali si trovano, ma mi sbagliavo. Il desiderio di essere liberi. Il desiderio di non scappare da un ranch all’altro, di non ricevere ordini ne di essere trattato da schiavo o da animale, il desiderio di faticare ore e ore su un campo e poi godersi i frutti del proprio lavoro, il desiderio di non provare paura se si dice una parola fuori posto. Perché in realtà George e Lennie non cercano la ricchezza, ne la nullafacenza, ma solo una propria casa e un letto caldo dove dormire, una cosa che noi diamo per scontato ora, ma che non è sempre stato così scontato.

Il rapporto che hanno questi due uomini mi ha commosso profondamente, leggere i discorsi da bambino che fa Lennie e la pazienza e la premura che ha George nei confronti dell’amico mi ha fatto riflettere su questo aspetto dell’animo umano: aiutare le altre persone. George avrebbe potuto abbandonare Lennie, che ovviamente gli porta più guai che altro e che ha bisogno di un controllo continuo, e condurre una vita normale da semplice bracciante, frequentare i pub con gli amici la sera, trovare una donna magari. Invece sceglie ogni volta di rimanere affianco all’amico, di accudirlo e di proteggerlo da ogni cosa, da ogni cosa che Lennie non riesce a comprendere soprattutto.
Mi ha commosso, tanto che avevo le lacrime agli occhi, quando George descrive a Lennie la loro futura casa prima di dormire, quasi come se stesse raccontando una fiaba; descrive gli animali, descrive il campo, descrive la loro giornata tipo, e inevitabilmente Lennie, sorridente come un bambino, ripete e conclude le frasi di questa bellissima storia, che nessuno dei due sa se si realizzerà mai.

E’ un libro completo, perché oltre la loro storia, l’autore ci descrive la condizioni di altri personaggi, degli altri braccianti del ranch: l’anziano signore che spazza a terra tutto il giorno perché gli manca una mano e ha paura di essere licenziato e cacciato da un momento all’altro, un uomo di colore trattato come spazzatura e confinato in una stanza diversa da solo senza poter mai parlare con nessuno, il presuntuoso figlio del capo che intimorisce tutti gli altri braccianti. Si snodano, in poco più di cento pagine, le più disparate condizioni umane: dalla solitudine, alla paura, al razzismo, allo spirito di fratellanza, alla sopravvivenza in un mondo che non ti permette di essere libero.
Ed è sconcertante come Steinbeck riesce, con veramente poche parole, a trasmettere queste silenziose sofferenze umane, e in qualche modo mi sono sentita parte della loro storia, mi sono vista li con loro in quella stalla a condividere il cibo e giocare a carte.
Una riflessione sull’esistenza umana e sulla condizione di questi uomini che non hanno una scelta, non hanno libertà, passano la loro vita a lavorare sperando in un futuro migliore; ma forse questo futuro che George e Lennie sognano non arriverà mai, forse questa casa con un campo e gli animali che George descrive a Lennie è solo una fiaba per vedere l’amico sorridere. 

Secondo me è un libro che dovrebbe essere letto a scuola, nel momento in cui si affrontano temi particolari quali il razzismo, la diversità e lo spirito di fratellanza tra uomini, perché non ho mai letto un libro che esprime questi concetti al meglio come questo. E’ veramente un piccolo gioiello della letteratura contemporanea, che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita. E’ entrato nel mio cuore e anche tra i miei libri preferiti in assoluto.

VOTO: 10/10 

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Accabadora

Oggi nuova recensione di un libro che ho finito di leggere qualche settimana fa, ma sono stata indecisa fino all’ultimo se farvi o meno la recensione, e capirete il perché (vi tengo un po’ sulle spine). Il libro in questione è Accabadora di Michela Murgia, pubblicazione di Einaudi e fa parte della collezione dei Super ET.

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TITOLO: Accabadora
AUTORE: Michela Murgia
EDITORE: Einaudi Super ET
PAGINE: 163
PREZZO: 11,00€

TRAMA: Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.

Ho sentito molto parlare di questo libro, e incuriosita dalla trama l’ho comprato aspettandomi un giallo avvincente. E’ tutto eccetto che un giallo, e questa cosa mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca.
Sicuramente andrò contro tendenza, ma questo libro non mi ha fatto impazzire come speravo, considerando che lo elogiano come capolavoro della scrittrice. Per questo motivo sarà una recensione molto breve, e inoltre lo stesso romanzo è molto breve quindi ho paura di addentarmi nella trama di questa storia perché potrei rovinarvi il finale.

Il racconto è ambientato in un piccolo paese della Sardegna, Soreni; una bambina, Maria, viene adottata da Zia Bonaria Urrai, poiché sua madre ha troppi figli ed essendo povera non può crescerli tutti, quindi decide di dare la più piccola alla zia.
Questi bambini vengono chiamati “fillus de anima”, i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. E’ così che si apre il racconto, con questa bambina che viene mandata a vivere, all’età di nove anni mi pare, da sua zia. 

La zia si dimostra una brava madre e una brava donna, riesce a creare un bel rapporto con la figlia adottata, le da la possibilità di studiare e grazie alle sue cure e attenzioni Maria diviene una ragazza e poi una donna dalla spiccata intelligenza e gentilezza.

