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ANNO NUOVO… CON PIU’ LIBRI DI PRIMA

Ciao a tutti cari lettori!!!
Ve lo aspettavate? Ebbene si, sono tornata… (sarà la terza volta che lo dico e poi non torno mai ahah). Scherzi a parte, il 2019 è appena iniziato, io ho ripreso in mano un po’ di progetti, ho fatto alcuni esami universitari che mi causavano non pochi problemi, ma soprattutto … ho letto tantissimo !!!

Ho deciso di cambiare un po’ la programmazione degli articoli, perché mi sono resa conto che con tutti gli impegni che ho all’università non sarei stata in grado di pubblicarne 3 o più al mese, quindi preferisco non dare false speranze e dirvi che pubblicherò massimo 2 articoli al mese:

  • Letture del mese
  • Book haul (se ci saranno) / Book tag / altro

Vi piace questa nuova programmazione? Spero di si, e mi dispiace pubblicarne solo due ma è l’unico modo per avere continuità 🙂
Spero di riuscire ad essere presente mensilmente, e ancor di più spero di riuscire a leggere abbastanza libri da poterne recensire abbastanza da soddisfare i gusti di tutti.

Detto ciò, tra qualche giorno uscirà l’articolo con tutti i libri letti questo mese, che sono veramente tanti. A prestissimo cari lettori ❤

 

Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Il collare rosso

Salve cari lettori, torno con una nuova recensione!!! Finalmente!

Oggi vi andrò a recensire un libro poco conosciuto, che ho comprato a Libraccio mesi e mesi fa, attirata principalmente dalla copertina che raffigura un cane.
Io a dir la verità non sono solita leggere libri che parlano di cani, dopo aver letto “Io e Marley” sono rimasta segnata, per di più ho un cane a casa al quale voglio un bene infinito, perciò ero un po’ preoccupata riguardo la lettura di questo libro; alla fine, fortunatamente, si è rivelata una lettura molto piacevole.

Il libro in questione è “Il collare rosso” di Rufin, che ho scoperto essere il fondatore di Medici senza frontiere.

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TITOLO: Il collare rosso
AUTORE: Jean-Christophe Rufin
EDITORE: E/O edizioni
PAGINE: 154
PREZZO: 16,00€

 

TRAMA: In una cittadina francese nella torrida estate del 1919 un eroe di guerra viene incarcerato in una caserma. Fuori, nella piazza deserta, il suo vecchio cane abbaia notte e giorno. Non lontano da lì, in campagna, una giovane donna attende e spera. Il giudice incaricato dell’affare è un aristocratico i cui valori sono stati messi in crisi dalla guerra. Tre personaggi e un cane che è la chiave del dramma…

 

 

 

 

 

 

 

Premessa doverosa, dato che questa è la prima recensione del 2018: dopo avervi chiesto un parere su Instagram tramite sondaggio, molti di voi hanno votato per recensioni più brevi, quindi proverò ad essere più sintetica possibile.

Il protagonista di questo breve romanzo è un condannato, Morlac, che si trova in una prigione di un piccolo paese francese; il giudice che si occupa del suo caso passa diversi giorni ad interrogarlo per capire le motivazioni che hanno spinto quest’uomo, che è considerato un eroe di guerra, a commettere un crimine di cui non sapremo nulla fino alla fine del libro.
Ma forse il vero protagonista dell’intera narrazione è un cane, che rimane appostato fuori la prigione e non fa altro che guaire e abbaiare per giorni interi, placandosi solo durante i molteplici interrogatori del giudice; subito veniamo a conoscenza del fatto che questo cane è stato un fedele compagno di Morlac durante la guerra.
Il giudice si dimostra curioso riguardo la storia di Morlac ed il suo cane, e gran parte dei loro discorsi ruotano attorno alla figura di questo animale, che è anche un tassello importante per capire di cosa è accusato quest’uomo.

E’ una storia semplicissima, scritta in modo chiaro, lineare; la vera forza di questo libro sta, a parer mio, nella scelta dell’autore di non dichiarare il motivo della condanna fino alle ultime pagine. Questo spinge il lettore a continuare nella lettura del romanzo anche solo per scoprire quale “aberrante” crimine ha commesso il condannato; sicuramente, il fatto di trascinare questa cosa per più di cento pagine ha contribuito alla velocità di lettura, ma la cosa che più mi è piaciuta di questo libro è la qualità dei dialoghi tra i due protagonisti.
Morlac racconta, durante i vari interrogatori (che saranno più chiacchierate che interrogatori), della sua esperienza in guerra; lui, nato come semplice contadino, è stato prelevato dalla sua famiglia e trasformato in militare, obbligato a combattere una guerra di cui non sapeva nulla. Da questi discorsi trapelerà il suo carattere piuttosto singolare, tanto da rendere difficoltosa la decisione di condannarlo o meno da parte del giudice.

“Quel prigioniero però era diverso. Apparteneva a entrambe le sponde: era un eroe, aveva difeso la Patria, e contemporaneamente ci sputava sopra”

Infatti il condannato è contro la sua stessa liberazione, cosa che al giudice pare piuttosto strana. Nonostante vengano fornite a Morlac numerose possibilità per ottenere la libertà, questi le rifiuta tutte sostenendo che è giusto che lui paghi per l’errore commesso. Quindi il giudice, che si dimostra un uomo estremamente giusto e di buon cuore, decide di scoprire lui stesso cosa si cela dietro l’atteggiamento così scontroso e così bizzarro del prigioniero.
Quel che è più importante sottolineare è, però, il modo in cui Morlac e il giudice parlano della guerra. La guerra che cambia le persone, che distrugge tutto; il condannato, da semplice contadino ignorante in fatto di politica, diventa un rivoluzionario, un patriottico. Questo suo atteggiamento, a tratti esaltato e arrogante, confonde ancor più il giudice, semplicemente perché non riesce a collegarlo a ciò per cui è accusato. Il cane sarà la chiave di tutta la vicenda, complice (inconsapevole ovviamente) di questo crimine tanto discusso in tutta la narrazione.

A dirla tutta, il finale mi ha un po’ deluso; aspettavo con ansia di sapere ciò che aveva fatto Morlac per meritare la condanna e alla fine sono rimasta amareggiata nello scoprire che si trattava di una cosa abbastanza banale. Non ho preso tanto a simpatia il personaggio di Morlac, quindi forse questa cosa mi ha fatto apprezzare un po’ meno questo libro; nonostante l’affetto e l’amore che il cane gli dimostra, il prigioniero dichiara apertamente di non volergli bene, e questo mi ha un po’ rattristato. Il cane si presenta al lettore come un animale dolce, affettuoso, affamato e con numerose ferite di guerra, e passa le sue giornate a ululare per il padrone che non ha vicino: una tenerezza infinita.
Oltre questi difetti però posso dirvi che lo stile di scrittura è molto chiaro, semplice, apprezzabile da tutti; è un libro che vi mangerete in pochi giorni proprio per la curiosità di sapere come la storia va a finire, e ho trovato interessante il modo di descrivere la guerra, analizzando la versione di un semplice ragazzo obbligato a combattere.

Nel complesso è stata una lettura piacevole, la consiglio veramente a tutti perché è una storia molto semplice che sono sicura apprezzerete in tanti.

VOTO: 7,5/10

Link diretto all’acquisto “Il collare rosso” (amazon)

ALTRO

LITTLE FOX BOOK CHALLENGE 2018

Buongiorno cari lettori,

Dopo avervi chiesto sulla mia pagina Instagram, tramite sondaggio, se vi sarebbe piaciuta una Book Challenge 2018 creata da me, e dopo aver ricevuto tanti pareri positivi riguardo quest’idea… Eccola qui, la “Little fox Book Challenge” per questo nuovo anno!!!

Vi piace il nome? Spero di si, io lo trovo molto dolce *_*

Qui sotto troverete il file diretto alla book challenge! Fatemi sapere se vi è piaciuta, se la seguirete, e ovviamente taggatemi ovunque per informarmi dei vostri progressi. Ho cercato di non inserire richieste particolari per accogliere più persone con generi preferiti differenti.
Ho scelto di inserire 40 punti più 10 come “livello avanzato”, scelta che ho preso dopo avervi chiesto la vostra opinione su Instagram; spero che apprezzerete questa cosa, anche perché in questo modo avete anche la possibilità di scegliere durante l’anno letture fuori dalla book challenge. Comunque spero che vi piacerà, che la seguirete in tanti e che vi permetta di conoscere nuovi libri e nuovi autori.
Informatemi, taggatemi, fatemi sapere insomma, mi raccomando 🙂

PS: La book challenge è una cosa divertente e carina se fatta piacevolmente, non fatela diventare una cosa angosciante perché vi rovinereste il piacere della lettura. Se non riuscite a finirla o se saltate certi punti non succede nulla; è solo un modo per scoprire nuovi libri e tenere in mente una sorta di obiettivo in modo da leggere più libri possibili durante l’anno 🙂

Approfitto per ringraziarvi tutti, sia chi mi segue qui sul blog sia sulla pagina Instagram, perché non mi sarei mai aspettata di arrivare a questi risultati in pochi mesi. Io cerco di impegnarmi sempre al massimo nei miei progetti, anche quelli più piccoli, e spero di star facendo un buon lavoro soprattutto per voi. Il mio scopo era quello di creare una sorta di famiglia virtuale, un piccolo gruppo di lettura, incontrare persone a cui potessero interessare i miei pareri riguardo la lettura di un libro, perciò sono molto felice di aver trovato lettori come me, con i quali poter scambiare opinioni.
Vi abbraccio a tutti, e vi auguro di passare delle stupende e rilassanti feste natalizie!!!

LITTLE FOX BOOK CHALLENGE

ALTRO

Come leggere tanti libri in un solo anno

Salve lettori, oggi torniamo con un articolo un po’ diverso dal solito, perché non si tratta di una recensione o di un book haul, ma piuttosto di consigli che mi sento di darvi in merito alla fatidica domanda, che mi viene fatta spesso, “come fai a leggere così tanto?”. Io leggo in media 70-80 libri l’anno, alterando ovviamente periodo in cui leggo di più e periodi in cui leggo di meno, sopratutto perché frequento una facoltà universitaria che non mi permette di aver tanto tempo libero (altrimenti, ahimè, potrei leggere molto di più).
Molto spesso la “giustificazione” (passatemi il termine) che mi danno molte persone in merito al fatto di leggere poco è la mancanza di tempo, la stanchezza, i tremila impegni… Bene, oggi sono qui per spiegarvi come poter leggere tanto durante l’anno, senza tuttavia levare del tempo ai nostri impieghi quotidiani, che sia studio, lavoro ecc…

Quindi oggi sono qui per darvi dei consigli spassionati, da lettrice accanita quale sono, sul come trovare tempo da dedicare alla lettura.
Pronti???

