Gialli e thriller · Recensioni 2017

La settimana bianca

Nuova recensione !!! Non mi sarei mai aspettata di fare la recensione di questo libro quest’anno, perché non era nella mia lista dei “prossimi libri da leggere”, e sinceramente non so nemmeno come e perché io l’abbia pescato dalla mia immensa libreria, ma l’ho letto e ne sono ben felice.
Di cosa stiamo parlando però? Del libro “La settimana bianca” di Carrère, che per chissà quale strano motivo ho sempre chiamato “La settima bianca” (sono diventata anche analfabeta, bene ahah); senza cambiare argomento e continuando a barcamenarmi nel mio stato di completa poca sanità mentale, credo di aver scritto male il titolo anche nell’articolo “Book haul” quando vi ho presentato questo libro per la prima volta. Bene. Direi che si procede di bene in meglio.

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TITOLO: La settimana bianca
AUTORE: Emmanuel Carrère
EDITORE: Adelphi
PAGINE: 139
PREZZO: 16,00€

TRAMA: «Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer,» ha raccontato una volta Emmanuel Carrère «e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato». All’inizio, infatti, il piccolo Nicolas ha tutta l’a­ria di un bambino normale. Anche se allo chalet in cui trascorrerà la settimana bianca ci arriva in macchina, portato dal padre, e non in pullman insieme ai compagni. E anche se, rispetto a loro, appare più chiuso, più fragile, più bisognoso di protezione. Ben presto, poi, scopriamo che le sue notti sono abitate da incubi, che di nascosto dai genitori legge un libro, dal quale è morbosamente attratto, intitolato Storie spaventose, e che, con una sorta di torbido compiacimento, insegue altre storie, partorite dalla sua fosca immaginazione: storie di assassini, di rapimenti, di orfanità. E sentiamo, con vaga ma crescente angoscia, che su di lui incombe un’oscura minaccia – quella che i suoi incubi possano, da un momento al­l’altro, assumere una forma reale, travolgendo ogni possibile difesa, condannandolo a vivere per sempre nell’in­ferno di quei mostri infantili.
Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère – l’ultimo da lui scritto prima di scegliere una strada diversa dalla narrativa di invenzione.

Ovviamente prima di iniziare, come ogni volta, c’è un “parto con il dire che…”. Questa volta parto con il dire che con questa recensione si torna a parlare di libri “strani”, di libri difficili da descrivervi e anche difficili da commentare, ma come avrete ormai ben capito… Io amo i libri fuori dal comune.
Questo è stato il mio primo approccio all’autore e, a giudicare dalle numerose recensioni positive che ho letto online, ho fatto bene a scegliere proprio questo libro tra i tanti scritti da Carrère; sinceramente l’ho acquistato a scatola chiusa, avendone sentito parlare da Matteo Fumagalli su youtube (che seguo sempre con molto piacere). E’ stata forse la prima volta in vita mia che ho iniziato a leggere un romanzo senza aver mai letto la trama, e ora che ho finito di leggerlo devo dire che è stato meglio così.

Il protagonista di questo romanzo è Nicolas, un bambino che si presenta a noi come introverso, timido, dominato da un costante timore di essere deriso dai suoi compagni. Nicolas, insieme alla sua classe, deve partire per una gita di qualche giorno in uno chalet in montagna, appunto per la settimana bianca.
Durante una riunione di classe precedente alla partenza degli alunni si riporta un fatto alquanto angosciante: pochi giorni prima un camion si era scontrato contro un pullman colmo di bambini e numerosi di questi erano morti bruciati vivi. Ovviamente dopo questa notizia, i genitori degli alunni sono preoccupati per la sicurezza dei loro figli durante il tragitto (di più di 400 km) per arrivare allo chalet; in particolare il padre di Nicolas, furente alle parole della maestra, decide di accompagnare il figlio in macchina e di evitargli il viaggio in pullman con i compagni.
A questo punto ci rendiamo già conto che la famiglia del nostro protagonista è sicuramente una famiglia un po’ particolare, perché al di là della preoccupazione di un padre nei confronti del figlio, scegliere di emarginare Nicolas dal resto del gruppo classe ancor prima di iniziare la gita non è una scelta tanto normale a parer mio.
Il padre di Nicolas si presenta a noi come una persona autoritaria, di poche parole, quasi del tutto assente nella vita del Nicolas, a causa del suo lavoro che lo porta spesso in viaggio per vari giorni; sicuramente il padre incute un certo terrore nel figlio, tanto che durante il viaggio si scambieranno pochissime parole.