Tuttavia, l’argomento principale del libro non è di certo il rapporto tra la bambina e la zia, ma piuttosto l’intero racconto si focalizza sul lavoro svolto da Zia Bonaria, l’Accabadora.
Non conoscevo prima il significato di questo termine, e non sono andato a cercarlo su internet (come non dovete fare voi se avete intenzione di leggere questo libro) perché sapevo che mi avrebbe svelato un punto chiave della storia.
Senza entrare propriamente nella trama, questo libro affronta un argomento molto attuale e molto discusso, nonostante ci troviamo nella Sardegna degli anni ’50, ovvero quello dell’Eutanasia. Non starò qui ad aprire un dibattito in merito, altrimenti verrebbe fuori una discussione di stampo sociale e non una recensione di un libro, ma sicuramente questa cosa mi ha sorpreso in senso positivo, anche perché non mi aspettavo di trovarmi davanti un libro che trattasse di questo argomento, infatti come vi ho detto precedentemente mi aspettavo un libro giallo.

La Murgia è abile a porci davanti questo argomento non in senso giuridico né in senso critico, ma piuttosto ci fa rendere conto come questa pratica, oggi ampiamente discussa, sia in realtà sempre esistita in tutte le culture, e anche in quella italiana. L’accabadora è sempre stata una figura importante in tutti i paesi della Sardegna, un mestiere tramandato di generazione in generazione, e alla quale tutti i cittadini si rivolgevano e si rivolgono attualmente. E’ un mestiere che fa parte della cultura sarda e anche di quella di molti altri paesi, che prevede uno studio specifico ed adeguato, e anni di praticantato.
L’autrice ci pone, in maniera brillante a parer mio, i dubbi della società attuale in merito a questo argomento tramite i pensieri di Maria, una ragazzina che non comprende forse a pieno il significato della morte e non reputa giusto il mestiere della zia, mentre dall’altra parte ci fornisce una visione opposta tramite le spiegazioni e le giustificazioni dell’anziana donna che reputa il suo lavoro essenziale, per regalare a tutti una morte quasi dolce.
Da un terzo punto di vista vi è la società, ovvero i cittadini del paese, che hanno bisogno della figura di zia Bonaria per i loro parenti, e che la chiamano a qualunque ora del giorno e della notte per chiedere il suo aiuto.
Sicuramente un argomento così delicato e che porta di solito una divisione di pensiero all’interno della società moderna, è stato affrontato in modo eccellente, in quanto la Murgia è stata abile nel fornisci giustificazioni e dubbi riguardo entrambe le correnti di pensiero.

Ad un certo punto la narrazione ci porrà davanti una domanda: è giusto dar la possibilità di morire ad una persona che non è malata ma che vuole metter fine alla sua vita? Sicuramente tutti voi che state leggendo la mia recensione avete già una risposta in merito, ma credetemi che qualunque risposta vi state dando in questo momento la Murgia ve la metterà in dubbio, fornendovi lati positivi e negativi di entrambe le risposte. Questo è sicuramente una cosa che ho molto apprezzato di questo libro, il fatto che mi abbia messo in discussione le mie stesse idee al riguardo, nonostante si tratti di un semplice romanzo e non di un saggio scientifico o di stampo critico.

Ma veniamo alle note negative: la scrittura, una scrittura che per quanto intensa mi è risultata difficile da comprendere, in quanto riprende molto la lingua sarda, e molto spesso lo stesso stile di scrittura mi è risultato pesante e noioso. Sicuramente è un mio limite, perché anche per quanto riguarda la scrittura ho sentito molte recensioni più che positive, ma sinceramente l’ho trovata ostica e questo mi ha reso l’intera narrazione un po’ pesante.
Inoltre (sempre a parer mio) il finale di questa storia mi è risultato un po’ scontato e molto frettoloso, mi aspettavo una conclusione diversa e più “a sorpresa”, invece non è stato così; anche questa cosa ha contribuito al mio giudizio non tanto positivo rispetto questo libro.

Sicuramente questo libro mi ha coinvolto abbastanza, soprattuto la prima parte, perché volevo sapere in cosa consisteva realmente il lavoro della zia, anche se dalla stessa trama si può immaginare, ma mi ha incuriosito proprio tutta la descrizione delle “sgattaiolate” fuori casa a notte fonda, questo segreto che la donna tiene alla bambina fin quando non diventa più grande ed è in grado di capire, e tutta la vicenda della domanda che vi ho posto precedentemente: “fino a che punto si può spingere un uomo per decidere della vita di un altro?”, “qual’è il limite tra pietà e benevolenza e omicidio?”. Michela Murgia non ci risponderà a queste domande, ma ci fornirà delle giustificazione e delle spiegazione per farci capire il difficile mestiere e il peso di alcune decisioni.

La storia è molto interessante, sicuramente l’argomento principale è stato trattato in maniera molto profonda e originale, ma l’intera storia l’ho trovata un po’ scontata. Ovviamente non è un libro che non consiglio, perché comunque la trama è interessante e  le riflessioni in merito all’argomento cardine sono molto profonde, ma non è un libro che mi è entrato nel cuore e sicuramente non lo rileggerò.

VOTO: 6,5/10

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