Consiglio n1: portatevi sempre un libro dietro

Quando uscite, ovunque stiate andando, è fondamentale portarsi dietro un libro perché può salvarvi dalla noia, dai momenti morti durante la giornata, e sicuramente con questo piccolo “stratagemma” avrete più tempo da dedicare alla lettura. Pensate alle interminabili file in posta, in banca, dal medico di famiglia, oppure quando aspettate i mezzi pubblici, o durante la permanenza su di essi; in questi momenti, avere un libro in borsa potrebbe esservi d’aiuto non trovate? Ricordatevi quindi, quando preparate la borsa per l’ufficio, per la scuola, per l’università o per un’uscita con gli amici (perché alcuni amici sono ritardatari ahah), infilateci sempre un libro per assicurarvi di spendere in maniera piacevole i momenti di noia o di attesa.

Consiglio n2: scegliete il libro giusto

La scelta del libro è fondamentale, perché molto spesso non ci viene voglia di leggere perché il libro non ci prende o non ci piace proprio (a questo si ricollegherà il terzo consiglio); perciò, quando state in libreria o online e volete acquistare un libro non acquistatelo a scatola chiusa, cercate recensioni (tipo le mie ahah), informatevi sul genere, sullo stile dell’autore (ovviamente evitando spoiler eheh).
Sempre riguardo la scelta del libro, vi consiglio di prendervi una giornata al mese o a settimana (dipende quanti impegni avete e quanto leggete) per passare qualche ora in libreria o in biblioteca per rilassarvi, scegliere i vostri libri da acquistare in tutta serenità. Per di più, scegliete il libro anche in base al periodo che state vivendo, se è più o meno stressante e impegnativo, perché la lettura deve essere un hobby, un momento di relax, non un impegno che vi angoscia. Quando non sapete che libro comprare, affidatevi ai vostri autori del cuore che sicuramente non vi deluderanno.
Ponderate sempre il vostro acquisto, così da non rimanere mai delusi e da non farvi passare la voglia di leggere.

Consiglio n3: imparate ad abbandonare un libro

Spesso mi rendo conto che i lettori si sentono in colpa a lasciare un libro prima di finirlo, e io reputo questa cosa molto deleteria a lungo andare; quando ero più piccola mi sforzavo a concludere anche romanzi che in realtà non riuscivo a mandar giù, poi crescendo mi sono chiesta “perché?”. La vita è troppo breve per impiegare del tempo in cose che non ci piacciono, e soprattutto ci sono talmente tante belle letture potenzialmente adatte ad ognuno di noi che non trovo il motivo di mandar avanti la lettura di un libro che non sopportate.
Perciò cari lettori, imparate ad abbandonare un libro senza sensi di colpa, perché è solo tempo guadagnato per la lettura di un altro, e eviterete così di cadere nel temibile blocco del lettore.

Consiglio n4: fate una wish list

Tutti noi lettori abbiamo trecento wish list, sia per quanto riguarda le prossime letture sia per quanto riguarda i prossimi acquisti, ma posso assicurarvi che fare una wish list come si deve, ancora meglio se è mensile/bimestrale/trimestrale, può esservi molto utile. Il primo del mese io sono solita creare una pila di libri sul mio comodino con tutti i libri che ho intenzione di leggere in quel determinato mese, in modo da pormi una sorta di obiettivo. Ovviamente la lista e la quantità dei libri varia in base al mese in questione, se è più o meno impegnativo (certo è che se ho la sessione di esami, non mi andrò a creare una pila di 8 libri ahah), ma stabilire i libri-priorità è spesso un “salva vita”.
In questo modo, avendo un obiettivo preciso, si tende a leggere di più per avere la soddisfazione di vedere la pila scomparire a fine mese.

Consiglio n5: leggete due libri contemporaneamente

Questo consiglio funziona solo per alcuni lettori, per chi riesce a leggere due libri contemporaneamente, ma posso assicurarvi che è un ottimo metodo per leggere tanto; in generale, io consiglio di leggere due libri di generi diversi e soprattutto che richiedono un impegno mentale diverso. Io, per esempio, scelgo sempre un libro piccolo e un libro medio/grande, il primo da tenere in borsa e portarmi sempre dietro e il secondo da tenere sul comodino per leggerlo comodamente a casa. In questo modo, portando avanti due letture nella stessa settimana, di solito riesco a concluderli entrambi o addirittura leggerne un terzo.
Provate, sopratutto chi non ha mai tentato la lettura di due libri contemporaneamente, e vedete se vi trovate bene con questo “metodo”… Ovviamente fatemi sapere se ha funzionato!

Consiglio n6: approfittate delle pause

Se lavorate o se studiate, qualunque impiego voi abbiate durante la giornata, prendetevi sempre una pausa e impiegatela per la lettura di un capitolo o anche solo di qualche pagina del vostro libro; in questo modo vi assicurate sia una pausa rilassante dal vostro lavoro sia vi portate avanti con la lettura del libro…Quel che si dice “l’utile e il dilettevole”. Io studio mediamente tre-quattro ore al giorno (senza considerare la sessione di esami che arrivo a studiarne otto), e ogni ora di studio mi prendo una pausa di 10-15 min in cui leggo qualche pagina del libro che ho in lettura in quel momento, così da rilassarmi e da staccare un attimo la mente dalla materia che sto studiando.

Consiglio n7: anteponete la lettura ai dispositivi elettronici

Cosa a parer mio fondamentale è quella di disabituarsi all’uso ossessivo di telefoni, i-pad, computer ecc, e sostituire questi ad un bel libro; questo riguarda sia il tempo che passate fuori casa sia il tempo che passate dentro casa. Invece di scorrere la home di Facebook, spulciare tra i social network o fare giochi sul telefono, impiegate lo stesso tempo per la lettura, e vedrete che inizierete a finire libri in pochissimo tempo. Questo consiglio è ottimo anche come piccolo consiglio di salute, poiché tenere gli occhi fissi su un dispositivo elettronico non fa bene alla vista, al contrario di leggere.

Consiglio n8: usate i minuti prima di addormentarvi

La sera, quando siete stanchi e vi mettete a letto, invece di accendere la tv o di usare il telefono, leggete, e noterete che questo vi aiuterà anche a dormire meglio. Molto spesso, dato lo stress e la stanchezza, riesco a dormire con difficoltà e ho notato che leggere prima di addormentarmi mi permette di rilassarmi completamente e di staccare la mente da tutto.
Soprattutto ora che è inverno, cosa c’è di meglio di una coperta e di un libro?

Consiglio n9: seguite una challenge

Se avete difficoltà nel portare avanti la lettura durante l’anno posso consigliarvi di seguire una qualsiasi challenge, che prima di tutto vi permette di scoprire tanti libri che altrimenti non avreste letto e in secondo luogo vi pone un obiettivo e una scadenza, un po’ come la storia della pila di libri sul comodino. Ovviamente, il tutto deve essere condotto senza ansie e angosce, perché si tratta sempre di un hobby e di un piacere, ma rispettare vari punti scritti sulla challenge può sicuramente darvi una mano con le vostre letture annuali.
Sto provvedendo a crearne una io, che vi pubblicherò prestissimo!!!

Consiglio n10: non disperate

Se per qualche motivo non vi va di leggere in un certo periodo, non succede nulla. Imparate a conoscere il vostro lato da lettore, in modo tale da non sentirvi in colpa se per qualche giorno/settimana/mese non avete voglia di leggere. Capita a tutti, e la cosa non si deve affrontare con rabbia, tristezza, o qualunque sentimento negativo.
La lettura è un piacere, un hobby, e come tale deve rimanere; quindi cari lettori, affrontate il vostro blocco del lettore o semplicemente la vostra poca voglia di leggere con serenità e vedrete che tornerete presto a mangiarvi i libri.
Ho fatto un articolo in cui vi consiglio 5 libri per superare il blocco del lettore, ma ancora più efficace dei consigli che chiunque può darvi è affidarvi a qualcosa che conoscete, che sia un genere o un autore specifico.
Riprendere con la lettura non è difficile, basta inciampare nel libro giusto al momento giusto.

 

Cari lettori, vorrei concludere con questo: la cosa più brutta che si possa fare tra lettori è giudicare l’altro. Spesso noto una sorta di classismo riguardo i generi e gli autori che i lettori amano, e noto anche un atteggiamento di superiorità da parte di alcuni lettori che si definiscono intelligenti solo perché snobbano i romanzi rosa o il fantasy, ad esempio, mentre si sentono in grado di giudicare “stupido” chi ama generi diversi.
Posso solo dirvi di non sentirvi mai non all’altezza, stupidi, meno amanti della lettura, solo perché prediligete un genere diverso dalla persona accanto a voi.
La lettura è una cosa stupenda perché ci permette di esprimere la nostra creatività, ci fa rilassare, divertire, piangere, ci rende felici. Non dobbiamo permettere a nessuno di giudicarci per cosa ci rende felici, questo vale sia per i libri che per qualunque altra cosa.

Spero come sempre di avervi tenuto compagnia e soprattutto di avervi dato buoni consigli libreschi.
Vi auguro tutto il bene del mondo, e… Buona lettura a tutti!!!

 

Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Il pastore d’Islanda

Nuova recensione!!!
Ebbene si, oggi torno con un’altra recensione di un libro di cui non sento parlare spesso, motivo in più per fare questa recensione, proprio per farvelo scoprire, perché si tratta di un romanzo di tutto rispetto e di assoluta bellezza.
Sto parlando di “Il pastore d’Islanda” di Gunnarsson, autore appunto islandese, nominato diverse al premio Nobel e molto famoso in Nord Europa; fortunatamente la casa editrice Iperborea lo ha portato in Italia e ci ha permesso di apprezzare la letteratura nordica. Infatti questo è il primo libro che leggo sia di questa casa editrice sia di autori nordici, e posso dire di essere rimasta affascinata dallo stile di scrittore di questo autore.