L’intera storia è narrata dal punto di vista di Nicolas, e durante tutta la narrazione l’autore ci rende parte dei pensieri e dei sentimenti di questo bambino; la prima cosa che sappiamo di Nicolas è che ha un problema di minzione notturna, perciò è terrorizzato dalla possibilità di essere deriso dai suoi compagni proprio per questa cosa.
Arrivati finalmente allo chalet padre e figlio si salutano e il bambino è pronto per godersi la vacanza insieme ai suoi compagni, se non fosse che… Lo zaino con tutte le sue cose è rimasto in macchina.
Da questo avvenimento apparentemente normale, appunto il dimenticare qualcosa, che potrebbe capitare a tutti noi, da il via ad una serie di fantasticherie macabre nella mente di Nicolas.
Infatti l’intero romanzo non ruota tanto intorno alla storia di questa gita scolastica, ma il vero protagonista di questo racconto è piuttosto il male che alberga nella mente di un bambino.
Non a caso lo stesso Carrère ha parlato di questo romanzo come angosciante persino per lui stesso, dicendo ” a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato “; man mano che la narrazione procede, noi lettori ci sentiamo sempre più terrorizzati e angosciati dai pensieri di Nicolas, dalle immagini che ricrea nella sua mente.
Nicolas è dominato da una fantasia galoppante, ma non di tipo infantile ma piuttosto ricrea nella sua mente delle immagini che fanno ribrezzo, o ancora peggio pensa a possibili scenari di morte, di sparizioni, di lutti, riguardanti se stesso e la sua famiglia. Il pensiero del padre in macchina, con il suo zaino, evoca in lui numerose preoccupazioni, che sfociano poi in scenari fantasiosi in cui il padre fa incidenti, si perde, viene ucciso, viene rapinato. In questo modo Nicolas sembra quasi godere nel pensare di far parte di un mistero da risolvere, di una storia di omicidio; ancora più raccapricciante è il fatto che il bambino si immagina orfano, e si immagina le persone della sua famiglia che lo consolano e gli offrono supporto.
La fantasia di Nicolas è grottesca, inquietante, angosciante, leggendo i suoi pensieri non riuscivo a collegarli minimamente ad una mente infantile. Ed è proprio questo che rende questo romanzo terrorizzante, il fatto di ascoltare i pensieri di questo bambino e ricondurli inconsciamente ad una mente malata. E’ come se rimanessimo in attesa di qualcosa per tutta la durata del libro, un colpo di scena, la descrizione di una scena violenta, qualunque cosa, senza rendersi conto che la vera violenza è nella mente di un bambino.
Ma quando la fantasia sfocia nella realtà ? Qual’è il limite tra i pensieri macabri di Nicolas e il pericolo reale che incombe su di lui? In questo modo, solo alla fine del romanzo, il male che prima dominava la mente di Nicolas si trasforma in un male terreno, tangibile. Una tranquilla gita in montagna sarà lo sfondo di un accaduto terrorizzante e avvolto dal mistero, ovvero la scomparsa di un bambino. Carrère ci lascia con questa domanda: quando ci si accorge di aver oltrepassato il limite tra fantasia e realtà? Il male è dentro tutti noi, ma in che modo e in che forma si manifesterà?

Come avrete capito Nicolas è un bambino diverso; preferisce rimanere in disparte, rimanere solo, ed è terrorizzato da quello che le persone potrebbero pensare di lui, come è ancor più terrorizzato dai giudizi dei suoi compagni. In particolare è terrorizzato, ma anche affascinato in un certo senso, da un suo compagno, che è un po’ il classico bullo della classe. Nicolas cercherà la sua approvazione, ma non solo: immagina questo suo compagno come un suo amico, immagina di fondare un club segreto con lui, di confidarsi tutti i loro pensieri e sogni; insomma, desidera la protezione di questo ragazzino, una protezione che alla fine del romanzo sfocerà in un desiderio di superiorità nei suoi confronti. Ovviamente Nicolas, per “farsi rispettare” ed essere credibile, racconta al compagno una storia sul padre che pian piano ingigantirà sempre di più, fino a renderla estremamente surreale e simile ad un racconto dell’orrore letto nel suo amato libro “Storie spaventose”. In questo modo, la menzogna crea uno spiraglio, un ponte, tra la fantasia di Nicolas e la vita reale, qualcosa che il bambino poi non riuscirà più a controllare.

