Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Le streghe di Lenzavacche

Altra recensione !!! Eh si lo so, sto leggendo tantissimo in questo periodo, e la cosa si traduce automaticamente in: tantissime recensioni per voi, però spero che ne siate contenti 🙂
Oggi vi parlo di un libro di cui non sento parlare molto spesso, ma che ho saputo essere uno dei classificati al premio Strega del 2016 ( mi sembra di ricordare, correggetemi qui sotto se sto sbagliando anno ).
Sto parlando di “Le streghe di Lenzavacche” di Lo Iacono, pubblicato dalla casa editrice E/O, libro che mi ha conquistato in primis per la sua copertina stupenda dai colori tipici autunnali.

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TITOLO: Le streghe di Lenzavacche
AUTORE: Simona Lo Iacono
EDITORE: E/O
PAGINE: 151
PREZZO: 15,00€

TRAMA: Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell’ abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l’oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.

Quando ho letto la trama non ne ero rimasta tanto incuriosita a dir la verità, e ho scelto proprio questo libro in mezzo a tutti quelli non letti della mia libreria solo per due motivi sinceramente: ero curiosa poiché questo libro è stato candidato come finalista del premio Strega e, ben più importante, ha una copertina stupenda ! Eh lo so, lo so, l’abito non fa il monaco ma la copertina dei libri contribuisce alla voglia di leggerli ahah; comunque per una motivazione o per l’altra, ho letto questo libro e mi è piaciuto tanto. Non è di certo uno dei miei libri preferiti, ma si è rivelata una piacevolissima lettura, e infatti l’ho concluso in un paio di giorni, merito anche della sua brevità.
Vi preannuncio che sarà una recensione molto breve, poiché il libro è anch’esso molto breve appunto e per di più non vi è una vera e propria trama piena di colpi di scena, avvenimenti importanti ecc. E’ una storia, una semplice storia di una famiglia che vive in un piccolo paese siciliano…

Ci troviamo in un piccolo paese della Sicilia, Lenzavacche appunto, famoso perché paese nativo un gruppo di donne, le streghe di Lenzavacche, che furono esiliate, perseguitate e infine uccise nel diciottesimo secolo ( mi pare di ricordare ). Per quanto la storia di queste streghe sia uno dei punto cruciale dell’intera narrazione, i veri protagonisti di questo romanzo sono una famiglia che vive in questo paese, una famiglia considerata particolare agli occhi di tutti. Questo nucleo è composto da nonna Tilde, discendente diretta delle streghe, la figlia Rosalba e il nuovo arrivato: il piccolo Felice, figlio di Rosalba, e frutto di una storia d’amore estiva e fugace con l’arrotino del paese.
Scopriamo ben presto che Felice non è un bambino che può essere definito normale, poiché già alla nascita presenta menomazioni fisiche e crescendo svilupperà anche disabilità mentali; questo porterà all’esilio della famiglia intera da parte dei concittadini di Lenzvacche, e alla credenza che questo bambino sia frutto di un atto impuro o di una qualche azione del demonio. Assisteremo per tutta la durata del romanzo alla crescita di questo bambino, il tutto raccontato dal punto di vista della mamma Rosalba, che supera le sue stesse disabilità e sorride allegramente alla vita non curandosi di ciò che pensano le altre persone.
Questo è forse uno dei temi principali di questo libro, anche se l’autrice è stata molto abile a non farlo emergere palesemente per non sfociare nella critica sociale: la diversità, e l’accettazione del diverso.
Infatti anche la scelta da parte dell’autrice di portare come sfondo storico della narrazione il periodo del fascismo italiano non è causale; in questo modo si vuole sottolineare la poca accettazione di chi è diverso, di chi la pensa diversamente dalla massa, cosa che come ben sapete non era permesso in quel periodo storico. Per di più, questa situazione è stata portata all’estremo ambientando tutta la storia in un paesino dell’estremo sud italiano, in cui i cittadini sono dominati da credenze religiose e tradizioni quasi magiche legate al passato.
Quindi diciamo che questo bambino disabile non poteva nascere in un posto e in un tempo peggiore !

“[…] So però che sei cresciuto senza preconcetti, Felice, che non hai mai avuto un momento di malinconia, e sei arrivato a oggi con una tua fierezza, il portamento inclinato ma dignitoso, lo sguardo bruciante e appassionato, e quel sorriso, un abisso, una strada, un viatico. A volte quando mi scruti strizzandomi le gengive a mo’ di segnale, penso che la normalità è solo questione di postazione, e che varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo, dei sacchi di sabbia sotto i quali abbassiamo la testa […] E allora penso che dobbiamo sembrarti tanti mostri, Felice, con le nostre apparenze, con quell’arroganza che ignora la fine, con quell’illusione di eternità che ci rende futili e senza pace, o con quella pretesa di sapere cosa accadrà domani”