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TITOLO: Il pastore d’Islanda 
AUTORE: Gunnar Gunnarsson
EDITORE: Iperborea
PAGINE: 135
PREZZO: 15,00€

TRAMA: Il Natale può essere festeggiato in tanti modi, ma Benedikt ne ha uno tutto suo: ogni anno la prima domenica d’Avvento si mette in cammino per portare in salvo le pecore smarrite tra i monti, sfuggite ai raduni autunnali delle greggi. Nessuno osa sfidare il buio e il gelo dell’inverno islandese per accompagnarlo nella rischiosa missione, o meglio nessun uomo, perché Benedikt può sempre contare sull’aiuto dei suoi due amici più fedeli: il cane Leó e il montone Roccia. Comincia così il viaggio dell’inseparabile terzetto, la «santa trinità», come li chiamano in paese, attraverso l’immenso deserto bianco, contro la furia della tormenta che morde le membra e inghiotte i contorni del mondo, cancellando ogni certezza e ogni confine tra la terra e il cielo. È qui che Benedikt si sente al suo posto, tra i monti dove col tempo ha sepolto i suoi sogni insieme alla paura della morte e della vita, nella solitudine che è in realtà «la condizione stessa dell’esistenza», con il compito cui non può sottrarsi e che porta avanti fiducioso, costi quel costi, in un continuo confronto con gli elementi e con se stesso, per riconquistare un senso alla dimensione umana. Nella sua semplicità evocativa, Il pastore d’Islanda è il racconto di un’avventura che diventa parabola universale, un gioiello poetico che si interroga sui valori essenziali dell’uomo, un inno alla comunione tra tutti gli esseri viventi. Esce per la prima volta in Italia un classico della letteratura nordica che ha fatto il giro del mondo e sembra aver ispirato Hemingway per “Il vecchio e il mare”, considerato in Islanda il vero canto di Natale.

Prima di iniziare, doverosa e solita premessa, e questa volta voglio elogiare la bellezza di queste edizioni Iperborea: la forma del libro è rettangolare, alta e stretta, e il materiale con cui è fatto ricorda la consistenza di una sorta di tessuto. Insomma, per gli amanti del libro come “oggetto di culto” ( passatemi il termine, si fa per ridere ) queste edizioni sono il paradiso!

Nel leggere la trama avevo già intuito si trattasse di un racconto molto intimo, questo viaggio spirituale che il nostro protagonista compie in mezzo ai monti, e questa è sicuramente la cosa che mi ha fatto scegliere di comprare questo romanzo e di leggerlo immediatamente. Non so rimasta delusa, anzi, mi sono letteralmente divorata questo libro in poche ore, e per di più leggerlo mi ha fatto venire la voglia di rileggere al più presto “Il vecchio e il mare” di Hemingway, dati essere libri dai caratteri molto simili.
Come potrete leggere dalla trama, il nostro protagonista è un uomo di nome Benedikt che ogni anno, nel periodo precedente alla vigilia di Natale e per tutta la durata di questa festa, si reca sulle montagne innevate per richiamare tutte le pecore che si sono perse durante l’anno; già questa cosa, senza considerare per un attimo la parte spirituale e intimistica di questo viaggio compiuto dal pastore, è una cosa molto tenera che mi ha fatto commuovere. Questo amore e questa preoccupazione per gli animali, per di più per animali considerati da allevamento, mi ha riempito il cuore.
Come se non bastasse, a fortificare questo concetto di attaccamento verso la vita da pastore e verso il suo gregge, Benedikt si farà accompagnare da niente di meno di due animali, i due più fedeli compagni: un montone e un cane. Con questi due animali il protagonista ha un rapporto stupendo, quasi non fosse un padrone per loro ma piuttosto un amico.

“Chi la capiva certa gente, capace di mettere in gioco tutto, anche la vita, per qualche pecora che non era nemmeno sua?”

Contro il parere di tutti gli abitanti del villaggio, Benedikt e i suoi compagni partono per la solita spedizione, non consapevoli che una brutta tempesta si sta per abbattere sulle montagne, tempesta che metterà a dura prova i tre amici e soprattutto la riuscita dell’impresa.
Senza andare nei minimi dettagli della trama, vorrei soffermarmi più che altro sulla parte spirituale di questo viaggio, che è anche la parte fondamentale dell’intero romanzo.
Benedikt si mostra come un uomo semplice, senza grandi pretese dalla vita, dedito al suo lavoro e ai suoi animali; si descrive come un uomo di poco conto, senza aspirazioni, ormai giunto al termine della sua esistenza nonostante la sua mezza età. Ma nonostante ciò, si dimostrerà essere un uomo estremamente sensibile, intelligente, buono.

“Non aveva una grande opinione di sé, Benedikt, mentre proseguiva il suo cammino. Come avrebbe potuto? A guardarlo, ora che il giorno declinava, sembrava appena un’ombra incerta nel paesaggio […] C’era sempre qualcosa di incompiuto e insignificante in lui, da qualunque lato si guardasse. Né buono né cattivo, mezzo uomo e mezzo animale”

Una volta finito il romanzo ci si chiede se il viaggio da Benedikt intrapreso avesse veramente lo scopo di salvare le pecore dal gelo invernale oppure avesse come scopo quello di salvare se stesso.
Infatti il pastore, durante il suo cammino verso la baita che ogni anno lo ospita, riflette sulla sua vita passata e presente, e si pone delle domande esistenziali al cospetto delle montagne innevate come se queste potessero rispondergli. In questo contesto si crea una sorta di rapporto intimo tra il pastore e la natura, come se Benedikt riuscisse a ragionare sulla sua stessa esistenza solo insieme alla natura, solo se avvolto da essa.
E’ una cosa che non riesco a spiegare a parole, ma leggendo questo libro ho provato una sensazione di avvolgimento, un calore interiore, come se fossi parte di quel rapporto intimo tra Benedikt e le montagne innevate.
Benedikt ci informa e ci descrive la sua vita molto piatta, monotona, con pochi rapporti umani; è nato come contadino e come pastore e morirà come contadino e pastore, questa è la sua rassegnazione. Ma nonostante la triste presa di coscienza della sua vita, Benedikt custodisce dei sogni, ha delle aspirazioni, e soprattutto sogna la libertà.
Benedikt si definirà “padrone di se stesso solo per un breve periodo”, in quanto per tutto il resto del tempo lavora per qualcuno nella fattoria dove vive o si occupa del gregge in cambio di vitto e alloggio.
I suoi sogni di libertà, di vivere serenamente, sono commoventi, perché da una parte c’è la rassegnazione di non poter cambiare il corso delle cose e dall’altra c’è la malinconia di non poter essere felice. E ancora più commovente è sapere che l’unico momento di libertà, l’unico attimo di felicità, è quello che Benedikt ottiene durante il suo solito viaggio annuale, durante il quale può godersi la natura e stare sereno.

“C’erano stati giorni e notti in cui sognava e nutriva speranze di felicità e di una vita tranquilla. Ora non più, ed è meglio così”

Cosa ancora più triste e allo stesso tempo interessante è il fatto che Benedikt usa questo viaggio spirituale come una sorta di scrigno nel quale nascondere e conservare tutti i suoi sogni. Questo che ci viene riportato nel romanzo è il ventisettesimo viaggio che il pastore fa per andare a ricercare le pecore, e in tutti i ventisei viaggi ha raccontato e ha portato un pezzo del suo cuore, dei suoi sogni, sopra quelle montagne, per poi abbandonarli con rassegnazione. I suoi sogni comprendevano una vita diversa, una libertà che in realtà Benedikt non può permettersi perché sopravvivere diventa più importante dell’essere felici.
Benedikt, in questo contesto, si chiederà se il suo viaggio non ha proprio come scopo quello di “andar a trovare i suoi sogni”, ovvero di passare delle giornate sereno, sognando e sperando in una futura felicità, pur rimanendo con la consapevolezza di vivere giorni di “vacanza”, giorni irreali, che la vita quotidiana lo attende al ritorno del suo viaggio.
Perciò il viaggio verso il ritrovamento delle pecore diventa essenziale per la vita di Benedikt, perché rappresenta l’unico spiraglio di serenità nella sua vita, l’unico momento durante l’anno per essere veramente se stesso e per godersi tutti i suoi sogni insieme alla natura, quasi fingendo che quei sogni si siano veramente realizzati.

“Eh sì, il tempo passa. Ventisette anni… In fondo ai quali erano sepolti i suoi sogni. Quei sogni. Quelli che solo lui e Dio conoscevano. E le montagne, a cui li aveva urlati nella sua disperazione. Ma già al primo anno li aveva lasciati lassù. Ben nascosti […] Era a causa loro che doveva tornare lì ogni inverno? Per vedere se ancora non strano dissolti e la terra non li aveva inghiottiti?”

Ultima cosa di cui vorrei parlarvi è il rapporto che Benedikt crea con i due animali, un montone e un cane, che considera veri e propri amici, e soprattutto considera essenziali per la propria serenità. Probabilmente il viaggio non sarebbe stato lo stesso senza di loro, perché entrambi sono parte integrante del suo progetto di serenità.
Il fatto che questo pastore riesca perfettamente a creare un rapporto intimo con gli animali e non con le altre persone denota proprio la sua voglia di estraniarsi dalla società e dal proprio villaggio e vivere in mezzo alla natura, in tranquillità.
Il rapporto tra Benedikt e i due animali è qualcosa di molto dolce, e mi ha profondamente commosso vedere come gli animali intervengono in soccorso di Benedikt quando si trova in difficoltà.
Anche gli animali ovviamente sono intesi come parte integrante della natura, e quindi il rapporto che il pastore instaura con essi è lo specchio dell’amore che prova per la natura stessa. Spero di essermi spiegata bene, perché è un libro molto complesso da recensire.

In generale tutto il romanzo è incentrato sul rapporto tra uomo e natura, e ancora di più tra l’uomo e la sua esistenza. Benedikt si interroga sul senso della sua vita, e il viaggio in cui si trova immerso nella natura, in silenzio e in pace con se stesso, rappresenta lo sfondo perfetto per questo momento intimo e quasi catartico. Benedikt si chiederà se l’uomo è destinato alla solitudine, se è la stessa solitudine il presupposto fondante dell’esistenza umana.
Benedikt fondamentalmente si interroga sul senso ultimo dell’uomo, ricerca una spiegazione riguardo l’esistenza dell’essere umano in natura, e la cosa interessante è che il tutto lo fa circondato dalla natura stessa, che partecipa a queste sue riflessioni.
La forza e la profondità di questo romanzo non può essere espressa a parole, va letto assolutamente.