Vi riporto qualche frase del libro, giusto per farvi capire i comportamenti di questo bambino, e ancora di più si capisce come Nicolas gode della solitudine, della malattia, del mistero:
” Appoggiato al suo cuscino, infagottato nella coperta come una mummia, Nicholas si sentiva bene. Non si era mai sentito meglio in vita sua. Spero che la febbre durasse abbastanza perché l’indomani fosse lo stesso, e anche il giorno dopo, e tutti gli altri giorni della settimana bianca. Quanti ne rimanevano? Aveva già passato tre notti allo chalet, dovevano mancarne una decina. Dieci giorni malato, dispensato da tutto, portato in braccio da Patrick avvolto nelle coperte, sarebbe stato meraviglioso. Si chiese come fare per mantenere alta la febbre, che stava già scendendo […] adesso che lo credevano sonnambulo, forse la notte sarebbe potuto uscire di nuovo, così da alimentare la malattia e la preoccupazione nei suoi confronti. Bel colpo, la storia del sonnambulismo. Aveva temuto dei rimproveri, invece grazie quella spiegazione non gli rimproveravano niente né gli facevano domande. Casomai lo compativano. Soffriva di un male misterioso, e nessuno sapeva quando si sarebbe ripresentato né come prevenirlo: si, davvero un bel colpo”

Quella che avrebbe dovuto essere una situazione tranquilla, serena, divertente, quale una gita scolastica, si trasforma in un incubo che prima si fa strada esclusivamente nella mente di Nicolas e poi inizia a manifestarsi anche nel reale. La forza di Carrère è stata proprio questa scelta di voler uno sfondo apparentemente sereno, di voler ambientare un romanzo thriller in una situazione di pace. In questo modo l’angosciante, il terrore, il male, si insinua nel quotidiano.

Sicuramente lo stile di scrittura di Carrère non passa inosservato; sono rimasta estasiata nel vedere come questo scrittore ha saputo rendere al meglio i pensieri di un bambino, filtrandoli in un linguaggio estremamente incisivo. Molto spesso quando il protagonista è un infante, o un adolescente, le descrizioni e i pensieri a lui riferiti perdono di autenticità o di spessore, poiché o il lettore si accorge che non sono consoni ad un bambino per il modo in cui sono scritti o, dall’altro parte, si sfocia in uno stile di scrittura banale. Invece Carrère ha saputo fondere la sfera infantile di Nicolas con una scrittura di bellezza disarmante.

Questo romanzo e l’angoscia che mi ha messo addosso mi hanno ricordato un po’ “Abbiamo sempre vissuto del castello” della Jackson, che trovate recensito qui sul blog, altro libro spettacolare per la sua atmosfera terrorizzante e a tratti surreale.
E’ un romanzo inquietante, che lascia con il fiato sospeso il lettore dalla prima all’ultima pagina, che crea una sorta di ansia nel leggerlo; è un thriller psicologico veramente bello, che consiglio a tutti gli amanti del genere, ma anche a chi non ha mai letto nulla di questo tipo. Il bello di questo libro è proprio quest’ansia che cresce nel lettore, dalla prima all’ultima pagina, fino ad arrivare al colpo di scena finale che non è nemmeno un reale colpo di scena perché rimarrà tutto molto ambiguo ma allo stesso tempo limpido (una sensazione veramente strana), si, ho trovato molto angosciante nel complesso anche il finale. E’ inoltre un libro molto breve, si legge in una giornata e, come i più stupefacenti thriller, vi lascia qualcosa di terrorizzante dentro. 

VOTO: 9,5/10

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Gialli e thriller · Recensioni 2017

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Ragazzi e ragazze sono tornata, dopo un mese di assenza causa esami universitari, partenze non programmate e internet che manca sempre.

Oggi torno con una recensione di un libro abbastanza famoso: ” Abbiamo sempre vissuto nel castello ” di Shirley Jackson, una sorta di thriller psicologico ma molto molto particolare.