Dall’altra parte, vi è la storia di un maestro appena assunto nella scuola di Lenzavacche, di cui conosciamo i pensieri e le azioni tramite lettere quasi giornaliere che lui scrive alla zia, in cui le racconta tutto ciò che succede durante le sue giornate. Subito, tramite una delle prime lettere che leggiamo, veniamo a conoscenza del fatto che questo ragazzo si è recato in questo paesino per scoprire qualcosa e per portare a termine una ricerca a noi sconosciuta fino alla fine del romanzo. E ovviamente, come vi ripeto sempre, non sarò io a dirvi cosa succederà alla fine, ma come potete ben immaginare le due storie, quella del maestro e quella della famiglia di Felice, sono collegate in qualche strano modo.
Dai racconti del maestro trapela il clima di severità e di estrema rigidità caratteristico del periodo fascista, tanto che la sua classe verrà dimezzata pian piano per il suo metodo d’insegnamento non adatto ai schemi e alle linee guide imprescindibili fornite dal sistema scolastico appunto  fascista.
E anche qui, sotto altre vesti, trapela il concetto di diversità: che si tratti di un bambino disabile o di un maestro con idee definite troppo rivoluzionarie e con metodi di insegnamento fuori dagli schemi, comunque si parla di diversità, della non accettazione di chi non risulta uniforme alla massa.

“Per questo vengono a scuola. Per imparare quel poco che li salvi dall’inganno, per tirare di conto in bottega e capire il denaro, scansare le truffe, battere i furbi sul loro stesso terreno. Le altre classi sono invece miei di figli di professionisti affermati, un avvocato, un notaio, proprietari terrieri e famiglie di buon censo che si sono volentieri allineate al regime”

La narrazione procede in modo scorrevole, ogni capitolo è abbastanza breve ed è diviso a metà tra parti raccontate da Rosalba in cui si parla del bambino e della sua crescita, e parti affidate al maestro Alfredo, in cui vengono riportate le lettere scritte alla zia.
Il fatto di fornire due storie completamente diverse e distribuite in egual misura all’interno del libro, e soprattuto la crescita della curiosità che si fa strada nel lettore riguardo al conoscere come queste due storie si legheranno alla fine, contribuisce alla lettura molto veloce di questo romanzo.
L’autrice è stata veramente abile nel non annoiare mai il lettore, pur trattandosi di una semplice storia senza una vera e propria trama, se non quella di raccontare ( e denunciare forse ) la situazione di questo paesino siciliano, da due punti di vista non tradizionali, ovvero due persone “esiliate” perché ritenute diversi.

Mi è piaciuto molto questo romanzo, sicuramente lo consiglio a tutti per questo tema delicato ma estremamente importante e attuale che l’autrice ha affrontato. E posso affermarvi con certezza che il modo in cui la Lo Iacono parla e racconta della diversità, della disabilità, della libertà di pensiero e di parola, è molto dolce, molto rispettoso, e soprattuto non ha reso il romanzo pesante nonostante i temi affrontati. Molto spesso i libri che trattano di disabilità fisiche o mentali, soprattutto infantili, risultato banali e pesanti, o fin troppo malinconici per averne un bel ricordo; invece questo romanzo mi è risultato molto fresco, molto leggero anche ( cosa che non avrei mai pensato di dire trattandosi di un romanzo che tratta di un così tanto delicato argomento ). Mi ha sorpreso lo stile di scrittura di quest’autrice, appunto molto delicato, molto preciso, ma allo stesso tempo sfrontato in qualche occasione.
So che probabilmente mi sto ripetendo nel dirvi cosa penso di questo libro, ma se state cercando una lettura non troppo impegnativa, non troppo astrusa da leggere, ma che contiene tematiche di rilievo e non scontate, io vi consiglio questo romanzo.
In più posso dire di essermi commossa nel leggere di come l’amore di una madre per un figlio possa sconfiggere qualsiasi tipo di problema, qualsiasi pregiudizio o paura. Ho assistito alla crescita di Felice e a come questo bambino riesce a sorridere alla vita nonostante tutto e mi sono sentita estremamente fortunata nell’essere in salute. Molto spesso ci dimentichiamo di sorridere e di essere felici per quel che si ha, anche se quello che si ha non è sempre il massimo, e questo è uno di quei romanzi che ci ricorda che non importa quanto possiamo essere diversi sia fisicamente, economicamente, socialmente, dagli altri, ma tutti abbiamo il dovere di essere felici.
Soprattutto questo libro ci insegna a non giudicare gli altri, a non emarginare le persone solo perché si ha paura della diversità altrui, a non avere pregiudizi e limiti nel conoscere altre persone o altre realtà, e a trattare tutti con rispetto e a dare a tutti la possibilità di essere se stessi. Sono tutte tematiche estremamente potenti, che fanno riflettere il lettore, e a parer mio questo è il dono più prezioso che può fare un libro.

“A modo mio, ho insegnato loro quello che credevo dovesse dare la scuola, e ciò un’anima e una vocazione, e gli ho messo in mano parole e libri, le sole armi che abbia mai imbracciato”

Sono molto contenta di averlo letto, anche perché secondo me è uno di quei libri che arricchiscono il lettore e che insegnano qualcosa di veramente profondo e importante. Come avete ben capito, lo consiglio a tutti !

VOTO: 8/10

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