“L’uomo si aggrappa alle sue cose, si aggrappa a se stesso e alle sue cose al di là della morte, teme che la vita gli sfugga tra le mani – è questa la più reale di tutte le realtà, la più fragile di tutte le fragilità, la più infinita tra le cose infinite. Teme la solitudine, che è la condizione stessa della sua esistenza. Teme di non essere più circondato dal prossimo e forse d’esser dimenticato da Dio. Una piccola consolazione è che, se tutto va bene, sarà sepolto qui e rimarrà ancorato alla terra per sempre”

Ho apprezzato molto questo libro per la sua estrema semplicità e contemporaneamente per la sua carica emozionale. Il racconto di Benedikt, il suo viaggio, le domande che pone a se stesso, mi hanno spinto a riflessioni profonde, che a possono risultarci spaventose. Come il pastore, anche io mi sono chiesta quale potesse essere il senso e il fine ultimo dell’uomo, e il fatto che un libro ci spinge a ragionare vuol dire che l’autore è stato abbastanza incisivo da arrivare al nostro cuore e alla nostra mente.
Con una trama molto semplice, Gunnarsson è riuscito a commuovere e far ragionare il lettore, quindi posso solo che consigliarvi vivamente questo romanzo. Leggerò senz’altro qualcos’altro di questo autore, ma custodirò sempre un bellissimo ricordo di questo libro perché mi ha veramente emozionato.
E infondo, ora che è proprio periodo natalizio, non esiste un libro più azzeccato di questo… Una coperta, cioccolata calda, il gelo fuori, e il “Pastore d’Islanda”.

VOTO: 8,5/10

Link diretto all’acquisto “Il pastore d’Islanda” (amazon)

Ragazzi · Recensioni 2017

Wonder

Salve a tutti cari lettori, oggi si torna con una recensione !!!
Siete contenti? Spero di si perché oggi andrò a recensirvi un libro molto molto famoso, del quale sta uscendo anche il film, e sto parlando di “Wonder” di R.J. Palacio, edito dalla casa editrice Giunti.
Anche se si tratta fondamentalmente di un libro per ragazzi, l’ho voluto leggere per due motivi: primo, perché è sempre buono farsi un’idea personale riguardo una pubblicazione famosa, e due perché non ci trovo nulla di strano o di sbagliato nella lettura di libri destinati ad un pubblico giovane. Ho trovato stupendi molti libri etichettati come libri per ragazzi.

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TITOLO: Wonder
AUTORE: R.J. Palacio
EDITORE: Giunti
PAGINE: 278
PREZZO: 12,00 €

TRAMA: È la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno Augustus durante l’anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo.

 

 

 

 

 

Annuncio pre-inizio della recensione (come al solito): anche questa sarà una recensione molto breve perché la storia in se per se non ha grandiosi colpi di scena o una trama specifica, è semplicemente il racconto del primo anno di scuola di un bambino; la bellezza di questo romanzo risiede più che altro nella sua infinita dolcezza.

Come potete leggere dalla trama, il nostro piccolo protagonista è Auggie Pullman, un bambino intelligentissimo, simpatico, dolce, ma con una malformazione facciale che lo rende un bambino “diverso”. Il libro si apre proprio con questa frase:

“So di non essere un normale ragazzino di dieci anni. Si, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l’Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale. Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro. Ma so anche che i ragazzini normali non fanno scappare via gli altri ragazzini normali fra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano”

Dato che studio Medicina (non so se tutti voi lo sapevate), mi sono interessata in primis a conoscere la sindrome, verosimilmente congenita, da cui Auggie è affetto. Si dovrebbe quindi trattare della Sindrome di Treacher-Collins, che porta i neonati a nascere con gravi deformità facciali, e che comporta una serie di delicati interventi.
Senza entrare nello specifico, e come ci spiega Auggie stesso, questo bambino ha dovuto affrontare molteplici interventi per permettergli di respirare, sentire, guardare, insomma per assicurargli una vita pressoché normale.
Ovviamente noi tutti pensiamo “ovvio che è un bambino normale, ha solo avuto la sfortuna di nascere con una malattia”, ed è una cosa sacrosanta, ma voi immaginate per un attimo cosa vuol dire per un ragazzino di dieci anni iniziare la scuola media con una malattia così evidente?
E proprio di questo parla questo romanzo: noi lettori seguiamo il primo anno di scuola media del piccolo Auggie, e lo vediamo affrontare tante piccole battaglie, lo vediamo portarsi a casa tante piccole vittorie, e soprattuto assistiamo a come lui riesce a passare da bambino emarginato che mette paura solo a guardarlo a piccolo grande eroe dal cuore d’oro.
Ovviamente ci saranno momenti tristi, momenti in cui ad Auggie peserà questa sua diversità, momenti in cui ne avrà vergogna, ma grazie all’affetto di tante persone intorno a lui riuscirà a prendere questa sua diversità e farne una forza.

A scuola Auggie non è ben visto dagli altri studenti, sopratutto perché, essendo la malattia così evidente e i bambini poco informati, tutti hanno paura di una sorta di contagio. La cosa che mi ha sorpreso di più è che anche alcuni genitori, quindi adulti, cercano di emarginare Auggie, considerandolo non degno di frequentare una scuola così prestigiosa per via della sua diversità.
Questa cosa mi ha alquanto schifato, e non uso questo termine a caso, ma è veramente la sensazione che ho provato nel leggere questi tratti del libro. Io so porre una grande differenza tra le prese in giro, le battutine, i nomignoli inventati dagli altri bambini, e l’atteggiamento deplorevole degli adulti; questo perché? perché i bambini scherzano e ridono su tutto, senza rendersi nemmeno conto della possibile reazione di un’altro bambino, senza rendersi conto della sua sensibilità; quindi da un certo punto di vista non sono nemmeno da considerare “cattivi”, perché probabilmente prendono in giro senza rendersi conto di ferire, ma semplicemente perché è divertente. Questo lo dimostra bene l’autrice, che ha saputo rendere quasi innocenti e a tratti divertenti le prese in giro nei confronti di Auggie, pur sottolineando quanto ferissero il nostro protagonista. Dall’altra parte i genitori sono i veri “carnefici” in questa situazione, poiché l’insegnamento al rispetto e al non emarginare nessuno per le sue diversità dovrebbe essere dato dalla famiglia in primis, e quando manca questo è ovvio che un bambino si sentirà in diritto di ferirne un altro. E ancora più sconcertante è che i genitori stessi tendono ad emarginare Auggie, considerandolo spaventoso, trattandolo come se fosse un bambino con disabilità, e questa cosa mi ha veramente inorridito.

Nonostante le prese in giro, i primi mesi estremamente duri, Auggie riuscirà a farsi molti amici, per il suo straordinario coraggio e per la sua bontà. Jack e Charlotte saranno i suoi più cari amici, e con loro potrà aprirsi, ridere, giocare, insomma tutte le cose che un bambino di dieci anni fa normalmente.
Questo libro mi ha commosso perché in queste poco più di 200 pagine è racchiusa tutta la forza di Auggie, tutta la sua dolcezza, e soprattuto la sua verità. L’autrice infatti non ha voluto “addolcire la pillola” al lettore, non ha voluto mentire descrivendo una situazione idilliaca, riportando l’estrema generosità e apertura mentale dei studenti e dei loro genitori; piuttosto ha descritto una storia vera, di un bambino con una brutta malformazione facciale che viene preso in giro, emarginato, lasciato solo per tante settimane, fino a che lui stesso non trova la forza di considerarsi normale e quindi di iniziare a vivere veramente.
L’insegnamento più grande che ci dà questo romanzo non è quello di rispettare la diversità altrui, ma piuttosto quello di trovare la forza in noi stessi nonostante le difficoltà e le diversità. Auggie è l’esempio di come le diversità, i problemi, non sono una vergogna ma piuttosto un punto di forza. E nonostante i pianti, le arrabbiature, i giorni tristi, Auggie non mollerà mai, affronterà sempre qualsiasi giornata e qualsiasi persona con coraggio e consapevolezza di essere un ragazzino normale nonostante tutto.
Abbiamo tutti da imparare da Auggie Pullman, perché questo bambino ci ha insegnato come la vergogna non ci porta a nulla, come l’unico modo per sconfiggere o accettare un problema è quello di affrontarlo, giorno per giorno, di andarci quasi fieri, di non nasconderlo, ma di renderlo piuttosto un punto di forza.
Auggie stesso scherza sul fatto di avere un viso deformato, ci scherza su perché sa che è vero e sa che non è possibile nascondere la sua faccia per tutta la vita, ma dall’altra parte sa anche quanto è fortunato ad avere una famiglia e degli amici che gli vogliono bene e che lo aiuteranno sempre.
Questo bambino ha trovato la forza che tutti noi spesso non troviamo, perciò c’è lui qui a ricordarci di essere sempre fieri di come siamo, perché nessun altro è e sarà mai come noi.

Il romanzo è scritto chiaro, semplice, ho apprezzato il fatto che essendo in prima persona e trattandosi di bambini, la lettura non è risultata ne banale ne troppo lontana dal linguaggio usato verosimilmente da un ragazzino di dieci anni. Questo è a parer mio una cosa non scontata perché, come vi scrissi già una volta, non è facile usare un linguaggio consono sia all’età dei personaggi sia alla situazione trattata, e che risulti apprezzabile da lettori di tutte le fasce di età.
La storia è narrata principalmente da Auggie, nonostante alcuni pezzi della storia sono raccontati da altri personaggi, come Charlotte, Jack, la sorella di Auggie. Non ho apprezzato tanto questa scelta, ma l’ho capita, e ho capito soprattutto l’esigenza di fa vedere Auggie anche dall’esterno e non solo in prima persona.
Nel complesso la lettura è risultata molto scorrevole, forse un po’ noiosa in alcuni punti perché come vi ho preannunciato non ci sono colpi di scena ne avvenimenti particolari nella vita di questo bambino, ma probabilmente era proprio questo l’intento dell’autrice, quello di riportare una vita serena e normale di un bambino con un problema che lo rende diverso. E’ un libro dolcissimo, commovente, la tenerezza di questo bambino mi ha rapito e se ci penso ora che sono passate settimane dalla lettura di Wonder ricordo ancora il sorriso che avevo stampato sul viso quando lo leggevo; è uno di quei romanzi che potrebbero piacere a tutti, e perciò io lo consiglio a tutti voi.

Concludo dicendo che tutti dovrebbero leggere questo libro, sopratutto i bambini e i giovani lettori, perché può insegnare veramente tanto. E ogni volta che avrete un problema, grande e piccolo che sia, ogni volta che vi sentirete sbagliati o non accettati, o semplicemente diversi, pensate ad Auggie. Pensate a questo bambino di appena dieci anni, a quanta forza e quanto coraggio ha avuto per confrontarsi con il mondo intorno e non rinchiudersi in se stesso. Pensate a quanta voglia di vivere risiedeva in lui e a quanta voglia di vivere risiede in ognuno di noi, nonostante tutto ciò di difficile possiamo incontrare sul nostro cammino.
Leggetelo, ne vale la pena !