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TITOLO: Abbiamo sempre vissuto nel castello
AUTORE: Shirley Jackson
EDITORE: Adelphi
PAGINE: 182
PREZZO: 18,00€

TRAMA: «A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce»: con questa dedica si apre L’incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l’Estraneo (nella persona del cugino Charles) si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali della commedia brillante. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i «brividi silenziosi e cumulativi» che – per usare le parole di un’ammiratrice, Dorothy Parker – abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’, ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Come sempre mi trovo in difficoltà a recensirvi i libri che vi propongo, perché sono tutte storie un po’ fuori dal comune e spesso non riesco a trasmettervi al meglio la loro bellezza perché non vorrei rovinarvi la lettura con vari spoiler. Ma ci proverò anche questa volta.

Siamo in un castello, in una casa enorme e bellissima ubicata fuori dal centro del paese; ben presto scopriamo che in questa casa ci abitano solo tre persone: Costance, Merricat (due sorelle) e zio Julian. Tuttavia scopriamo che queste tre persone sono gli unici superstiti di una tragedia accaduta anni prima, in cui tutta la famiglia era stata uccisa durante una colazione proprio nella sala da pranzo di questo castello, e il motivo ? Arsenico nello zucchero.
Immaginando una tragedia del genere noi ci aspetteremmo tristezza, malinconia, dolore e instabilità mentale da tutti i personaggi. Invece no. Le due sorelle vivono in questo castello in assoluta serenità e tranquillità, avvolte da un’atmosfera paradisiaca, compiendo addirittura le stesse azioni ogni giorno, senza curarsi (apparentemente) del fatto che la loro famiglia è stata sterminata proprio in casa loro.

E’ proprio questo l’elemento disturbante di questo libro, quello che ti fa salire l’ansia e che ti tiene incollato a leggerlo fino alla fine, il fatto che noi lettori non ci capacitiamo di come si fa a vivere sereni in una situazione del genere. Ad ogni pagina mi aspettavo un colpo di scena, un qualcosa per confermare il fatto che questo libro appartiene veramente al genere thriller, perché apparentemente sembrerebbe un banale romanzo. Poi arrivata alla fine, senza colpi di scena importanti, mi sono resa conto di essere rimasta alquanto turbata, e tutta la storia mi aveva lasciato un senso di solitudine e di angoscia che non sono riuscita a spiegarmi.

Ma torniamo indietro: l’intera narrazione ci viene raccontata da Merricat, la più piccola della famiglia, che si dimostra fin sa subito una ragazzina alquanto problematica, che vive in un mondo interamente suo, infatti usa fare dei “riti” abbastanza strani, come sotterrare i soldi; instaura un rapporto quasi umano con il suo gatto, e un rapporto morboso con la sorella maggiore da cui dipende completamente. Costance, la sorella maggiore, impersona la classica “mamma di tutti”, è gentile, educata, disponibile a fare qualsiasi cosa per la sorella e per lo zio, e passa le sue giornate a cucinare piatti prelibati per tutta la sua famiglia (o quello che ne è rimasto della famiglia). Zio Julian è invalido, dato che in quel giorno fatidico ha preso solo un po’ di arsenico, non sufficiente a causare la morte, ma scopriamo ben presto che è anche mentalmente instabile, dato che passa le sue giornate a scrivere e ricordare gli eventi del giorno dell’omicidio, facendo domande alle due sorelle, appuntandosi tutto quello che gli viene in mente.
E’ spaventoso. E’ stato spaventoso vedere come tutti questi personaggi vivono serenamente, si dedicano alle faccende domestiche, all’arte culinaria, al giardinaggio, ridono e scherzano, consapevoli che uno di loro ha ucciso il resto della famiglia.

E questo è l’altro punto chiave: chi ha ucciso tutta la famiglia Blackwood? Lo sapremo solo alla fine, sappiate solamente che al processo ufficiale fu accusata la sorella maggiore, Costance, poiché era lei che aveva preparato la colazione quel giorno. Ma sarà stata veramente lei? Non vi svelo nulla.
Ma detto sinceramente, sono stata ossessionata anche io per tutta la durata del romanzo dalla domanda “chi ha ucciso tutti?”, ma quando poi verrà rivelato alla fine del libro, la cosa passa di secondo piano. Mi spiego meglio. L’angoscia e il turbamento che ti lascia questo libro pagina per pagina, senza aver bisogno di scene sanguinolente o di torture medievali per impressionare il pubblico, ma solo basandosi sui piccoli atti quotidiani, sulla tranquillità e armonia dei personaggi, basta ampiamente per rendere questo romanzo un thriller mozzafiato; e in questa narrazione, il fatto di scoprire chi ha ucciso tutta la famiglia passa di secondo piano, perché in realtà non ci cambia nulla saperlo, perché l’angoscia e il “colpo di scena” non è quello, ma piuttosto l’intera storia.

Ovviamente tutta la narrazione si svolge all’interno del castello, perché Costance soffre di agorafobia (per chi non sapesse di cosa si tratta, è la paura di stare in spazi aperti e affollati) presumibilmente da quando fu accusata dell’omicidio, Julian è invalido e quindi non potrebbe comunque uscire di casa, l’unica che una volta a settimana si reca nel villaggio per fare la spesa è Merricat, e qui ci accorgiamo quanto la ragazzina si senta spaesata in un contesto al di fuori della sua perfetta (apparentemente) vita nel castello.
Ovviamente, come loro non escono di casa, sono anche restie a far venire qualcuno dentro la casa, infatti quando verrà a fargli loro visita una vecchia amica di Costance ci accorgeremo di come Merricat ne risulta quasi offesa e arrabbiata e la sorella maggiore terrorizzata.

L’idilliaca atmosfera familiare viene rotta improvvisamente dall’arrivo di un cugino, Charles, che si trasferirà da loro per un periodo, e che ovviamente destabilizzerà l’equilibrio terrorizzante della casa. Lui si accorgerà subito dei problemi e dell’instabilità delle due sorelle, e cercherà in qualche modo di “rieducarle” alla normalità. Secondo voi ci riuscirà? Ve lo lascio scoprire.

In questo armonico quadretto in cui le due sorelle e lo zio vivono felici nella loro dimora lontano da tutto e da tutti, pian piano si scoprono particolari che le due sorelle cercano di nascondere, un segreto inconfessabile che scopriremo solo alla fine, e che loro stesse tenteranno di dimenticare proprio in questo modo. Fingendo o sforzandosi, o forse credendoci veramente, di risolvere qualsiasi cosa rimanendo chiuse nel loro castello, quasi fermando il tempo e lo spazio, ricavandosi una piccola fetta di armonia e perfezione nell’infinito mare di problemi che le circonda. E’ proprio questo “l’elemento shock”, questa instabilità mentale che rende questi personaggi quasi dei mostri senza emozioni. La vera angoscia di questo libro è la quotidianità.

E’ stato il primo libro dell’autrice che ho letto, e sicuramente ne leggerò altri; la scrittura è molto semplice e pulita, ma allo stesso tempo elegante e raffinata, e anche questo elemento sicuramente contribuisce all’angoscia che trasmette l’intera narrazione. E’ sicuramente un libro che consiglio a tutti, un thriller che vi sembrerà thriller solo alla fine.

VOTO: 9/10

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Gialli e thriller · Recensioni 2017

L’uomo che voleva uccidermi

Nuova recensione!!!

Oggi torno per recensirvi un libro uscito pochi mesi : “L’uomo che voleva uccidermi” di Yoshida Shuichi, edito da Feltrinelli editore.

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TITOLO: L’uomo che voleva uccidermi
AUTORE: Yoshida Shuichi
EDITORE: Feltrinelli
PAGINE: 327
PREZZO: 17,00€

TRAMA : In una fredda sera di dicembre, Ishibashi Yoshino saluta le amiche per andare a incontrare il suo ragazzo in un parco di Hakata, nella città di Fukuoka. Il mattino successivo, il cadavere della giovane viene rinvenuto nei pressi del valico di Mitsuse, un luogo impervio e inquietante: è stata strangolata. Chi ha ucciso Yoshino? Chi è l’uomo che doveva incontrare al parco? Perché la cronologia delle chiamate e dei messaggi del suo telefono cellulare racconta una storia diversa da quella che conoscono gli amici e i familiari? La morte violenta di una giovane innesca un intreccio di narrazioni accomunate dal senso di solitudine, dalla difficoltà di vivere in una società sempre più complessa, dalla desolazione dei paesaggi urbani, dall’incapacità di amare.

 

 

 

 

 

Sono stata indecisa fino all’ultimo sul genere a cui appartiene questo libro e come catalogarlo, perché io l’ho acquistato come un giallo, e mi sono trovata tra le mani un romanzo fin troppo particolare. L’omicidio di questa ragazza è un pretesto. E’ un pretesto per porci davanti i problemi di una società e le domande che affliggono ogni essere umano.