VOTO: 8/10

Link all’acquisto diretto “Wonder” (amazon)

ALTRO

Regali di natale in libreria

Ciao a tutti !!! Ebbene si, è arrivato Natale… Il tempo vola vero? Sembra ieri che scrivevo la mia TBR estiva (mai portata a termine), e ora sono qui a scrivere un articolo tutto in tema natalizio. Vi piace il Natale ? Personalmente non è una festa che amo particolarmente, anche perché è un attentato alla mia faticosissima dieta eheh 🙂
Oggi vi propongo un articolo un po’ diverso dal solito perché non si parlerà di libri ma… Di cosa abbiamo bisogno noi lettori? Prendendo spunto da questo, vi consiglierò una serie di regali (prezzi modici) a tema “libresco” da fare ai vostri amici lettori appunto a Natale.
PS: per comodità vostra ho scelto solo oggetti reperibili su Amazon, eccetto l’ultimo (che poi vedrete di cosa si tratta).

1. Book Journal

Il book journal è una specie di agenda o quadernino dove possiamo appuntare tutte le nostre letture, i nostri autori preferiti, i libri prestati, i libri che vorremmo acquistare, insomma tutto ciò che riguarda i libri. Ne esistono tanti in commercio, io in particolare ve ne consiglio due: quello della Moleskine che a parer mio è quello un po’ più completo e “professionale” e quello della BusyB che è più dolce e colorato, sicuramente adatto per le più piccine. Entrambi hanno circa lo stesso prezzo, intorno ai 12-15 €.

Book journal Moleskine (acquisto amazon)

Book journal Busy B (acquisto amazon)

2. Luce per leggere la notte

Probabilmente avrete già tutti questo oggettino salva vita per noi lettori, ma per chi non lo conoscesse ancora posso solo dire una cosa: dovete averlo! Si tratta di una lucina che si attacca, tramite una specie pinza, direttamente alle pagine del libro che state leggendo, e in questo modo potrete leggere fino all’alba senza usufruire di una qualche luce più grande. Potete trovarla anche nei negozietti cinesi della vostra città, o nei negozi che vendono articoli per la casa, ma io vi lascio un paio di link di amazon per semplificarvi la ricerca. Il prezzo varia molto in dipendenza di dove la trovate e comprate, su amazon si aggira intorno ai 10-13 €.

Luce LED con pinza ricaricabile (acquisto amazon)

Luce LED con pinza (acquisto amazon)

Luce LED anche per lettori ebook (acquisto amazon)

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3. Segnalibri vari

Vi segnalo vari segnalibri, acquistabili su amazon, molto particolari e simpatici, che possono essere un regalo molto apprezzato per i vostri amici lettori. Il costo è molto basso, si aggirano tutti intorno ai 2-10 €.

Segnalibro con mano (acquisto amazon)

Segnalibro con lampada (acquisto amazon)

Segnalibro omino schiacciato (amazon)

Segnalibro con frase (acquisto amazon)

Segnalibro farfalla (acquisto amazon)

4. Segnalibro con dito marcatore

Spesso mi impongo di arrivare alla fine del capitolo del libro prima di chiuderlo, ma quando sono particolarmente stanca e il capitolo particolarmente lungo non riesco a raggiungere questo obiettivo; il problema sussiste poi quando lo si riapre e non si sa mai a quale frase si è arrivati a leggere. Ho un salvavita anche per chi ha questo problema come me: si tratta di un segnalibro simile ad un elastico, che possiede una piccola mano incorporata che si può regolare per indicarci l’esatta frase da dove ripartire con nostra lettura. Il prezzo di questo segnalibro è veramente irrisorio, intorno ai 2-3 €.

Segnalibro di silicone con dito marcatore (acquisto amazon)

5. Segnalibro con luce

E infine ho trovato il mix perfetto: un segnalibro con luce integrata, pieghevole, che possiamo usare anche come luce per leggere di notte; ovviamente costa leggermente di più degli altri segnalibri che vi ho citato, infatti sta sui 13-14 €.

Segnalibro con luce (acquisto amazon)

6. Luce da tavolo

Per chi legge o studia sul tavolo anche di notte, e magari ha anche l’abitudine di sottolineare le frasi più belle, ho trovato per voi un oggetto veramente sfizioso e utile. Sto parlando di una lampada a forma di pianta che sembrerà appunto una piantina sul vostro tavolo, ma che in realtà vi tornerà utile per le vostre letture notturne; in più questa lampada possiede anche un vano dove infilare penne e matite. Il costo è di circa 10-18 €, dipende dal rivenditore che scegliete.

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Lampada LED piantina colorata (acquisto amazon)

Lampada LED uccellino (acquisto amazon)

7. Leggio per vasca da bagno

Per i più fortunati che possiedono una vasca da bagno in casa (sappiate che vi invidio) vi propongono un oggetto molto utile quando ci si vuole rilassare immersi nelle bolle di sapone: un leggio realizzato in legno, per leggere il vostro libro mentre vi immergete nella vasca, che possiede anche lo spazio per un bel calice di vino. Non vorreste rilassarvi anche voi così?
Il costo non è bassissimo, siamo intorno ai 35-40 €.

Leggio per vasca da bagno (acquisto amazon)

8. Kit per chi presta i libri

Vi sarà capitato sicuramente di prestare un libro e non vederlo mai più, e proprio per questo vi propongo un kit utilissimo per aiutarci in questa difficilissima impresa di vedere i nostri amati libri tornare a casa. Si tratta di un kit di timbri, adesivi, post it, da compilare insieme alla persona a cui prestate il libro per essere sicuri di riaverlo indietro; è un’idea molto carina, anche perché ci sembrerà essere bibliotecari. Il prezzo è di circa 16-18 €.

Kit presta libri (acquisto amazon)

9. Fermalibri vari

Per chi come me ha la camera o la casa piena di libri impilati uno sopra l’altro e che non possiede tanti scaffali, ho la soluzione: vi parlo dei fermalibri che tutti conoscerete, che ci aiutano a tenere in piedi i libri anche se non disponiamo di uno scaffale “chiuso”, ma questi che vi propongo sono tanto carini da potersi considerare quasi pezzi di arredamento.
Il prezzo cambia a seconda dei modelli, è intorno ai 13-20 €.

Fermalibro “Romeo e Giulietta”, “Don Chishiotte” (acquisto amazon)

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Fermalibro cartoni animati (acquisto amazon)

Fermalibro vintage (acquisto amazon)

10. Libreria invisibile

Se non sapete più dove mettere i libri e non volete comprare nuovi mobili o nuove mensole, vi propongo di creare una vostra libreria sospesa. Mi spiego meglio: si tratta di una piccola lastra di metallo che si fissa al muro e su cui ci si impilano i libri, cosicché la lastra verrà coperta interamente da essi e sembrerà che i libri rimangono sospesi in aria. Geniale vero? Questa chicca ha un costo di circa 19-20 €.

Libreria sospesa (acquisto amazon)

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Ragazzi i miei consigli sono giunti al termine, spero come sempre che l’articolo vi sia piaciuto ( anche se è un po’ diverso dalle solite recensioni ).
Un saluto a tutti cari lettori !

 

Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Le streghe di Lenzavacche

Altra recensione !!! Eh si lo so, sto leggendo tantissimo in questo periodo, e la cosa si traduce automaticamente in: tantissime recensioni per voi, però spero che ne siate contenti 🙂
Oggi vi parlo di un libro di cui non sento parlare molto spesso, ma che ho saputo essere uno dei classificati al premio Strega del 2016 ( mi sembra di ricordare, correggetemi qui sotto se sto sbagliando anno ).
Sto parlando di “Le streghe di Lenzavacche” di Lo Iacono, pubblicato dalla casa editrice E/O, libro che mi ha conquistato in primis per la sua copertina stupenda dai colori tipici autunnali.

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TITOLO: Le streghe di Lenzavacche
AUTORE: Simona Lo Iacono
EDITORE: E/O
PAGINE: 151
PREZZO: 15,00€

TRAMA: Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell’ abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l’oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.

Quando ho letto la trama non ne ero rimasta tanto incuriosita a dir la verità, e ho scelto proprio questo libro in mezzo a tutti quelli non letti della mia libreria solo per due motivi sinceramente: ero curiosa poiché questo libro è stato candidato come finalista del premio Strega e, ben più importante, ha una copertina stupenda ! Eh lo so, lo so, l’abito non fa il monaco ma la copertina dei libri contribuisce alla voglia di leggerli ahah; comunque per una motivazione o per l’altra, ho letto questo libro e mi è piaciuto tanto. Non è di certo uno dei miei libri preferiti, ma si è rivelata una piacevolissima lettura, e infatti l’ho concluso in un paio di giorni, merito anche della sua brevità.
Vi preannuncio che sarà una recensione molto breve, poiché il libro è anch’esso molto breve appunto e per di più non vi è una vera e propria trama piena di colpi di scena, avvenimenti importanti ecc. E’ una storia, una semplice storia di una famiglia che vive in un piccolo paese siciliano…

Ci troviamo in un piccolo paese della Sicilia, Lenzavacche appunto, famoso perché paese nativo un gruppo di donne, le streghe di Lenzavacche, che furono esiliate, perseguitate e infine uccise nel diciottesimo secolo ( mi pare di ricordare ). Per quanto la storia di queste streghe sia uno dei punto cruciale dell’intera narrazione, i veri protagonisti di questo romanzo sono una famiglia che vive in questo paese, una famiglia considerata particolare agli occhi di tutti. Questo nucleo è composto da nonna Tilde, discendente diretta delle streghe, la figlia Rosalba e il nuovo arrivato: il piccolo Felice, figlio di Rosalba, e frutto di una storia d’amore estiva e fugace con l’arrotino del paese.
Scopriamo ben presto che Felice non è un bambino che può essere definito normale, poiché già alla nascita presenta menomazioni fisiche e crescendo svilupperà anche disabilità mentali; questo porterà all’esilio della famiglia intera da parte dei concittadini di Lenzvacche, e alla credenza che questo bambino sia frutto di un atto impuro o di una qualche azione del demonio. Assisteremo per tutta la durata del romanzo alla crescita di questo bambino, il tutto raccontato dal punto di vista della mamma Rosalba, che supera le sue stesse disabilità e sorride allegramente alla vita non curandosi di ciò che pensano le altre persone.
Questo è forse uno dei temi principali di questo libro, anche se l’autrice è stata molto abile a non farlo emergere palesemente per non sfociare nella critica sociale: la diversità, e l’accettazione del diverso.
Infatti anche la scelta da parte dell’autrice di portare come sfondo storico della narrazione il periodo del fascismo italiano non è causale; in questo modo si vuole sottolineare la poca accettazione di chi è diverso, di chi la pensa diversamente dalla massa, cosa che come ben sapete non era permesso in quel periodo storico. Per di più, questa situazione è stata portata all’estremo ambientando tutta la storia in un paesino dell’estremo sud italiano, in cui i cittadini sono dominati da credenze religiose e tradizioni quasi magiche legate al passato.
Quindi diciamo che questo bambino disabile non poteva nascere in un posto e in un tempo peggiore !