Come sempre, partiamo dall’inizio. Il problema in questo libro che non c’è un vero e proprio inizio e se entro nei dettagli della storia, anche delle prime cinquanta pagine, potrei rovinarvi l’intero libro (e io odio chi fa spoiler).

L’intero romanzo ruota intorno all’omicidio di una giovane ragazza che si scopre ben presto essere un’assidua frequentatrice di siti di incontri. La narrazione si apre con la presentazione dei suoi genitori, e con quella che sarà la sua ultima uscita tra amiche. Yoshino, dopo la cena, dovrà incontrare un uomo conosciuto proprio sulla chat.

Secondo voi sapremo chi dovrà incontrare fino alla fine del libro? Ovviamente si, il che è una stranezza se parliamo di romanzo giallo. Quando ho letto il nome dell’uomo che doveva incontrare ho pensato “Siamo a pagina cento circa, come ha fatto l’autore a mandare avanti un racconto giallo per altre duecento pagine, se sappiamo già chi è l’assassino?” E invece no. No, perché non saprete nulla fino all’ultima pagina. Vi sembrerà di aver capito tutto, ma in realtà non capirete nulla fino alla fine, come un perfetto romanzo giallo tra l’altro.

Questo libro fa un effetto strano, del tipo “Ho capito tutto, so chi è l’assassino, sono troppo forte dopo tutti gli anni di film e serie tv polizieschi” e poi “Yoshida stai scherzando? mi prendi forse in giro?” Queste sono le domande che vi accompagneranno per tutta la durata di un libro che vale la pena sicuramente leggere.

Tutta la storia è caratterizzata da salti spazio-temporali che in un primo momento vi confonderanno, forse ancor più di quanto vi confonderà l’autore stesso, ma che sono essenziali. Faremo la conoscenza di numerosi personaggi che sembreranno messi lì un po’ a caso, invece ognuno di loro a suo modo svolgerà un ruolo chiave all’interno della storia. E la conoscenza di tutti questi personaggi, tutti completamente diversi, ci permetterà di capire quello che forse era il vero intento dell’autore: mostrarci uno spaccato della società giapponese contemporanea, società individualista e sicuramente troppo attaccata alle cose materiali.

Faremo la conoscenza di persone ricche, povere, di persone frustrate, solitarie, innamorate, annoiate, bisognose, menefreghiste ed egoiste, e di persone alla ricerca di un amore che le travolga. E tutte le loro storie, le loro vite, si incontreranno in vari punti e momenti, con il pretesto di risolvere un brutale omicidio, ma non si influenzeranno mai del tutto. Alcuni personaggi rimarranno quelli di sempre, a altri cresceranno e faranno frutto delle proprie esperienze. Una cosa che accomuna tutti i personaggi è sicuramente il senso di solitudine. Il sentirsi così piccoli e così impotenti di fronte ad una società che ci permette di far tutto, ma non di essere liberi e felici, una società a cui dobbiamo sottostare per sopravvivere.

La scrittura è lineare e molto articolata, a tratti difficile forse per le parole giapponesi che non potevano essere tradotte per non perderne il significato (vi è un glossario alla fine del libro); ho trovato alcuni punti abbastanza lenti, come le descrizioni troppo dettagliate di alcuni luoghi, ma nel complesso è una lettura abbastanza scorrevole. Soprattuto dopo le prime cento pagine, la storia vi terrà con il fiato sospeso fino alla fine; l’autore vi convincerà a credere ad una versione dei fatti, ve la smonterà subito dopo, e ve la ripresenterà dopo qualche pagina.

Interpretato come romanzo giallo posso dire che l’autore è riuscito nel suo intento, ovvero non darci un’idea chiara dell’omicidio fino alla fine; per quanto riguarda la parte più introspettiva, ho trovato buono l’intento dell’autore, ovvero quello di porci davanti vari personaggi di diverse età e diverse classi sociali, e studiarne la psicologia per capire i loro punti di vista, i loro problemi e le loro ragioni.

Questo è stato uno dei miei primi approcci alla scrittura orientale, e posso dire di esserne rimasta soddisfatta. Consiglio questo libro a chi sta cercando un giallo avvincente con un tocco di profondità in più.

VOTO: 7/10

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