“[…] So però che sei cresciuto senza preconcetti, Felice, che non hai mai avuto un momento di malinconia, e sei arrivato a oggi con una tua fierezza, il portamento inclinato ma dignitoso, lo sguardo bruciante e appassionato, e quel sorriso, un abisso, una strada, un viatico. A volte quando mi scruti strizzandomi le gengive a mo’ di segnale, penso che la normalità è solo questione di postazione, e che varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo, dei sacchi di sabbia sotto i quali abbassiamo la testa […] E allora penso che dobbiamo sembrarti tanti mostri, Felice, con le nostre apparenze, con quell’arroganza che ignora la fine, con quell’illusione di eternità che ci rende futili e senza pace, o con quella pretesa di sapere cosa accadrà domani”

Dall’altra parte, vi è la storia di un maestro appena assunto nella scuola di Lenzavacche, di cui conosciamo i pensieri e le azioni tramite lettere quasi giornaliere che lui scrive alla zia, in cui le racconta tutto ciò che succede durante le sue giornate. Subito, tramite una delle prime lettere che leggiamo, veniamo a conoscenza del fatto che questo ragazzo si è recato in questo paesino per scoprire qualcosa e per portare a termine una ricerca a noi sconosciuta fino alla fine del romanzo. E ovviamente, come vi ripeto sempre, non sarò io a dirvi cosa succederà alla fine, ma come potete ben immaginare le due storie, quella del maestro e quella della famiglia di Felice, sono collegate in qualche strano modo.
Dai racconti del maestro trapela il clima di severità e di estrema rigidità caratteristico del periodo fascista, tanto che la sua classe verrà dimezzata pian piano per il suo metodo d’insegnamento non adatto ai schemi e alle linee guide imprescindibili fornite dal sistema scolastico appunto  fascista.
E anche qui, sotto altre vesti, trapela il concetto di diversità: che si tratti di un bambino disabile o di un maestro con idee definite troppo rivoluzionarie e con metodi di insegnamento fuori dagli schemi, comunque si parla di diversità, della non accettazione di chi non risulta uniforme alla massa.

“Per questo vengono a scuola. Per imparare quel poco che li salvi dall’inganno, per tirare di conto in bottega e capire il denaro, scansare le truffe, battere i furbi sul loro stesso terreno. Le altre classi sono invece miei di figli di professionisti affermati, un avvocato, un notaio, proprietari terrieri e famiglie di buon censo che si sono volentieri allineate al regime”

La narrazione procede in modo scorrevole, ogni capitolo è abbastanza breve ed è diviso a metà tra parti raccontate da Rosalba in cui si parla del bambino e della sua crescita, e parti affidate al maestro Alfredo, in cui vengono riportate le lettere scritte alla zia.
Il fatto di fornire due storie completamente diverse e distribuite in egual misura all’interno del libro, e soprattuto la crescita della curiosità che si fa strada nel lettore riguardo al conoscere come queste due storie si legheranno alla fine, contribuisce alla lettura molto veloce di questo romanzo.
L’autrice è stata veramente abile nel non annoiare mai il lettore, pur trattandosi di una semplice storia senza una vera e propria trama, se non quella di raccontare ( e denunciare forse ) la situazione di questo paesino siciliano, da due punti di vista non tradizionali, ovvero due persone “esiliate” perché ritenute diversi.

Mi è piaciuto molto questo romanzo, sicuramente lo consiglio a tutti per questo tema delicato ma estremamente importante e attuale che l’autrice ha affrontato. E posso affermarvi con certezza che il modo in cui la Lo Iacono parla e racconta della diversità, della disabilità, della libertà di pensiero e di parola, è molto dolce, molto rispettoso, e soprattuto non ha reso il romanzo pesante nonostante i temi affrontati. Molto spesso i libri che trattano di disabilità fisiche o mentali, soprattutto infantili, risultato banali e pesanti, o fin troppo malinconici per averne un bel ricordo; invece questo romanzo mi è risultato molto fresco, molto leggero anche ( cosa che non avrei mai pensato di dire trattandosi di un romanzo che tratta di un così tanto delicato argomento ). Mi ha sorpreso lo stile di scrittura di quest’autrice, appunto molto delicato, molto preciso, ma allo stesso tempo sfrontato in qualche occasione.
So che probabilmente mi sto ripetendo nel dirvi cosa penso di questo libro, ma se state cercando una lettura non troppo impegnativa, non troppo astrusa da leggere, ma che contiene tematiche di rilievo e non scontate, io vi consiglio questo romanzo.
In più posso dire di essermi commossa nel leggere di come l’amore di una madre per un figlio possa sconfiggere qualsiasi tipo di problema, qualsiasi pregiudizio o paura. Ho assistito alla crescita di Felice e a come questo bambino riesce a sorridere alla vita nonostante tutto e mi sono sentita estremamente fortunata nell’essere in salute. Molto spesso ci dimentichiamo di sorridere e di essere felici per quel che si ha, anche se quello che si ha non è sempre il massimo, e questo è uno di quei romanzi che ci ricorda che non importa quanto possiamo essere diversi sia fisicamente, economicamente, socialmente, dagli altri, ma tutti abbiamo il dovere di essere felici.
Soprattutto questo libro ci insegna a non giudicare gli altri, a non emarginare le persone solo perché si ha paura della diversità altrui, a non avere pregiudizi e limiti nel conoscere altre persone o altre realtà, e a trattare tutti con rispetto e a dare a tutti la possibilità di essere se stessi. Sono tutte tematiche estremamente potenti, che fanno riflettere il lettore, e a parer mio questo è il dono più prezioso che può fare un libro.

“A modo mio, ho insegnato loro quello che credevo dovesse dare la scuola, e ciò un’anima e una vocazione, e gli ho messo in mano parole e libri, le sole armi che abbia mai imbracciato”

Sono molto contenta di averlo letto, anche perché secondo me è uno di quei libri che arricchiscono il lettore e che insegnano qualcosa di veramente profondo e importante. Come avete ben capito, lo consiglio a tutti !

VOTO: 8/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

La cena

Ciao a tutti, anche oggi nuova recensione !!!
Sto facendo tantissime recensioni in queste settimane, e sto anche leggendo tantissimo, ma non temete… Arriverà un book haul mega gigante molto presto (per chi mi segue su instagram sa che sto comprando in modo compulsivo ahah).

Oggi vi parlo di un libro che in pochi conoscono ma che veramente vale la pena la pena leggere: “La cena” di Koch, ed è talmente particolare come narrazione che non so ancora se inserirlo sotto la voce “gialli e thriller” o sotto “narrativa”… staremo a vedere se giungerà l’illuminazione.

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TITOLO: La cena
AUTORE: Herman Koch
EDITORE: Beat 
PAGINE: 255
PREZZO: 12,50€

TRAMA: Due coppie sono a cena in un ristorante di lusso. Chiacchierano piacevolmente, si raccontano i film che hanno visto di recente, i progetti per le vacanze. Ma non hanno il coraggio di affrontare l’argomento per il quale si sono incontrati: il futuro dei loro figli. Michael e Rick, quindici anni, hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. Le videocamere di sicurezza hanno ripreso gli eventi e le immagini sono state trasmesse in televisione. I due ragazzi non sono stati ancora identificati ma il loro arresto sembra imminente, perché qualcuno ha scaricato su Internet dei nuovi filmati, estremamente compromettenti.
Una storia dura, emozionante, provocatoria. Un dramma contemporaneo che racconta l’intimità di una famiglia e lo sconvolgente attrito tra le necessità del cuore e quelle della morale, la scelta a volte impossibile tra l’amore verso un figlio e il rispetto per la vita degli altri.

 

 

Leggendo la trama mi ero fatta già una mezza idea del carico emotivo che conteneva questo libro, ed è stato proprio questo il motivo per cui l’ho acquistato, perciò le aspettative erano piuttosto alte. Posso dire con assoluta certezza che non mi ha per nulla deluso, anzi, mi aspettavo anche una sorta di difficoltà nell’apprezzare a pieno il significato intrinseco della storia, invece è risultato tutto molto chiaro e incisivo, questo perchè lo stesso stile di scrittura è abbastanza semplice.

Ma passiamo alla storia: due coppie, quattro genitori, due padri e due madri, a cena insieme. Sembrerebbe una cena come tante, come quelle che tutti noi facciamo una volta a settimana con amici, parenti, famiglia, colleghi, e invece questo incontro ha tutto un altro scopo.
La storia è narrata dal punto di vista di uno dei due padri, Paul Lohman, che non si limita esclusivamente a raccontare i fatti, ma interagisce con il lettore dandogli del tu, creando in questo modo una sorta di “conversazione reale” dandoci così l’impressione di star realmente colloquiando con lui; è una scelta, quella dell’autore (o comunque del personaggio) di rivolgersi al lettore direttamente con frasi del tipo “non ti dirò perché è successo questo…”, che non mi fa impazzire in generale, eppure in questo libro e all’interno di questa specifica storia è stata la scelta più congeniale a parer mio. Infatti questo particolare, questa scelta narrativa, mi ha permesso di entrare meglio nella situazione, di immaginarmi seduta li con i quattro personaggi a cena, di entrare nella mente dei personaggi e soprattuto nella mente di Paul che ci sta raccontato la storia.

Come accennavo prima, due coppie si incontrano a cena, e subito capiamo che si tratta di due fratelli, Paul e Serge, e delle loro rispettive mogli, Claire e Babette. Questi sono i protagonisti del nostro libro, anche se scopriremo ben presto che i veri protagonisti della storia sono piuttosto i loro rispettivi figli, Michael e Rick.
La narrazione non inizia direttamente dalla cena, ma Paul, il nostro narratore, ci fornisce piccoli dettagli, piccoli indizi, per farci capire che la cena a cui parteciperà quella stessa sera non sarà una cena come le altre.
Infatti, le due coppie di genitori, per puro caso guardando la televisione, hanno scoperto che i loro figli hanno ucciso una persona. E tenete bene a mente il fatto che io chiami questo essere umano “persona” perché sarà uno dei punti principali della narrazione. Michael e Rick, di ritorno da una festa e leggermente brilli, hanno percosso e ucciso una senzatetto che si trovava a dormire all’interno della cabina di un Bancomat; ovviamente i due ragazzi hanno pensato bene che la puzza che emanava la donna era troppa, che quello non era il posto dove una persona può dormire e che quindi doveva essere prima allontanata e poi eliminata, descrivendo tutta la scena quasi come un gioco, un qualcosa di divertente da provare una volta nella vita.
Come se la cosa non fosse abbastanza sconvolgente, una telecamera che si trovava affianco alla cabina del Bancomat ha ripreso tutta la scena, ma i volti dei due ragazzi non sono ancora stati resi noti pubblicamente in quanto l’immagina risulta al buio e abbastanza sfocata; comunque, la scena è ripresa dal primo all’ultimo momento, e trasmessa su tutti i telegiornali e le trasmissioni televisive. Ed è proprio in questo modo che i quattro genitori vengono a conoscenza del fatto, appunto guardando la televisione tranquillamente. Sconvolgente vero?

Ma torniamo alla narrazione. Paul, prima di recarsi al ristorante scelto dal fratello, fratello con cui non ha un bellissimo rapporto, si reca di nascosto in camera del figlio e riesce a vedere sul suo cellulare un video abbastanza inquietante. Infatti il padre scopre che il figlio e il nipote non si erano fermati alla senzatetto della cabina del Bancomat, fatto di cui lui era già a conoscenza, ma avevano allegramente filmato anche un’altra aggressione ad un altro senzatetto alla stazione della loro città; nel video, i ragazzi gli urlavano addosso, lo picchiavano, lo offendevano, insomma una serie di percosse e di insulti abbastanza spinti. Al che io avevo la pelle d’oca, e questa sensazione di ribrezzo mi ha permesso di andar avanti con la narrazione a velocità sorprendente, perché volevo a tutti costi capire e sapere il motivo che spinge due giovani ragazzi al razzismo e alla violenza. Infatti questo è proprio il tema principale di questo romanzo, motivo per il quale sono anche in difficoltà nel “categorizzarlo” come giallo, poiché tutta la storia non è finalizzata a trovare il killer, ma piuttosto si ricercano le motivazioni o (passatemi il termine) le giustificazioni del crimine commesso dai due ragazzi.
Oltre a questo tema, si affronterà anche quello del rapporto genitore-figlio, e ancora di più l’autore ci metterà davanti ad una scelta piuttosto difficile: due ragazzi così giovani andrebbero puniti o perdonati? Su questa cosa ci torneremo dopo, riprendiamo con la narrazione.

Una volta giunti al ristorante, la cosa più angosciante e anche quella più interessante a parer mio è il fatto che le due coppie di genitori passano le prime ore a chiacchierare del più e del meno, scambiandosi occhiate di consapevolezza rispetto a ciò che realmente stavano per affrontare. Proprio il fatto di passare ore a chiacchierare allegramente come se si trattasse di una qualsiasi cena in famiglia contribuisce ad angosciare il lettore, a confonderlo; nessuno dei quattro riesce ad tirar fuori l’argomento, forse nessuno di loro sa come tirarlo fuori piuttosto, e l’autore ha saputo esprimere perfettamente questa paura dei genitori nei confronti del futuro dei propri figli. L’amore per un figlio e la preoccupazione diventano una cosa sola, si fondono, fino a rendere tutta la situazione quasi paradossale.
Ma il punto centrale dell’intero romanzo è la divergenza di opinioni tra le due famiglie, perché entrambe vogliono affrontare il problema in due modi completamente opposti ma lo scopo della cena è proprio quella di doversi mettere d’accordo, dato che i due ragazzi hanno commesso l’omicidio insieme. Una delle due famiglie desidera proteggere il figlio, andar avanti come se niente fosse, considerando tutto l’accaduto una bravata da dimenticare, l’altra invece è convinta che il figlio debba pagare per l’errore commesso per non portarsi questo fardello per tutta la vita.
In questo modo, analizzando i pensieri e i comportamenti di due famiglie, l’autore ci pone davanti due scelte, e ci interroga: cosa dovrebbe fare un genitore che ama il proprio figlio? Sareste capaci di perdonare e vivere in casa con un quindicenne che ha commesso un omicidio? Koch è molto bravo a confonderci le idee, facendoci prima analizzare il meglio e poi il peggio di entrambe le scelte, mettendoci in crisi persino su ciò che credevamo giusto ancor prima di leggere questo romanzo.

Fatto ancora più interessante è l’importanza che si da all’omicidio: dato che si tratta di una senzatetto, uno scarto della società, uno dei genitori ( non vi dirò chi ) non lo considererà un vero e proprio omicidio, tanto da comprendere il figlio, tanto da giustificare l’atto stesso. Una barbona non è considerata una persona, quindi in realtà l’omicidio di un così poco importante essere umano dovrebbe passare anche inosservato agli occhi della società. Detto in questi termini, quasi sconvolgenti, sembrerebbe che la soluzione più giusta da prendere sia quella di costituirsi e pagare per l’errore commesso, ma fidatevi se vi dico che alla fine della storia rimarrete confusi senza sapere che scelta prendere, da che parte schierarsi.
Si analizzerà anche un’altra questione in parallelo, quella del bene e dell’amore che si prova per un figlio; ci domanderemo se vedere il proprio bambino passare anni in carcere sia giusto o meno, se la colpa del comportamento di un figlio sia dei genitori che lo hanno educato in un certo modo.
Tutta la narrazione alla fin fine si basa su questo punto chiave: considerare o meno una barbona una persona, e la conseguente giusta pena per chi commette un omicidio del genere.

Il punto forte di questo romanzo è a parer mio la tensione che cresce pagina per pagina; la narrazione può sembrarvi lenta all’inizio, la scrittura può sembrarvi a tratti banale, ma superate le prime cinquanta pagine, ed entrando nella storia, il lettore si sente quasi costretto a rimanere attaccato alle pagine per capire l’evolversi della situazione. L’autore è abile nell’aggiungere pian piano i pezzi del puzzle, di non fornirci tutte le informazioni all’inizio, di giocare anche un po’ con la nostra mente facendoci cambiare opinione riguardo l’idea di giustizia da applicare in questi casi.
Motivo per il quale sono indecisa se intenderlo come thriller è proprio questa suspance che cresce nel lettore, ma non intendo solo quella data dal voler sapere come fa a finire la storia, che per inciso avrà un finale abbastanza inaspettato, ma soprattuto parlo di una sensazione di inquietudine che cresce in qualunque persona quando si parla di qualcosa che potrebbe accadere anche nella nostra vita.
Non so come rendere al meglio quest’idea, ci provo: l’autore ha scelto come delitto cardine della storia un semplice omicidio, per di più di una senzatetto, per renderlo quasi un crimine “borderline”, un crimine sicuramente non banale ma neanche tanto grave, proprio per alimentare in noi ( come nei genitori dei ragazzi ) un dubbio. Non fraintendetemi, non sto assolutamente giustificando il crimine o considerandolo di poca importanza, sto solo dicendo che dalla parte di un genitore questo è un delitto che potrebbe destare qualche dubbio, ed è proprio questo il motivo per cui l’autore ha scelto di portare l’omicidio di una barbona e non l’omicidio di un compagno di scuola dei ragazzi per esempio, cosa che non avrebbe destato nessuno dubbio riguardo la pena da applicare. E ripeto, non sto considerando l’omicidio di una senzatetto meno o più importante dell’omicidio di un qualsiasi compagno di scuola dei due ragazzi, sto solo analizzando la cosa dal punto di vista di un genitore e ancora di più dal punto di vista ella società. Destare dubbio sull’idea di giustizia, sempre considerando tutta la situazione da un punto di vista di un genitore che ama il proprio figlio e non dal punto di vista di un estraneo a cui non tocca minimamente l’argomento, è il cuore di questo romanzo.

“Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”

E’ un libro che mi è piaciuto molto, che mi ha fatto riflettere su varie cose, che mi ha permesso di analizzare un crimine da più punti di vista, e che soprattutto mi ha permesso di analizzare le considerazioni della società su determinati soggetti, appunto considerati neanche esseri umani; per di più la scrittura che Koch usa è molto semplice, molto scorrevole, pensavo risultasse un libro pesante soprattuto per l’argomento delicato, invece ho letto tutto il romanzo in due o tre giorni.
Ultima cosa che voglio analizzare è il fatto che la bravura di questo scrittore si nota da un particolare: non è facile ambientare l’intero romanzo, più di 300 pagine, in un ristorante, con colpi di scena pari a zero e con pochissimi personaggi, senza tuttavia annoiare mai il lettore, anzi aumentando la tensione pagina per pagina; Koch ha compiuto un’impresa magistrale a parer mio, e ha anche saputo gestire tutta la narrazione al meglio.
Lo consiglio a tutti, ancor di più a chi è genitore perché sicuramente può apprezzarlo e commentarlo meglio.

VOTO: 8/10

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Narrativa contemporanea · Recensioni 2017

Dalle rovine

Finalmente vi faccio questa recensione!

Ciao a tutti, volevo fare questa recensione da non so quanti giorni ma ogni volta che mi mettevo a scriverla non veniva mai come la volevo, e non riuscivo mai a rendervi a pieno le sensazioni provate nel leggere questo romanzo. Sto parlando di un libro molto chiacchierato, finalista al premio Strega 2016 (mi pare, correggetemi qui sotto se sbaglio),  di cui forse tutti voi avete già sentito parlare: “Dalle rovine” di Funetta, edito dalla Tunué che (lasciatemelo dire) fa un lavoro eccezionale di editing del prodotto, ho letteralmente amato la copertina ma soprattutto la consistenza delle pagine.

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TITOLO: Dalle rovine
AUTORE: Luciano Funetta
EDITORE: Tunué 
PAGINE: 184
PREZZO: 9,90€

TRAMA: Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l’insolita e seducente scena della pornografia d’arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia. Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.
Uomini, come scriverebbe Vollmann, che rappresentano un incubo per se stessi, e che aspirano a sublimare le loro vite in un’ultima, sanguinaria opera d’arte.

 

 

 

 

 

Quando ho letto la trama sono rimasta abbastanza confusa, ma parlo di quella confusione che ti incuriosisce talmente tanto che la vocina dentro di te ti dice “leggilo, leggilo, devi capire di che tipo di storia si tratta”. E così ho fatto, ho letto questo libro, precisamente l’ho letto in meno di ventiquattro ore; ebbene sì, sono rimasta sveglia fino alle 3 di notte per finirlo (e al diavolo gli esami universitari per un giorno), e quando l’ho finito mi sono detta: “ok, sono spaventata!”. Ma non confondiamoci, sto parlando di quel tipo di paura che ti risucchia, che ti mette un’angoscia dentro che non ti sai nemmeno spiegare, un qualcosa che si aggrappa a te e non ti lascia più. Vi sto spaventando? Non per niente ho fatto uscire questa recensione appena dopo Halloween ahah.
A parte tutto, sono rimasta alquanto inquietata dalla lettura di questo libro, ma non si tratta di un libro horror, né di un thriller, in realtà non saprei nemmeno come definirlo. E’ un libro che una volta letto, secondo me, non ti lascia più andare.

Come potete leggere dalla trama, il protagonista è Rivera, un uomo di mezza età che vive solo con i suoi serpenti; infatti la narrazione si apre con il racconto di un incidente avvenuto qualche anno prima, in cui il figlio di Rivera era stato ferito o morso (non ricordo) da uno dei suoi animali, e di conseguenza la moglie lo aveva messo davanti ad una scelta: o noi, la tua famiglia, o i serpenti. Una persona normale cosa avrebbe scelto? E… no, lui ha scelto i serpenti.
PS: A questo punto io mi sono detta: perfetto, il protagonista non sta bene, meno male sarà una storia interessante !
Successivamente succede un fatto piuttosto conturbante, che non starò qui a descrivervi nei minimi particolari perché ve lo lascio gustare a pieno, ma in poche parole Riviera prova una sorta eccitazione sessuale alla vista dei suoi serpenti, perciò decide di riprendersi mentre si masturba con addosso i suoi animali, e porta il suo video amatoriale al proprietario di un cinema che proietta film pornografici. 
Ovviamente il proprietario rimane estasiato alla vista del video, anche perché non è di certo una cosa che si vede tutti i giorni, e propone a Rivera di presentargli un famoso regista di film porno, il signor Jake Birmana.
Da qui in poi, Rivera entra in questo nuovo mondo della pornografia e conoscerà tante figure, dai caratteri più disparati: Birmana, il famoso produttore che si presenta a noi come un uomo colto, a tratti malinconico, Laudata il regista giovane, folle, il classico stereotipo soldi-sesso, Maribel, l’attrice che affianca Rivera, e Traum il produttore sempre di film porno, rivale di Birmana. E poi il personaggio che sconvolgerà la vita di tutti, Alexander Tapia, uno scrittore e sceneggiatore, che vedrà in Rivera la sua unica possibilità.
Infatti Tapia chiederà il parere di Rivera su un’opera scritta da lui e intitolata “Dalle rovine”, che cambierà la vita e l’animo del protagonista; non vi dirò la trama di questo manoscritto, ma sappiate solamente che si tratta di qualcosa di tanto angosciante che Rivera non riuscirà più a staccarsene. Il manoscritto diventa un’ossessione, una droga, un qualcosa che occupa totalmente la mente di Rivera, tanto da presentarlo al resto del gruppo e far entrare anche loro in questo vortice di pazzia.
Il manoscritto diventa così il vero e unico protagonista del romanzo, e la malinconia e la confusione che provoca la lettura di questo manoscritto sono le sensazioni predominanti nella mente dei personaggi e di conseguenza nella mente del lettore. Questa opera violenta ed estremamente disturbata e disturbante porterà non solo alla pazzia di tutti i personaggi, ma li consumerà pian piano;
 assisteremo perciò ad una disfatta generale che risulterà quasi poetica.
Non si avranno colpi di scena, né scene violente e sanguinose, l’autore semplicemente gioca con la mente di chi legge insinuando l’angoscia attraverso i pensieri e le azioni confuse e autolesioniste dei personaggi, facendoci capire quanto il loro animo sia scombussolato (in generale) e ancor di più dopo la lettura dell’opera di Tapia.

“L’erotismo è esotismo, signor Rivera. L’erotismo è ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, e a costo di una profonda tristezza. Sa, quello del sesso è un mondo fatto di tristezza, anche se ci teniamo a non darlo troppo a vedere”

La cosa che ho veramente apprezzato di questo libro è che l’argomento pornografia non viene affrontato in maniera volgare, sfacciata, ma piuttosto è qualcosa he fa da sfondo all’intera narrazione, una specie di campana di vetro dove racchiudere la descrizione di questi personaggi e del loro animo tormentato. Così come quelle poche scene di sesso, non vengono descritte in maniera dettagliata, giusto quel poco che basta per inquietare il lettore, quel poco per far capire cosa sta succedendo non fisicamente, ma piuttosto nella mente dei personaggi. E’ un po’ difficile da spiegare se non lo si legge.

Per quanto il libro mi sia piaciuto molto, per quanto il tema affrontato è sicuramente provocatorio e interessante, il finale mi ha un po’ deluso e proverò a spiegarvi il perché. La narrazione è affidata a due figure, che nel libro sono semplicemente indicate con “noi” (noi lo guardavamo, noi lo osservavamo, noi lo seguimmo,…), e queste due entità ci parlano anche dei pensieri di Riviera oltre che descriverci le azioni e narrare l’intera storia. Io mi sono mangiata questo libro per due motivi: primo, non vedevo l’ora di sapere se questa sceneggiatura sarebbe stata veramente messa in scena (e la risposta non ve la darò di certo io) e secondo volevo sapere l’identità di queste due figure, e qualche idea in testa l’avevo. In realtà l’autore non ci svelerà mai questa cosa, quindi sono rimasta un po’ con l’amaro in bocca, un po’ come se in un giallo scopri chi è l’assassino ma non il motivo per cui ha ucciso, ti manca un pezzo.
E anche questo amaro in bocca a parer mio non è stato causale: Funetta ci ha voluto lasciare in questo limbo, nella confusione totale, in questo stato di completo smarrimento, per alimentare in noi lettori l’angoscia che cresce pagina per pagina.
Ecco cosa mi ha trasmesso questo romanzo: smarrimento.
“Dalle rovine” trasmette al lettore esattamente le stesse sensazioni che provano i personaggi stessi: inquietudine, solitudine, smarrimento, confusione. Quando l’ho concluso mi sentivo svuotata, avrei voluto rileggerlo solo per capirlo meglio ma in realtà mi sono resa conto che non ha un significato vero e proprio, semplicemente la bellezza intrinseca di questa pubblicazione è quella sensazione inspiegabile di paura.
Avete presente quando vedete un incidente per strada e per quanto sia brutto, violento, probabilmente pieno di sangue, volete per forza andarlo a vedere? E quella scena non si toglierà più dalla vostra testa. Questo è l’effetto che suscita questo libro.

” Rivera ci pensò su, poi disse che mentre leggeva la sceneggiatura aveva avuto l’impressione di essere osservato, e da osservato aveva cominciato a sentirsi circondato, poi minacciato, poi soffocato dalla folla degli uomini e dalla loro vendetta, senza sapere se sentirsi vittima o carnefice. -Ad un certo punto era come se fossi nudo e stessi camminando e tutti mi guardassero- disse; -ti piaceva sentirti osservato?- chiese Tapia; -Si- disse Rivera; -Cos’altro?- chiese Tapia; -mi piaceva la minaccia sulla mia testa- -Cosa diceva la minaccia?- chiese Tapia; -che ero solo- “

Se mi soffermo a pensare, la lettura del famoso manoscritto scritto da Tapia, vero protagonista del romanzo, ha rapito varie persone, ma non rapito nel senso buono, ma piuttosto mi è sembrato quasi una droga, un qualcosa che una volta letto ti cambia, ti rende appunto confuso; Rivera, così come tutti gli altri personaggi, leggono “Dalle rovine” e la loro vita cambia, e vengono risucchiati in questa spirale di solitudine, di violenza; diventano pazzi.
E non è forse quello che accade allo stesso lettore? Non è un caso che Funetta abbia voluto dare al libro lo stesso nome del manoscritto di Tapia, perché quello che quest’ultimo provoca nei personaggi, questo romanzo provoca la stessa cosa nel lettore.
Non capisco ancora se questo libro ti regala o ti ruba qualcosa, in entrambi i casi si tratta di qualcosa di inspiegabile.

Mi ha un po’ turbato questo romanzo a dir la verita, anche ora che ve ne parlo e ricordo alcuni passi ritrovo quella sensazione di inquietudine che mi devasta; esplorare l’animo umano, soprattuto l’esplorazione di quella parte più violenta, di quella malvagia, che tutti noi abbiamo, è sempre un argomento che spaventa e attrae allo stesso tempo; torniamo appunto alla storia dell’incidente stradale.
E’ fondamentalmente una storia di solitudine, tutti gli esseri umani solo soli e devono imparare a vivere e sopravvivere nella loro solitudine; tutti i personaggi di questo romanzo sono palesemente insoddisfatti della loro vita, hanno traumi passati, ma sono tutti impegnati a non far vedere questo malessere; e questo malessere, questa desolazione umana, sfocia in violenza, in pazzia.
Bellissimo, a parte il finale che è un po’ confusionario (ma ripeto, secondo me anche questa scelta non è causale), è un romanzo da leggere assolutamente. Inoltre lo stile di scrittura dell’autore è molto elegante, sintetico, ogni parola suscita nel lettore angoscia. Anche la scelta di usare questo “noi” come voce narrante ha contribuito a confondere il lettore certamente, ma anche a rendere meglio quest’atmosfera cupa di sottofondo, quasi come se si trattasse di due spettri che seguono Rivera, un altro spettro, in una città desolata. Gli esseri umani in questo romanzo diventano fantasmi, alla prese con la loro malinconia e la loro solitudine.

“Avevamo incontrato Rivera per caso, durante una notte di squallore in cui anche noi vagavamo tra le ombre, e ci era sembrata la creatura più diffidente della terra. Ne eravamo rimasti colpiti e avevamo iniziato a seguirlo”

E’ difficile parlare di questo libro, perché la vera potenza sono ripeto le emozioni che suscita nel lettore, che non si possono spiegare. C’è un senso di disfatta e di angoscia generale che rapisce chi legge. Anche il finale, che molti hanno definito “inconcludente”, è in realtà l’apice dell’inquietudine dell’intero romanzo; questo finale aperto ma abbastanza chiaro, rimane confuso tanto quanto la mente di Rivera. Noi lettori sappiamo come finirà, ma il fatto che non sia dichiarato apertamente rende tutto ancora più spaventoso. Sicuramente il libro non ha colpi di scena importanti, ma l’introspezione psicologica che Funetta fa dei personaggi non lo rende assolutamente un romanzo noioso o privo di mistero (questo romanzo è tutto un mistero!), infatti l’ho finito in meno di un giorno.
Per concludere, “Dalle rovine” è un libro estremamente particolare, non è per tutti, non è sicuramente una lettura leggera se lo si vuole apprezzare a pieno. Soprattuto il lettore, alla fine, si ritroverà cambiato. E’ il classico libro che si insinua nella vostra mente e appunto vi scuote. Consiglio a tutti di leggerlo, ma meditate bene se leggerlo o meno.

VOTO: 8,5/10

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